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L’enigma demografico nel cuore dell’Europa


Una semplice osservazione sembra offrire argomenti a sostegno della tesi che la fertilità di un paese dipenda sostanzialmente dal tipo di politiche familiari che vengono adottate, rafforzando quella visione sostanzialmente economicistica che correla gli sviluppi demografici a quelli materiali. Mi riferisco alla singolarità per la quale due paesi confinanti che poi sono il cuore dell’Europa, ossia Francia e Germania, esibiscano tassi di fertilità così differenti, con la prima assai più prolifica della seconda, e di conseguenza andamenti demografici divergenti.

Ciò spiega perché anche la Banca Mondiale, in un suo recente studio, se ne domandi la ragione. “Nonostante un reddito pro capite e una storia recente simile – riporta la ricerca – la Germania ha un tasso di fertilità significativamente più basso della Francia, pari a 1,36 versus 2,03, che è vicino al tasso di sostituzione”. Il tasso di sostituzione vorrebbe dire che ogni coppia dovrebbe fare almeno due figli per “sostituire” con due vite nuove quelle che andranno a spegnersi.

Giova una premessa per intendersi, visto che si parla di variabili statistiche che, in quanto tali, sono condizionati dalle definizioni che le esprimono e quindi nulla hanno a che vedere col senso comune. La Banca mondiale non offre una definizione del tasso di fertilità, quindi, in mancanza d’altro utilizzo la nomenclatura Istat, laddove si parla di tasso di fecondità che si ottiene “rapportando, per ogni età feconda (15-50 anni), il numero di nati vivi all’ammontare medio annuo della popolazione femminile”. In pratica su suddivide il totale dei nati per il totale delle donne fertili. Ciò significa che il tasso di fertilità dipende anche dal totale della popolazione femminile. Un numero maggiore di donne in età riproduttiva abbassa il tasso di fertilità medio, e viceversa. Quindi sarebbe buona norma misurare innanzitutto questo indicatore anziché affidarsi semplicemente al quoziente delle nascite.

La World Bank non lo fa, quindi dobbiamo accontentarci del risultato del rapporto, che è quello che abbiamo visto e sulla base del quale i tecnici della WB svolgono la loro analisi che, come si può osservare dalla tabella, punta l’attenzione sulla diversa composizione del mercato del lavoro. Si potrebbe discutere a lungo su quanto sia realistica l’idea che una donna decida della propria maternità solo in ragione del mercato del lavoro, ma poiché questo pensiero è ampiamente condiviso, vale la pena seguirne gli esiti per vedere dove ci conduce.

“Una spiegazione di tale disparità – scrive la WB – può trovarsi nella maggiore precarietà delle donne tedesche, in particolare le madri, nel mercato del lavoro. Le donne tedesche si trovano di fronte a maggiori difficoltà nel riconciliare il lavoro e la famiglia. Una volta che hanno un figlio, le donne tedesche hanno maggiori probabilità di essere espulse dal mercato del lavoro o di lavorare part time. In Francia, al contrario, il gap fra il tasso di impiego fra donne senza figli e donne con uno o due figli è abbastanza più basso”.

Questo risultato, sottolineano, dipende dal fatto che tradizionalmente in Germania il fisco e la spesa pubblica hanno fornito solo un supporto limitato alle madri lavoratrici. “La spesa tedesca per il sostegno alle famiglie è relativamente alta – osservano, includendo generosi sussidi e riduzioni fiscali per le coppie sposate”.
Tuttavia “la coppie con due stipendi e bambini piccoli tendono a ricevere solo un supporto limitato. I costi di assistenza all’infanzia possono essere dedotti ai fini fiscali, ma solo in piccola quota. In generale, le strutture di assistenza per i bambini di età compresa tra 0-3 sono limitate”. Difficoltà analoghe si sono incontrate anche le strutture per bambini di età maggiore, con la conseguenza che molte donne si sono dovute tenere il pomeriggio libero per badare alla prole.

Ciò spiega perché il paese abbia iniziato a lavorare su alcune riforme per favorire il ritorno al lavoro delle donne che hanno figli e contrastare la bassa propensione alla natalità che al momento manifestano. Basti considerare che il 31% delle donne con un livello di istruzione terziario, quindi almeno con una laurea,  residenti nell’ex Germania Ovest, non ha figli e in media ha 0,7 figli in meno delle donne che non hanno completato l’istruzione secondaria. Per tale ragione nel 2007 è stata riformata la legislazione dei congedi parentali, sul modello scandinavo, in maniera tale da garantire alla donna in congedo una retribuzione collegata al suo precedente livello di reddito. Un’altra riforma, stavolta del 2013, ha istituito il diritto per ogni figlio fra uno e tre anni di avere un posto nel day care.

Sul versante del mercato, d’altro canto, le donne tedesche sono quelle col più alto tasso di impiego e insieme col più alto tasso di lavoratrici part time o impiegate con i cosiddetti mini jobs, “solitamente associati con limitate possibilità di carriera e social security insufficiente”. Da tutto ciò la WB deduce che “le difficoltà nel combinare la carriera professionale con la vita familiare non solo riduce il tasso di fertilità ma anche contribuisce all’aumento della diseguaglianza in Germania”.

Dall’altra parte del Reno il film risulta molto diverso. “In Francia le donne hanno generalmente maggior successo nel combinare il lavoro con la famiglia” anche in virtù di una maggiore promozione politica delle pari opportunità. L’uguaglianza di genere, ad esempio, viene promossa anche grazie a un “ben sviluppato sistema di child care pubblico e scuole a tempo pieno”. E poi ci sono regimi fiscali più favorevoli e il mercato del lavoro consente alla donne con figli di lavorare più ore rispetto alle vicine tedesche.

Sopra a tutto ciò ci sono anche ragioni culturali. Prendendo spunto da un referendum svolto in Svizzera nel 2004 proprio su maternità e congedi parentali, i dati mostrano che la proposta di un sistema universale di sussidi alla maternità ha ricevuto 9,2 punti percentuali in più nei paesi di lingua romanza rispetto a quelli di lingua germanica. Dal che la WB deduce che “le attitudini culturali possono differire sostanzialmente, anche fra paesi e comunità molto vicine”. Insomma, la malia economicistica non spiega tutto. Sta a vedere che sotto la materia c’è persino uno spirito. Ma questa storia non la si trova nei paper della WB. Quindi toccherà approfondire ancora un po’.

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La triste vecchiaia dell’Europa


Il 2060 è dietro l’angolo viene da dire, leggendo l’ultimo report della Commissione europea dedicato alla questione previdenziale. E dietro l’angolo c’è un’Europa vecchia e triste, alle prese con un’orda di anziani che dovranno continuare a lavorare, in un modo o nell’altro, per poter vivere, con gli stati costretti a politiche fiscali sempre più oppressive per garantire ciò che evidentemente non è più possibile garantire: una pensione dignitosa alle crescenti popolazioni europee.

Questa evidente verità viene celata dalla Commissione dietro i soliti paludati tecnicismi: Tipo: collegare l’età pensionabile all’allungamento della durata della vita. Oppure: adeguare i coefficienti di adeguatezza delle pensioni. O magari: sostenere politiche di invecchiamento attivo. Che poi significa mini pensioni integrate da mini jobs, e magari da una mini rendita previdenziale privata. Senza che sia detto che tutte queste minicose giovino alla bisogna.

La verità che qualcuno dovrebbe dire e che nessuno pronuncerà mai è un’altra: la pensione, ossia la previdenza pubblica, si trova davanti al suo personale tornante della storia. Quella che fu la principale invenzione del welfare novecentesco, sublimazione del desiderio delle classi popolari e borghesi di concludere l’esistenza da rentier, è finita sul banco degli imputati e non è detto che il processo finirà bene. Le pensioni rischiano di continuare ad esistere di nome, ma non di fatto.

Anche perché, al di là delle questioni fiscali, sono quelle demografiche che preoccupano più di tutto. E poi quelle circostanziali. L’alto tasso di disoccupazione giovanile del nostro tempo – i giovani di oggi dovrebbero essere i pensionati del 2060 – rischia di essere l’ennesimo detonante di un situazione di per sé esplosiva.

Talché è giusto chiedersi: si salverà a previdenza pubblica? O il sogno nato nella Germania di Bismarck è destinato a finire?

Non aspettatevi un risposta. Chiedetevi piuttosto se non sia saggio, da oggi in poi, iniziare a guardare la vita senza la prospettiva di una pensione. Pensare al peggio, talvolta, aiuta a stare meglio.

La questione demografica dell’Europa è nota, ma vale la pena ricordarne solo i tratti salienti. Le proiezioni, credibili quanto le previsioni del tempo, stimano che la popolazione dell’Europa passerà dai 502 milioni del 2010 ai 517 milioni del 2060. I maggiori incrementi di popolazione sono attesi in Gran Bretagna, che dovrebbe diventare il paese più popoloso dell’Europa superando la Germania, la cui popolazione è prevista in calo, in Irlanda, nel Lussemburgo, a Cipro e in Belgio.

Ma il problema è che di fronte a valori assoluti moderatamente in crescita, c’è un drammatico cambiamento dei valori relativi nel 2060. Mentre la quota di popolazione da 0-14 anni è prevista costante, diminuirà quella nella fascia 15-67 anni, passando dal 67 al 56%. A fronte di ciò gli ultra65enni passeranno dal 18 al 30% della popolazione: uno su tre. Gli ultra80enni, poi, passeranno dal 5 al 12%.

Quest’esercito di anziani farà sballare definitivamente l’indice che monitora il rapporto fra vecchi e giovani (demographic old-age dependency ratio), ossia il rapporto fra gli ultra65enni e quelli fra 0-64. Nel 2060, infatti, si prevede che tale rapporto passerà dall’attuale 26% al 52,5%: il doppio. Ciò ha un significato molto pratico: vuol dire che anziché avere quattro persone in età di lavoro (considerando anche gli infanti) per ogni ultra65enne, com’era nel 2010, ne avremo solo due.

Se l’indice demografico lo traduciamo nell’indice economico corrispondente (effective economic old-age dependency ratio), quindi depurandolo dalla popolazione under 15 e considerando solo la popolazione effettivamente in età da lavoro, il risultato ovviamente peggiora. Dal 39% dell’Ue nel 2010, al 70% nel 2060. E considerate che questo dato è una media. In Italia è previsto si vada ben oltre l’80% fino a sfiorare il 90. In Romania si prevede che si supererà il 100%. Una situazione economicamente ridicola, per non dire tragica.

Nell’Eurozona va ancora peggio: dal 42% del 2010 al 72% nel 2060. In pratica ci saranno tre ultra65enni ogni quattro 15-64 enni. Se ci mettete dentro il rischio disoccupazione, che la Commissione non considera nel suo studio, capite bene perché la situazione sia drammatica.

Pensate al caso italiano. Pochi giorni fa l’Istat ha ricordato che la disoccupazione giovanile italiana ha superato il 40%. A fronte di ciò abbiamo una legislazione giudicate fra le più equilibrate (lato sostenibilità previdenziale) dell’eurozona.

Le tabelle della Commissione mostrano infatti che, a legislazione vigente, l’età pensionabile italiana nel 2060 sarà di 70 anni e 3 mesi, fra le più alte in Europa. Come dovrebbe fare l’oltre 40% di giovani disoccupati di oggi ad avere una pensione, una volta diventati ultra70enni, se non avranno versato contributi sufficienti?

Questo la Commissione non lo dice. Nel suo lungo studio si limita a suggerire soluzioni tecniche per rendere sostenibile il costo della previdenza per gli stati, che vi risparmio perché tanto le saprete già: sono sempre le solite e si basano sul principio di pagare pensioni sempre più magre per sempre meno tempo.

E’ più interessante riflettere sul dato sociale, visto che la tendenza di quello economico (pensioni di valore minore per un tempo minore) è ormai chiaramente delineata.

Abbiamo costruito società che perseguono dogmaticamente l’allungamento della vita anagrafica. 

Adesso ci dicono però che, di conseguenza, bisogna aumentare quella lavorativa, con buona pace per i giovani disoccupati, sennò non gliela si fa. Gli stati non ce la fanno. Ossia lo stesso sistema che ha perseguito l’allungamento della vita. 

Ci dicono per giunta che la fonte maggiore di rischio di queste previsioni è che non sappiamo quanto il miglioramento della qualità della vita inciderà in futuro sull’aumento dell’età anagrafica. Quindi in sostanza che potremmo vivere assai più di quanto pensiamo oggi. 

Ci dicono in sostanza che vivremo a lungo, più di quanto pensiamo, ma che rischiamo di doverlo fare con pensioni ridotte all’osso e sperando di essere abbastanza in salute per lavorare ancora.

Sicché gli europei di domani saranno “condannati” a vivere una lunga vecchiaia di povertà, inseguiti peraltro dalla maldicenza crescente del resto della popolazione, che dovrebbe farsi carico di loro. Una specie d’inferno. 

Questa è la triste vecchiaia che attende l’Europa.