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La Russia cerca un passaggio per l’India


La recente presentazione di Turkstream, diventata il palcoscenico delle ambizioni di potenza russo-turche sullo scenario del Mediterraneo orientale, con tanto di richiesta di pace fra le fazioni libiche – peraltro spalleggiate una dalla Turchia e l’altra dalla Russia – conferma qualora fosse necessario il valore politico dello sviluppo infrastrutturale nella tessitura della nuova rete di interessi – ancora prematuro definirle alleanze – che sta dando forma al nuovo grande gioco euroasiatico. Russia e Turchia, quindi. Ma anche Cina, ovviamente.

Si può facilmente immaginare che molto presto l’influenza di questa triplice coincidenza di interessi si estenderà all’Egitto, che come insegna la storia è nientemeno che strategico nella saldatura fra Asia e Africa, già in uno stato avanzato di relazioni con la Russia, con la quale peraltro sta negoziando da tempo l’ingresso nell’Unione Euroasiatica di Putin. Esiste anche una possibilità molto concreta che l’Egitto accetti, come richiesto dalla Russia nel giugno scorso, di firmare un accordo di libero scambio con l’Unione, come peraltro ha fatto l’Iran, pochi mesi fa. Ciò per dire che ormai l’influenza Russa in questa regione – non dimentichiamo la crisi siriana – è un fatto evidente.

Lo stesso vale per la Cina, come è stato icasticamente rappresentato dall’esercitazione navale congiunta russo-turco-cinese che si è svolta a fine 2019 nel mare Arabico e nell’Oceano indiano, che ha rappresentato una notevole novità.

Ma se l’approfondirsi dell’influenza russa verso il sud nel quadrante del Mediterraneo è ormai un fatto scontato, lo è meno quello che Mosca ormai da tempo sta tentando verso il Sud Est, e in particolare verso l’India. O almeno così sembra a chi abbia dimenticato come la Russia zarista, per gran parte del XIX secolo, abbia coltivato l’ambizione di arrivare fino in India, all’epoca saldamente in mano ai britannici, contribuendo a generare nella potenza egemone dell’epoca un profondo sentimento di russofobia che verrà eguagliato solo all’epoca della Guerra Fredda, ma stavolta dagli americani. Gli inglesi erano molto preoccupati dell’avanzata russa nelle vaste pianure del centro Asia, all’origine peraltro della duratura influenza di Mosca in quelle regioni, perché avevano capito che l’obiettivo delle armate russe non erano certo le fredde steppe dell’Asia centrale ma la ricca India, che all’epoca svolgeva un ruolo vitale per gli interessi economici, finanziari e politici di Londra.

La prima guerra mondiale mise fine al Grande Gioco, magistralmente raccontato in un vecchio libro di tanti anni fa. Ma il ritorno in scena della Russia sullo scacchiere internazionale con velleità di potenza deve aver fatto ricordare la vecchia idea di allungare la propria sfera di influenza fino all’Asia del Sud, in un altro quadrante regionale, quindi molto diverso da quello Mediterraneo, dove l’India – ma anche il Pakistan che dell’India è un fiero avversario, gioca un ruolo determinante. Vuoi per il suo peso specifico, vuoi per quello strategico, visto il rapporto che lega l’India agli Usa e il suo ruolo nel Quad il quartetto diplomatico formato da Usa, India, Giappone e Australia che si propone in qualche modo di svolgere un’azione di coordinamento nell’area del Pacifico.

E tuttavia la Russia proprio di recente ha ribadito il suo invito all’India a unirsi alla “sua” Unione euroasiatica anche se nella forma affievolita di una partnership commerciale, facendo seguito a quanto dichiarato da Putin nel 2016. Ossia l’intenzione di promuovere accordi commerciali preferenziali con i partner con i quali la Russia intrattiene rapporti commerciali avanzati. All’elenco, oltre alla Cina, erano stati aggiunti anche l’India, il Pakistan e l’Iran.

Da allora l’UEE di Putin ha fatto notevoli progressi. Accordi commerciali di vario genere sono stati siglati proprio con la Cina, l’Iran, il Vietnam, la Serbia, il Tajikistan, Singapore. E i colloqui sono in corso, oltre che con l’Egitto, anche con Israele. Ma arrivare fino in India, paese col quale la Russia ha una lunga frequentazione, sarebbe un notevole progresso per la presenza di Mosca in quell’area. I legami peraltro sono già molto profondi. Manca solo da fare l’ultimo passo.

(1/segue)

Puntata finale: La via del petrolio e del gas che porta da Mosca all’India

Sfida finanziaria nella regione dell’Indo-Pacifico


Il discorso recente del segretario di stato Usa Mike Pompeo all’Indo-Pacific Business forum di Washington ha dato improvvisamente corpo a un’idea politica emersa nei mesi scorsi per costituire una sorta di asse fra Usa, Australia e Giappone capace di controbilanciare la crescente influenza finanziaria cinese nella regione. La Belt and Road initiative di Pechino, infatti, ha sollevato parecchi timori nell’area del Pacifico costringendo di fatto gli Usa a farsi promotori di una sorta di contro-BRI che però risulta ancora quantomeno vaga, almeno relativamente agli importi sul tavolo.

Pompeo ha ricordato che le corporation Usa, che spaziano dall’energia alle banche, hanno un portafogli con 3,9 miliardi di investimenti nell’area dell’Indo-Pacifico e che la Millenium Change corporation ha investito oltre 2 miliardi negli ultimi quindici anni nella regione. Ma l’impegno diretto del governo rimane ancora molto limitato. Pompeo ha annunciato che gli Usa investiranno 113 milioni nell’area per varie tipologie di progetti. “Questi fondi rappresentano solo un acconto che prepara una nuova era dell’impegno economico degli Stati Uniti per la pace e la prosperità nella regione dell’Indo-Pacifico”, ha spiegato. Ma certo non è questo il livello che consente un confronto con il tesoro messo in campo da Pechino. La strategia Usa, a tal proposito, punta più sul contributo delle agenzie di sviluppo, che dovrebbero mobilitare fino a 60 miliardi di risorse per prestiti alle imprese, ricordando che secondo l’Asean, associazione dei paesi che affacciano sul Pacifico, l’area ha bisogno di nuove infrastrutture per un valore di circa 26 trilioni di dollari entro il 2030 per sostenere il suo attuale ritmo di crescita.

Il tema economico, come sempre, sottintende quello politico, che si sostanzia nella visione dell’amministrazione Trump che ha ribadito l’importanza strategica dell’Indo-Pacifico per gli Usa. E non solo perché gran parte della crescita dei prossimi decenni arriverà da quella regione. Ma anche perché il pendolo dell’influenza politica si sta spostando sempre più decisamente dall’Atlantico a Pacifico e gli Usa, che insistono anche su quell’oceano, non possono certo sottovalutare questo sommovimento. E la sfida finanziaria per “comprare” influenza tramite i prestiti, che i cinesi stanno praticando con grande successo in giro per il mondo, non può che coinvolgere gli alleati Usa nella Regione, quindi innanzitutto Giappone e Australia, che hanno risorse da investire. In un certo senso il terzetto Usa-Australia-Giappone è la versione finanziaria del quartetto strategico che include l’India.

Questa sorta di accordo trilaterale, al momento, è ancora poco quantificabile. Ma sul peso politico del discorso di Pompeo c’è poco da dubitare. Serve soprattutto a dare rassicurazioni ai principali alleati che devono vedersela con un vicino ingombrante e anche molto assertivo. Si pensi alla disputa sul Mare cinese meridionale. E non serve neanche riferirsi a grandi scenari. Le tensioni politiche nell’area si fanno sentire anche in questioni che sembrano (ma non lo sono affatto) innocue, come le decisioni sulla posa di cavi sottomarini per le connessioni internet.

Il governo australiano infatti ha deciso di sostenere lo sviluppo di un cavo sottomarino con le Solomon Island per spiazzare l’offerta arrivata dalla cinese Huawey, con la quale erano in stato avanzate le trattative per la realizzazione dell’opera. Una decisione che rivela un crescente nervosismo e la chiara tendenza a contrastare lo strisciante espansionismo cinese nella regione. E serve anche a capire che il confronto non si gioca soltanto su ponti e ferrovia, ma anche su infrastrutture divenute altamente strategiche come quelle delle comunicazioni digitali. E’ interessante osservare che l’Australia già da tempo ha fatto capire di voler impegnarsi di più negli investimenti diretti nella regione, essendo d’altronde la principale alleata Usa nell’area nonché una forte partecipante alle principali agenzie di sviluppo. Senonché l’arrivo della BRI cinese ha alzato notevolmente, anche a livello finanziario, il livello del confronto.

Secondo alcune stime, che servono a dare un’idea concreta della posta in gioco, solo finanziare il corridoio economico fra Cina e Pakistan costa fra i 46 e i 62 miliardi di dollari. E di fronte a questa sfida il centinaio di milioni messo sul tavolo da Pompeo fa un po’ sorridere. Se non fosse che dietro un pugno di dollari ci sono le portaerei Usa.