Etichettato: perché è diminuito il saldo corrente dell’eurozona

Usa e Cina stritolano il saldo corrente dell’Eurozona

Il 2025 è stato un anno difficile per l’Eurozona, alle prese con un cambio di atteggiamento radicale del proprio principale mercato di riferimento, ossia gli Stati Uniti. Gli Usa non solo hanno deciso di innalzare dazi e barriere verso il commercio europeo, ma hanno fatto capire che il futuro non porterà granché di buono.

Non ci sono solo gli Usa a complicare il quadro. L’anno scorso è aumentato fino ad arrivare all’1% del pil il disavanzo corrente nei confronti della Cina, che ha rafforzato la sua egemonia di grande esportatore limitando, di conseguenza, le possibilità dell’industria europea.

In cifre questa difficoltà si è riflessa nel saldo estero, che, com’è noto, conteggia il valore dell’interscambio dell’Europa con il resto del mondo, mettendo insieme beni, servizi e redditi. Il grafico sopra ci consente di farci un’idea di cosa tenga in piedi gli attivi europei, scesi all’1,7 per cento del PIL, dal 2,7 del 2024. “Se si esclude il periodo 2022-2023, caratterizzato dallo shock energetico seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, si è trattato dell’avanzo più basso dal 2012, quando il saldo di conto corrente dell’area dell’euro era passato da un disavanzo a un avanzo sulla scia della crisi del debito sovrano”, sottolinea la Bce nel suo ultimo bollettino, dove ha discusso la questione.

Il primo punto da osservare è che la riduzione dell’avanzo corrente è stata determinata principalmente dall’andamento dell’interscambio di servizi e dei flussi di reddito, piuttosto che dal commercio di beni. Quest’ultimo è leggermente cresciuto, passando dal 2,2 al 2,3% del pil. Al contrario, i redditi primari, che misurano i flussi di reddito attivi sugli investimenti esteri europei e quelli passivi degli investitori esteri in Europa, sono passati da un avanzo dello 0,4% a un deficit dello 0,3. Complessivamente, quindi, un regresso che vale lo 0,7%. A questo si aggiunge il calo registrato sull’interscambio dei servizi, che pur rimanendo in attivo ha perso lo 0,3% del pil, passando dall’1,2 del 2024 allo 0,9 del 2025.

Ma il dato interessante emerge osservando i saldi bilaterali. Da qui si evince che alla riduzione del saldo complessivo hanno contribuito in larga parte proprio gli Usa e la Cina. Verso i primi l’Europa ha perso lo 0,5% del pil di avanzo, passando da un avanzo dello 0,1% nel 2024 a un disavanzo dello 0,4% nel 2025. Verso la Cina, il disavanzo del 2024 è peggiorato di un altro 0,3%, passando dallo 0,7 all’1% del pil, in linea con l’aumento del disavanzo sui beni.

La Bce ha osservato che la trasformazione dell’avanzo verso gli Usa in disavanzo è dipeso in gran parte dalle decisioni delle multinazionali americane che hanno sede in Europa, che da una parte hanno contribuito alle esportazioni nette verso l’estero, ma al tempo stesso hanno contribuito ai disavanzi nel settore dei redditi e dei servizi.

Quanto alle esportazioni, l’avanzo verso gli Usa è riconducibile all’export di prodotti farmaceutici, in gran parte dovuto alle multinazionali Usa in Irlanda. Un’altra parte ha ragioni puramente contabili. Deriva infatti da accordi di produzione su commessa (contract manifacturing) dove i beni, pure se non vengono prodotti in Europa, vengono comunque registrati come esportazioni nelle statistiche della bilancia dei pagamenti.

Inoltre le imprese affililate di multinazionali statunitensi si avvalgono spesso di proprietà intellettuali che sono detenute dalle capogruppo Usa. Ciò comporta che i compensi per le licenze vengano registrati come importazioni di servizi dell’area euro dagli Usa. contrbuendo così al significativo sbilancio in questa voce.

Al tempo stesso, gli utili generati dalle affiliate europee di queste multinazionali generano redditi primari /da investimenti diretti esteri) che sono attivi per gli Usa e passività per l’Ue.

Le stime quotano in circa il 40% la quota di avanzo europeo che deriva da queste affiliate di multinazionali statunitensi in Europa. Le stesse che rappresentano il 90% del disavanzo che l’Europa ha nei servizi. Solo l’Irlanda, cui fanno capo una quota elevata di imprese multinazionale statunitensi, ha contribuito per 0,3 punti alla riduzione dell’avanzo corrente europeo.

Se poi andiamo a guardare le altre partite di scambio fuori dal giro delle multinazionali, si osserva che l’export di macchinari e manifattura è diminuito, riflettendo in parte proprio l’effetto dei dazi. A sua volta, guardando stavolta verso la Cina, è peggiorato il deficit commerciale proprio nel settore dei macchinari e della manifattura. Quindi l’Ue esporta meno di questi beni negli Usa e ne importa di più dalla Cina. Una combinazione assai poco entusiasmante, che racconta di una crisi strisciante e profonda in questi settori.

“Tale dinamica è in linea con il forte posizionamento della Cina nelle catene di approvvigionamento mondiali, con il suo eccesso di capacità produttiva a fronte di una debole domanda interna e con le sue politiche industriali non di mercato. Questi fattori hanno compresso i prezzi alla produzione della Cina, accrescendone così la competitività sui mercati europei, con un aumento dei volumi delle importazioni, nel 2025, di quasi il 10 per cento”, conclude la Bce.

Dulcis in fundo, il commercio di beni connessi allo sviluppo dell’AI, che finora ha avuto un impatto modesto sugli interscambi. Rimane il problema: “L’area dell’euro è un importatore netto di beni necessari alla produzione e al funzionamento dell’infrastruttura dei centri dati per l’IA, con un disavanzo relativo a tali prodotti che nel 2025 è salito a quasi lo 0,3 per cento, dallo 0,2 del 2024, in parte per le più elevate importazioni dalla Cina”.

Non solo, “l’adozione di tecnologie di IA incide sul conto corrente anche attraverso le importazioni di servizi digitali, soprattutto dagli Stati Uniti, poiché la diffusione dei sistemi di IA richiede anche software, cloud computing, elaborazione dei dati, accesso ai modelli e proprietà intellettuale”.

Quindi, l’Europa accumula disavanzi verso gli Usa per i crescenti compensi per l’uso della proprietà intellettuale e i servizi digitali, e altri verso la Cina e Taiwan, perché le forniscono l’hardware.

In sostanza, le nuove tecnologia sono un aspetto della tenaglia Usa-Cina che sta lentamente stritolando il saldo corrente europeo, che nelle proiezioni è visto ancora in ribasso. La tenaglia non smetterà di far pressione. E non si limiterà al saldo corrente.