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Non si riduce il divario fra inflazione dei servizi e quella dei beni

Adesso che i tanto ventilati dazi americani sono diventati una realtà (e poi vedremo per quanto tempo), ha buon gioco la presidente della commissione Ue a preannunciare un aumento dell’inflazione globale, che è un atto ovvio, se si considera che un dazio non produce altro che un aumento dei prezzi finali. A meno che, fatto più teorico che pratico, le aziende che vendono non compensino il dazio a spese del proprio margine di profitto.
Questa presumibile ondata inflazionistica, che arriva (se arriverà) quando ancora stiamo patendo le conseguenze di quella post Covid, è un bel grattacapo per le banche centrali, che già manifestano da qualche tempo dubbi sulla possibilità di allentare i tassi di interesse, visto che la “vecchia” inflazione ancora si dimostra alquanto resiliente e adesso è probabile che ne arriverà di nuova.
Staremo a vedere cosa porterà il futuro. Nel frattempo però è opportuno soffermarsi a d analizzare quello che ci comunica il presente, che porta con sé alcune singolarità, una delle quali viene illustrata nell’ultimo bollettino della Bce: la notevole crescita del divario fra inflazione dei servizi e quella dei beni.
Ne abbiamo parlato più volte nel nostro blog, ma adesso la cosa, da semplice curiosità statistica, sembra essersi consolidata, visto che la differenza fra le due inflazioni ormai prosegue almeno da luglio 2023 e oscilla intorno a un valore medio di circa il 2,5 per cento, con picchi che sfiorano il 4 per cento.
La Bce ha allungato lo sguardo fino al 1999, quindi ancora prima dell’introduzione dell’euro e per i vent’anni successivi il divario ha raramente superato il 2 per cento. Quindi l’inflazione dei servizi è stata sempre leggermente superiore a quella dei beni, tranne che nel periodo post Covid, quando una forte domanda di beni, collegata al “digiuno” provocato dalla pandemia e al notevole aumento dei beni energetici, portò addirittura questo divario in territorio negativo.
Ma dal 2023 questa tendenza si è bruscamente invertita. Mentre i prezzi dei beni industriali non energetici (non-energy industrial goods, NEIG) si riportavano gradualmente verso i target di banca centrale, quelli dei servizi scendevano solo di poco dai picchi raggiunti. Quindi mentre l’inflazione dei beni, che secondo la Bce è altamente sensibile alle oscillazioni dei costi dell’energia e quindi tanto facilmente aumenta quanto facilmente diminuisce, quella dei servizi è particolarmente insidiosa. Il motivo: “L’impatto degli shock all’offerta è stato più duraturo e persiste la pressione al rialzo derivante dagli shock sul mercato del lavoro, insieme alle pressioni salariali ancora forti”.

Questi dati, letti alla luce dei recenti sviluppi i cronaca, ci consentono di capire che la situazione dei prezzi internazionali è chiaramente orientata al rialzo. I dazi spingeranno per l’aumento dei prezzi dei beni, mentre le tendenze che stanno alimentando il divario, alcune delle quali sono strutturali – l’invecchiamento della popolazione spinge ad esempio sulla domanda di servizi (ad esempio sanitari) assai più che su quella dei beni – spingeranno per l’aumento di quelli dei servizi.
Il divario potrebbe persino ridursi fino a tornare alle tendenze di lungo periodo. Ma questo non vorrà dire che sono diminuiti i prezzi di beni e servizi. Ma che sono cresciuti insieme.
Benvenuti nel mondo della Grande Incertezza

Per sfuggire un momento all’ansia che un mondo impazzito sembra comunicarci ogni giorno dalle pagine dei suoi giornali – e tralasciamo il resto – proviamo una lettura capovolta dei fatti prendendo spunto da un recente post della Fed di S, Louis dedicato al grande picco di incertezza che le ultime decisioni dell’amministrazione statunitense hanno inflitto all’economia internazionale.
Da un punto di vista tecnico, il problema dell’incertezza viene associato, in questo momento storico, alla difficoltà di comprendere in che modo e in che entità la politica daziaria americana si riverbererà sugli aggregati economici. Il commercio è stato un grande volano di sviluppo, quindi ha tutte le possibilità di trasformarsi in un agente della recessione, una volta che siano state compromesse, per non dire pervertite, le sue ragioni.
Da questo punto di vista il picco di incertezza osservato dagli economisti della Fed non ha precedenti, recenti, come si può osservare dal grafico che illustra questo post. Se Trump voleva passare alla storia si può dire che ha raggiunto il suo obiettivo, anche se temo che non sia la storia economica il luogo dove il presidente Usa vuole piantare la sua effigie.
Senonché la parola incertezza custodisce molti significati e bene fanno gli autori del post a ricordare la distinzione, che risale a Frank Knight, economista dell’inizio del secolo scorso, che pubblicò un libro rimasto celebre dove distingueva fra rischio, che è una forma di incertezza misurabile, in quanto associato a una distribuzione di probabilità, e l’incertezza vera e propria, che si riferisce a eventi per i quali non abbiamo una unità di misura di riferimento. La domanda cosa succederà a causa dei dazi di Trump appartiene a questo tipo di incertezza, chiamata “incertezza knightiana”.
Il problema è che questo tipo di incertezza può essere insieme una cura e un veleno. Gli economisti provano da sempre a misurarla, impostando degli indici di volatilità. E nel tempo si è affermato l’indice EPU, che sta per Economic Policy Uncertainty, che è quello usato per il nostro grafico di apertura. Il problema è che se pure costruiamo un indice razionale per misurare l’incertezza, questo non vuol dire avere una conoscenza razionale delle sue conseguenze. Perché il brutto dell’incertezza è che proprio non abbiamo idea di quello che potrebbe succedere.
Quindi questo è anche il bello, a ben vedere. Ed è qui che entrano in gioco i meccanismo della previsione, che spesso abbiamo esplorato in questi anni sul nostro blog. Per come sono costruiti i modelli previsionali, i risultati tendono a sovrastimare il peso del passato, per la semplice ragione che è sulla base di quei dati che si costruiscono gli scenari futuri.
Per venire ai casi nostri, se usiamo i modelli di cui parla il post, la prima cosa che possiamo prevedere, stante un picco così elevato d incertezza, è la possibilità di una recessione. Questo risultato si confronta però con gli scenari fatti da previsioni di professione che ancora fino a febbraio scorso ipotizzavano un’economia Usa in crescita, anche se nel frattempo è aumentata la percentuale della probabilità di una recessione nei prossimi 12 mesi.
E’ sulla base di queste previsioni che noi ci formiamo un’opinione e quindi prendiamo le nostre decisioni. Per questo è molto facile generare quella famose “profezie che si auto-avverano”. Nell’età dell’incertezza, insomma, a fare la differenza è ciò in cui crediamo. E crediamo a ciò che più spesso vediamo succedere, che nel caso dell’immaginazione coincide con quello che vediamo scritto e ripetuto.
Da questo punto di vista, sarebbe consigliabile esporsi il meno possibile allo sciame sismico costante di informazioni, tutte più o meno allarmistiche, che sprigiona in ogni istante il nostro sistema. Dovremmo prenderci il tempo e godercela, questa incertezza. Potrebbe anche portare cose buone. Dipende anche da noi.
Un’Eutopia per il commercio internazionale

Nel grande disegno delle cose, che si articola secondo le due leggi fondamentali dell’attrazione e della repulsione che in ogni momento si equilibrano, i dazi che oggi funestano il commercio internazionale appartengono alla repulsione, che quindi deve essere riequilibrata per ridurre l’entropia che porta dritti al caos.
Usa e Cina hanno reso chiaro, daziandosi vicendevolmente del 34 per cento e più, che sono forze della repulsione. L’Europa, che è l’unica regione che ha il peso specifico sufficiente per equilibrare questa repulsione, ha un’occasione storica per riequilibrare il movimento dell’economia internazionale. E per riuscire deve fare esattamente l’opposto: deve puntare sull’attrazione. Quindi deve eliminare qualsiasi forma di dazio e tariffa alle importazioni. Oltre ovviamente a fluidificare il più possibile il suo ampio mercato interno.
In questo modo genererà attrazione verso di sé, ossia flussi di merci e capitali, ma anche amicizia e collaborazione, dai luoghi che adesso si avversano, oltre a rinvigorire la propria domanda interna, che come è noto langue. Fra i due litiganti il terzo gode, dice il proverbio. Ma forse alla lunga anche i litiganti ne avrebbero benefici.
L’EU dovrebbe, in sostanza, imitare la Gran Bretagna del XIX secolo di Peel e Gladstone, che rinunciando il larga parte ai dazi fece prosperare il mondo generando quella che gli storici chiamano la prima globalizzazione.
Diranno che l’idea che l’EU rinunci a dazi è una pura utopia. Ma si sbagliano: è una Eutopia.
Cartolina. La crisi difficile

Per ricordare quanto sia facile provocare una crisi e quanto sia difficile uscirne, basta ricordare l’andamento delle concessioni edilizie nell’eurozona, che sono ancora diversi decine di punti sotto il livello del 2008, quando scoppiò la bolla subprime, l’ennesima crisi partita dagli Usa. Sicché la produzione del settore delle costruzioni, in particolare del settore abitativo, è rimasta stagnante bel quindicennio successivo e ancora ai nostri giorni non esprime certo un trend allegro. Anche perché nel frattempo le concessioni edilizie sono sprofondate e meno della metà di quelle che erano nel 2008. E’ come se sul mattone gravasse una sorta di proibizione, che poi altro non è che una sfiducia persistente nella sua solidità. Ci siamo scottati malamente e ancora la ferita brucia. Aspettiamo adesso di vedere quanto profonde saranno le scottature provocate dai dazi. Ma nel frattempo la crisi del commercio è già cominciata.
Cartolina. La crescita possibile

Poiché sempre più vicini a noi risuonano svariati toni minacciosi, vale la pena ricordare che nessun destino si accanisce sulla nostra testa e che quello che ci succede, in larga parte, dipende dalle nostre scelte e in larghissima parte da quello che scelgono i nostri governanti, che comunque abbiamo scelto noi. Noi che possiamo farlo intendo. A tal proposito, una semplice simulazione elaborata da Ocse ci ricorda che una riduzione di un punto e mezzo percentuale nelle tariffe medie che affliggono il commercio internazionale farebbe crescere il pil mondiale di un quarto di punto e diminuire l’inflazione quasi altrettanto. Crescita senza inflazione è quello che tutti dicono di volere. Ma poi fanno il contrario di quello che servirebbe. E così la crescita possibile evapora. Diventa decrescita reale.
Rallenta il rally del mattone nelle capitali europee

L’ultimo bollettino economico della Bce contiene un lungo articolo dedicato alle vicissitudini del mattone europeo, reduce da un ventennio di saliscendi al termine dei quali il valore delle abitazione è comunque cresciuto parecchio, e quindi la ricchezza corrispondente da parte dei proprietari.

Come si vede dal grafico sopra, gli andamenti del mattone tendono a replicare quelli del pil, quasi sempre sovraperformandolo, per la semplice ragione che gli investimenti immobiliari, nell’ultimo ventennio, hanno potuto godere di condizioni particolarmente vantaggiose determinate dalla politica monetaria espansiva e da una crescita dei redditi tutto sommato robusta abbastanza da sostenere un indebitamento crescente. Parliamo, ovviamente, dell’Europa come un tutto.
Fra le varie informazioni contenute nell’articolo, che magari approfondiremo in altri post, una in particolare merita subito di essere messa in evidenza, perché ci racconta molto della nostra organizzazione socio-economica: il ruolo trainante delle capitali nel mercato immobiliare. Quasi sempre.
L’ultimo ciclo dei prezzi delle abitazioni, nota infatti la Bce, “ha evidenziato andamenti più bilanciati tra i prezzi nelle capitali e i prezzi medi nei rispettivi paesi”. L’andamento è visibile dal grafico che apre il post guardando la curva che mette in rapporto i prezzi nelle capitali con quelli del paese di riferimento. “Fino alla pandemia – scrive la Banca – i prezzi degli immobili residenziali nelle capitali avevano storicamente una crescita più marcata rispetto a quella registrata nell’insieme del territorio dei rispettivi paesi”. Tanto è vero che alla fine del 2019 i prezzi delle abitazioni nelle capitali superavano del 71% quelli del 2006, prima quindi della grande crisi finanziaria, a fronte del 28% di crescita dei prezzi registrato complessivamente nell’Eurozona nello stesso periodo.
Senonché, come dicevamo, con la pandemia questo squilibrio si è andato via via riducendo. Addirittura la crescita dei prezzi nelle capitali si sta rivelando più lenta di quella osservata nella media dei paesi dell’area. Da un parte questo potrebbe dipendere dal fatto che i prezzi nelle capitali hanno raggiunto un picco, ma “con maggiore probabilità anche l’impatto specifico e crescente della pandemia e le sue implicazioni per il lavoro a distanza, hanno permesso ai lavoratori di vivere più lontano dai propri
uffici e in posizioni meno costose”. Le capitali non sono così amate forse. Le persone vi cercano opportunità, ma quando possono, scappano.
Domanda debole e scarsa innovazione fanno crollare gli investimenti europei

Pure all’apice del successo, il flusso degli investimenti europei non ha superato una crescita dell’8% su base trimestrale, mentre se guardiamo il periodo fra il quarto trimestre del 2021 il quarto trimestre del 2024, arriviamo a una crescita complessiva del 6,8%, che si confronta con quello, più che doppio (15,4%) osservato negli Stati Uniti.
Si conferma, insomma, l’ampia divergenza fra le due economie, che poi si riflette anche sui tassi di crescita ben diversi. Ma non solo. Gli investimenti Usa non sono solo più abbondanti, hanno anche caratteristiche molto diverse da quelli europei. Gli Usa, infatti, primeggiano negli investimenti immateriali, quindi i prodotti di proprietà intellettuale, mentre gli investimenti europei della stessa categoria arrivano a stento alla metà.
L’Europa, quindi, ha un duplice problema sul lato degli investimenti: la loro quantità e la loro qualità. Quanto alla prima, la Bce, che al tema ha dedicato un approfondimento nel suo ultimo Bollettino economico, ipotizza che molto di questa lentezza, che la ripresa post Covid è riuscita solo in parte a contrastare, dipenda dalla debolezza della domanda europea. “Dall’inizio del 2022 la domanda interna di beni, una determinante fondamentale degli investimenti materiali in macchinari e attrezzature inclusi i trasporti, è stata notevolmente più modesta nell’area dell’euro”, scrive la Banca. Un problema annoso, che è alla base della lentezza della crescita economica nell’Europa mentre è la ragione della robustezza di quella statunitense, e, di conseguenza del suo deficit commerciale, che si riflette nel surplus europeo.
Domanda europea lenta, quindi, che ha fatto crollare l’utilizzo della capacità produttiva, peraltro carente nei settori più innovativi. A ciò si aggiunga che la fiducia nella regione europea non brilla anche a causa dell’incertezza crescente.

Dulcis in fundo, “un significativo differenziale di investimenti immateriali, relativo alla spesa per innovazione e per ricerca e sviluppo (R&S), che contribuisce ad ampliare il divario di produttività tra l’UE e gli Stati Uniti”. Negli Usa infatti, secondo un’analisi svolta dalla BEI “gli investimenti delle imprese statunitensi tendono inoltre a concentrarsi maggiormente sull’innovazione rispetto a quelli delle imprese dell’UE”, dove si investe per lo più in settori maturi (autoveicoli e attrezzatura) mentre negli Usa si punta su TLC, data center, IA.

Le imprese dal canto loro, oggetto di una survey specifica, lamentano difficoltà relativa al reperimento di personale qualificato, alti costi energetici, regolamentazione onerosa quali motivi di questa ritrosia a investire.

Ma probabilmente questo spiega solo una parte dei problemi. La Bce ha messo a confronto i 750 miliardi di euro messi a disposizione dal Next Generation Ue con gli 835 miliardi stazione dal governo Usa con l’Inflation Reduction Act (IRA) e il CHIPS and Science Act. Viene fuori che mentre in Europa i fondi, che pure dovevano essere usati per la transizione digitale e verde hanno avuto un “utilizzo molto graduale e ritardato”, negli Usa “tali programmi hanno già fornito una grande spinta agli investimenti privati”.
I problemi dell’Europa sono profondi, insomma. E chi pensa di risolverli iniettando soldi nel sistema dovrebbe ricordarlo. Specie adesso che si parla di investire massicciamente sulla difesa. Si rischia di fare tanto rumore per nulla.
Il costo energetico dell’intelligenza artificiale

La nostra breve ricognizione sul mondo dietro il mondo dell’IA, che abbiamo concluso la scorsa settimana, sarebbe incompleta se non ricordassimo che questa ennesima rivoluzione industriale richiede, come ogni rivoluzione, di essere alimentata con cospicuo dispendio di energia. Per giunta in un mondo che già deve alimentare a ritmi crescente le altre rivoluzioni che sono arrivate prima dell’IA.
Ad aiutarci ad avere un’idea informata di cosa stiamo parlando ci ha pensato la Bce, che nel suo ultimo bollettino economico ha proposto un breve approfondimento proprio sulla domanda crescente di energia che arriva dall’IA, osservando i consumi correnti e previsti dei data center, che come sappiamo sono il cuore dell’intelligenza artificiale.
Al momento questo consumo risulta alquanto limitato, scrive la Banca. Parliamo di circa 20TWh (Tera-watt/ora), pari allo 0,02% del consumo mondiale di energia. Ma siamo solo all’inizio, appunto. La fame di applicazioni IA sta letteralmente divorando la nostra immaginazione, e quelle cosiddette generative, la classica foto che chiedete di costruire a ChatGpt, consuma dieci volte l’energia che richiede una query sul vecchio motore di ricerca. E poiché amiamo tutti usare tempo (e quindi denaro) davanti a uno schermo, è facile immaginare che questo dispendio energetico crescerà esponenzialmente.
La prime avvisaglie di questa tendenza la Banca le ho trovate osservando i consumi energetici delle “magnifiche sette”, ossia le grandi aziende tecnologiche, fra le quali Alphabet, mamma di Google, e Microsoft, e quelli dei centri dati, che risultano essere cresciuti molto più rapidamente delle altre imprese inserite nello Standr&Poor’s 500. I dati dicono che mentre i consumi di queste ultime sono rimasti pressoché stabili, quelli delle Sette e dei centri dati sono cresciuti del 19 e del 7%.
Per il futuro l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) prevede che i centri dati, già l’anno prossimo, utilizzeranno l’80% di energia in più rispetto al 2022. L’IA dovrebbe generare consumi per altri 90 TWh, il 20% della crescita complessiva dei consumi energetici. Una quota che è pari al 4% dei consumi energetici dell’intera UE. Questa crescita si prevede sarà ancora più veloce in Cina e negli Usa.
Si pone perciò con decisione il problema di come alimentare queste applicazioni energivore. Le aziende stanno cercando soluzioni sostenibili, mentre i giganti del web starebbero anche esplorando l’opzione nucleare. Ma alla fine si dovrà per forza far ricorso al gas, meno inquinante di petrolio e carbone, per affiancare le fonti rinnovabili.
La buona notizia è che, secondo la Bce, l’impatto sui prezzi delle materie prime di questa impennata di consumi, secondo uno degli scenari elaborati, sarà limitato. I prezzi del gas potrebbero aumentare del 9% in Asia e in Europa e del 7% negli Usa.

Nel secondo scenario, che prevede che tale domanda sia coperta interamente da fonti rinnovabili, si stima aumenterà la domanda di minerali essenziali “ma è improbabile che i loro prezzi ne risentano in maniera significativa”, scrive la Banca, ricordando però che “la loro estrazione è fortemente
concentrata in specifici paesi, il che li rende particolarmente vulnerabili alle interruzioni delle catene di approvvigionamento e alle tensioni geopolitiche”.
Problemi potrebbero sorgere, semmai, nei prezzi interni dell’elettricità in alcuni paesi. La Bce fa l’esempio dell’Irlanda, che è un paese che ospita molti centri dati, che è uno di quei paesi che “potrebbero incontrare notevoli difficoltà nel soddisfare, a livello locale, la crescente domanda di intelligenza artificiale”. Bisognerà cercare di capire come risolvere il problema. Ma basta chiedere a ChatGpt.
Cartolina. I casalinghi

Degli italiani si conosce la passione per il mattone, che oggi ci colloca in cima alla classifica europea delle persone che vivono in casa di proprietà, mentre gareggiamo con Grecia, Spagna e Portogallo per la percentuale di persone che vivono in abitazioni concesse a titolo gratuito. Quindi comunque, tiro a indovinare ma non dovrei sbagliare troppo, case di famiglia. Gli inquilini, ossia coloro che devono pagare un affitto per abitare da qualche parte, da noi sono un minoranza, e infatti siamo in coda nella classifica di chi vive in affitto. Questo duplice primato, maggior numero di proprietari e minor numero di inquilini, unito a un probabile ex aequo su chi abita gratuitamente, non è solo un fatto economico, pure se ha rilevanti conseguenze economiche. E’ un fatto dello spirito. Racconta del nostro carattere e di una nostra tendenza che nel tempo si è sviluppata enormemente: siamo diventati tutti casalinghi.
Cartolina. La difesa del debito

Dei debiti che i governi devono fare per pagare gli interessi sui debiti sembra non importi a nessuno. Perciò questo costo, subdolamente, cresce di anno in anno, e crescerà ancora di più nei prossimi, visto che a meno di sorprese che sarebbe meglio non avere, perché di solito sono brutte, le banche centrali sembrano intenzionate a far salire ancora i tassi di interesse. Sicché, malgrado sia segnalato in rosso in tutti i rapporti degli organismi internazionali, il costo degli interessi sul debito viene sostanzialmente ignorato. E tuttavia non è meno che rilevante. In rapporto al pil, e in media Ocse, supera di gran lunga non dico la protezione ambientale, della quale in fondo ci importa solo a danno conclamato, ma anche la mitica spesa per la difesa, che ormai occupa tutti i nostri pensieri. Spendiamo più per difenderci dai creditori reali che per difenderci dagli aggressori potenziali. Questo ci aiuta a capire cosa ci spaventi di più.
