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Inflazione, due buone notizie e una cattiva


L’ultimo outlook dell’Ocse sulla situazione economica dedica ovviamente molte pagine all’inflazione che oggi è il fatto economico per eccellenza, considerando gli effetti che può potenzialmente svolgere sul tessuto sociale. Poiché se è parlato e se parla per ogni dove, qui conviene limitarsi a un paio di buone notizie che aggiungono alcuni elementi di fatto alla composita narrazione che si sta costruendo attorno a questo fenomeno, che probabilmente è assai più misterioso di quello che pensiamo.

Quindi, poiché molto si è detto e si è scritto dell’impatto dei rincari sui beni primari sull’indice generale dei prezzi, vale la pena riportare che ormai la pressione, salvo per il gas e il carbone, sembra si stia affievolendo.

Come si può osservare, i prezzi, anche alimentari, stanno tornando al livello ante-guerra. Quindi è ragionevole presumere che la situazione delle commodity sia in corso di normalizzazione.

Altrettanto pare stia accadendo per un altro fattore che ha avuto impatti rilevanti sulla formazione dei prezzi: quello dei costi di spedizione, stavolta esplosi a causa della pandemia. Anche qui sembra che il trend sia in corso di normalizzazione.

Sebbene gli indici rimangano elevati rispetto alle medie storiche, c’è un chiaro retrocedere della tendenza al rialzo, che anche qui lascia ipotizzare che la situazione vada verso la normalità.

Senonché queste due buone notizie si accompagnano a una cattiva: la tendenza di fondo dell’inflazione. Ossia delle componenti extra ai beni primari. La crescita dei prezzi, insomma, si è trasferita anche alle componenti core, del paniere, con una maggiore velocità dei prezzi osservata sui servizi piuttosto che sui beni.

Ed è a questo punto che la questione diventa complicata. Il problema è capire se lo shock partito dai beni primari e dalle strozzature d’offerta sopravviverà agli shock stessi. E in questo scenario rivestono un ruolo molto importante le aspettative, che rimangono ancorate nel medio termine ma sono piuttosto inflazionistiche nel breve. Il 2023, insomma, si prevede con un’inflazione ancora alta.

Le banche centrali lo sanno. Per questo i tassi continueranno a salire, anche se probabilmente meno velocemente di questa metà del 2022. Speriamo che i governi lo capiscano. La politica fiscale servirà a fare la differenza.

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