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Anche la Germania deve fare le riforme e pure in fretta


Si potrebbe speculare parecchio – in senso filosofico una volta tanto – sul fatto, sottolineato dal Fmi, che anche la miracolosa Germania, la cui economia continua a stupire il mondo, necessiti di profondi miglioramenti, che oggi si chiamano riforme strutturali. E forse ne ricaveremmo il pensiero che ogni successo cova in seno i semi del futuro fallimento, e viceversa, con ciò consolandoci, noi la cui economia è assai meno miracolosa, che poi è il fine di ogni filosofia, come scriveva alcuni secoli fa Boezio. Oppure potremmo raccontarla assai più prosaicamente, questa storia di ordinaria economia, osservando come la Germania stia semplicemente sperimentando la sua sfida più grande: transitare dall’essere semplicemente un’economia di successo a diventare un esempio di una pratica economica di successo che prepara inevitabilmente una nuova teoria (o ne riesuma una vecchia). E in un mondo che ha perso la bussola, e scambia la prodigalità col rimedio, il caso tedesco potrebbe essere molto più che un caso di studio per i contabili.

Si vedrà. Intanto contentiamoci di osservare il miracolo tedesco e capire perché ha gambe robuste ma caviglie fragili, a causa della sua terribile situazione demografica che dovrebbe suscitare in noi molte domande, se non fossimo così abituati a preferire le risposte. Il fallimento demografico della Germania è la cartina tornasole della fragilità economica tedesca così ben dissimulata dai suoi numeri rutilanti: dal Pil, agli attivi di conto corrente, alla disoccupazione risibile. Ma anche sulla demografia le scelte contano. Nel gran dibattere, spesso ideologico e poco informato, che si fa sulla questione dell’immigrazione dovremmo osservare con interesse il dato più recente dell’indice di natalità tedesco (riferito al 2016), che adesso supera 1,5 – che è sempre poco – ma veniva da poco più di 1,3 nel primo decennio del XXI secolo prima che la Germania, sfidando ogni buon senso popolare, decise di farsi carico di un milione di profughi.

Un esempio chiarissimo del livello di complessità delle scelte che la Germania dovrà affrontare se vorrà correggere le storture annidate nel legno dritto della sua economia.

Quest’ultima si può raccontare in pochi numeri. Pil reale cresciuto del 2,5% nel 2017 grazie a una robusta domanda interna e a una ripresa dell’export nella seconda metà dell’anno. L’economia marcia a pieno regime e il sistema produttivo sta gradualmente prosciugando la capacità residua, mostrandosi questa tensione costante nel mercato del lavoro, che genera pressioni al rialzo sulle retribuzioni mentre fa capolino anche sull’inflazione, con quella core arrivata all’1,5%. La politica fiscale genera surplus di bilancio, che dovranno sembrare un’eresia ai teorici del deficit espansivo. Nel 2017 questo avanzo ha raggiunto l’1,2% del pil “il livello più elevato dala riunificazione”, mentre il famoso (o famigerato, dipende da chi ne parla) surplus delle partite correnti, ossia degli scambi con l’estero, è diminuito dall’8,5% del 2016 all’8% a causa del deterioramento sia del conto delle merci che di quello dei redditi.

A fianco di queste luci, rimangono le ombre delle quali la questione demografica è solo quella più evidente, ma non l’unica. Il sistema finanziario tedesco, quindi principalmente banche e assicurazioni, rimane debole e poco profittevole. Il credito è cresciuto nel 2017, spinto dai tassi bassi, ma in linea con il pil nominale, quindi senza strappi. A fronte di ciò abbiamo un mercato immobiliare sempre più caldo, mentre gli stessi tassi bassi che hanno spinto il credito al rialzo mettono in affanno le assicurazioni, specie nel settore vita dove prevalgono i prodotti a rendimento garantito. Nel breve termine i rischi arrivano per lo più dalle minacce protezionistiche che minano il commercio internazionale, ossia la cornucopia dell’economia tedesca, ma anche da possibili tensioni nell’area euro che potrebbero indebolire i titoli sovrani. Ma sul lungo termine ciò che farà la differenza sarà proprio la struttura della popolazione. Una demografia sfavorevole implica la necessità di aumentare la produttività puntando da subito sul miglioramento regolamentare e tecnologico. Quando si stima in calo la popolazione attiva, rimane solo da farla lavorare di più e meglio se non si vuole generale un calo della produzione. A tal fine la Germania dovrebbe decidersi a usare le sue tante risorse per stimolare gli investimenti in capitale fisico e umano, migliorando quindi le sue infrastrutture, ma anche l’istruzione, puntando su misure che incentivino l’offerta di lavoro e gli investimenti privati, visto che si osserva già da adesso un rallentamento della produttività e un declino dell’imprenditorialità. La Germania insomma deve spendere, ma con giudizio specie considerando i rischio all’orizzonte, magari dedicando risorse al taglio del costo del lavoro, ancora elevato.

E deve fare scelte coraggiose: riforme sul mercato del lavoro e delle pensioni. E di nuovo torna protagonista la questione demografica. Il nostro sistema socio-economico è costruito sull’ipotesi di una piramide della popolazione con una base ampia e un vertice stretto, com’era cent’anni fa. Ma il progresso ha ristretto la base e allargato il vertice, provocando la necessità che gli adulti siano i “nuovi giovani”, ossia coloro che col loro lavoro pagano le pensioni ai più anziani. Più la base si restringe e più si allarga il vertice, più questi adulti devono continuare a essere considerati giovani – e quindi lavorare – per tenere in piedi il sistema. La Germania ha già notevolmente aumentato il tasso di partecipazione al lavoro degli adulti, molto più di altri e a sentire il Fmi dovrà continuare a farlo. E se vale per la Germania, che sta tanto meglio di altri, dovremmo iniziare a pensare che vale per tutti quelli che hanno una demografia sfavorevole. E la nostra è sfavorevolissima. Meglio ricordarselo.

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