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Matrimonio ferroviario a Duisburg fra Cina e Germania


E’ rimasta confinata fra le righe dei notiziari specializzati la notizia dell’accordo fra i giganti cinesi della Cosco e il porto di Duisburg – Duisport – per investire 110 milioni di dollari sul futuro Duisburg Gateway Terminal. Ossia quello che dovrebbe diventare nelle intenzioni dei soci – 30% cinesi, 30% tedeschi e il resto in parte uguali fra l’operatore intermodale svizzero Hupac e la compagnia olandese HTS Group – il più grande terminal interno di container trasporti via ferrovia fra Cina e Germania.

Qualcuno ricorderà l’importanza di Duisburg per il trasporto ferroviario con la Cina. La cittadina tedesca, che ospita il più grande porto interno europeo, già da tempo è il terminale di un trasporto ferroviario cresciuto intensamente nel corso degli ultimi anni grazie al via vai di merci legate alla produzione automobilistica, anche se non esclusivamente. I sussidi del governo cinese hanno sicuramente incoraggiato questa scommessa e adesso, dopo circa un decennio, pare si voglia alzare la posta in gioco.

I lavori cominceranno l’anno prossimo e dovrebbero concludersi per il 2022, con l’ambizioso obiettivo di più che raddoppiare, portandoli almeno a 100 a settimana, il numero dei treni sulla tratta con la Cina. Un investimento strategico per i cinesi, ma anche per i tedeschi, visto che, come ha spiegato il CEO di Duisport “in questo modo consolidiamo la nostra posizione di leadership nel commercio cinese, creando lavoro, e rafforzando il Nord Reno-Westfalia come location logistica più importante d’Europa”.

Come dato basti ricordare che già il 30% del trasporto merci ferroviario fra Europa e Cina passa per Duisburg, da dove partono ogni settimana una quarantina di treni diretti in almeno una dozzina di cittadine cinesi. Secondo alcune fonti, ciò ha consentito di portare a oltre 324 mila TEU, nel 2018, il volume degli scambi fra Cina ed Europa trasportati su ferro, con la previsione che arrivino a 742 mila entro il 2027, con evidente beneficio per le economie dei territori attraversati, a cominciare da quella della Germania ovviamente.

La convenienza tedesca, insomma, somiglia a quella della Grecia, che da un decennio ha ceduto ai cinesi il controllo del porto del Pireo, vendendo loro il 67% dell’autorità del porto per 420 milioni di dollari. E somiglia pure a quella che sta perseguendo l’Italia, siglando il MOU per la Bri e, più indirettamente, tramite la cessione di asset del porto di Trieste all’Ungheria.

La storia è semplice: i cinesi devono fare arrivare (e partire) le merci dall’Europa occidentale, che sembra aver riscoperto la sua vocazione di penisola euroasiatica, anche per stabilizzare il suo commercio internazionale in fibrillazione a causa dei malumori statunitensi.

C’è un’altra considerazione da fare. I  trasporti terrestri sono ancora una piccola quota dei trasporti totali – oltre il 90% avviene per mare – ma per la Cina è essenziale favorire lo sviluppo di rotte commerciali alternative a quelle marittime, che in un modo o nell’altro ricadono nel pieno controllo degli statunitensi. Tutte le vie cinesi portano in Europa. Meglio se via terra.

 

Mamma li turchi: si son riempiti di debiti


Quando il premier di un grande paese come la Turchia scomoda il solito complotto e addirittura fa aprire un’indagine contro la speculazione internazionale che azzoppa la valuta, vuol dire che ormai il danno è fatto. E se poi lo stesso premier accusa una non meglio identifica “lobby” di strumentalizzare le proteste interne, alle quali abbiamo assistito in queste settimane, per i suoi fini finanziari, vuol dire che il paese è sull’orlo di un precipizio.

Invece quello che sta succedendo in Turchia era ampiamente prevedibile. Anche nel paese euro-asiatico si sta replicando il copione che abbiamo visto in questi  anni operare dappertutto: grandi flussi di risorse vengono indirizzate verso un paese, sotto forma di investimenti diretti o di portafoglio, perché in quel paese si possono spuntare rendimenti interessanti. Il paese vive una fase di euforia, alimentata dal credito facile erogato grazie a questi finanziamenti, e i prezzi degli asset esplodono. Tutto ciò fa salire il livello di indebitamento, specie del settore privato. Poi i capitali defluiscono e la pacchia finisce. La valuta finisce sotto pressione, costringendo la banca centrale a bruciare le sue riserve, fino a quando, inevitabilmente ai arriva alla svalutazione.

E’ successo anche da noi, nel 1992.

Oggi tocca alla Turchia. La Banca centrale Turca, scrive il Financial Times, è stata costretta a vendere 1,3 miliardi di valuta straniera in un giorno per sostenere la Lira turca, che non smette di indebolirsi. Ma bastava vedere gli ultimi dati disponibili della bilancia dei pagamenti, e l’abbondante reportistica pubblicata da Ocse e Fmi, per capire che tale deriva era inevitabile.

Cominciamo dalla Bilancia dei pagamenti. Il saldo del conto corrente, nel periodo gennaio-maggio 2013, ha segnato un deficit di quasi 32 miliardi di euro, sei in più del corrispondente periodo del 2012. Il peggioramento del saldo dipende dal crescente sbilancio fra importazioni ed esportazioni, e dell’aumento di oltre 1,5 miliardi dei redditi pagati all’estero. Per anni gli investitori hanno guadagno cifre rispettabilissime comprando bond turchi. Tanto è vero che gli investimenti di portafoglio passivi, ossia i soldi che la Turchia si è fatta prestare dall’estero (debito, afflusso: segno più sulla bilancia dei pagamenti) sono passati dai 6,2 miliardi del periodo gennaio-maggio 2012 ai 16,7 miliardi del gennaio-maggio 2013.

Ma è tutto l’indebitamento del settore privato che è cresciuto, sia bancario che corporate. Nei primi cinque mesi del 2013 le banche avevano assorbito flussi per  16,8 miliardi, a fronte dei 10,8 del 2012, mentre gli altri settori 6,7 a fronte dei 5.9 del 2012. Tutto ciò ha avuto un effetto devastante sulla Niip, ossia la posizione internazionale netta degli investimenti, quindi il saldo fra asset e debiti. Il deficit già robusto di 418 miliardi di dollari registrato a fine 2012 si è ulteriormente aggravato, raggiungendo il picco di 450,8 miliardi ad aprile 2013.

 Questa montagna di debito privato ha fatto sprofondare il saldo di conto corrente, che nel 2011 quotava il 9,7% del Pil (che era di circa 1.100 miliardi ai prezzi correnti): il peggiore dopo quello degli Usa. E le previsioni, sia del Fondo Monetario che dell’Ocse non sono per niente rassicuranti. Il Fondo stima che, dopo il calo registrato nel 2012, il deficit di conto corrente tornerà all’8,4% del Pil entro il 2018.

Stando così le cose, non c’è da stupirsi che la Lira turca perda colpi. E poco importa che la Turchia abbia sistemato i suoi conti pubblici, regolando le sue pendenza con il Fondo monetario e portando il rapporto debito/pil al 40%. Anche perché tale risultato è stato raggiunto sostanzialmente facendo aumentare il debito privato e quello estero. E sono queste le grandezze alle quali i mercati fanno riferimento, quando valutano lo stato di salute di una moneta.

E infatti un rapporto di Goldman Sachs, citato da Bloomberg, spiega con chiarezza che “sono aumentati i rischi di shock esterni per la Turchia, che pongono potenziali minacce per il tasso di cambio e la stessa stabilità finanziaria”, mentre il livello dal debito privato viene giudicato “insostenibile”.

Sicché adesso la banca centrale turca si trova a dover gestire una situazione a dir poco complessa, come spiega il Fmi in un articolo intitolato “Scene from a centrale Bank”, pubblicato lo scorso 2 aprile. Un classico dilemma: rilassare la liquidità, tenendo bassi i tassi, al prezzo però di una crescita dell’inflazione e dell’indebolimento della valuta, oppure alzare i tassi, per tenere anche costante l’affusso di capitali, visto che i debiti a lungo termine dei turchi sono finanziati con prestiti a breve, per stabilizzare la valuta e abbassare l’inflazione. Solo che alzare i tassi fa raffreddare la crescita. Ossia ciò di cui la Turchia non ha bisogno, stante l’attuale montagna di debiti che ha accumulato e che deve in qualche modo ripagare.

Anche per la Turchia, insomma, si ripopone il dilemma che abbiamo già visto operare per il resto del mondo: quello fra squilibrio e depressione.

Al momento la Banca centrale si è limitata a vendere riserve per sostenere la valuta, calate di oltre 40 miliardi in questi mesi, piuttosto che alzare i tassi. Ma sappiamo per esperienza diretta (1992) che alla lunga non gliela si fa.

In questo contesto accusare le lobby e aprire inchieste contro la speculazione assomiglia a una disperata mossa politica, nel giorno in cui la Lira turca arriva a quotare 1,96 sul dollaro. Scomodare le cospirazioni internazionali giova soltanto a nascondere sotto una nebbia indistinta quello che invece è chiaramente scritto nei bilanci: la Turchia ha pagato a caro prezzo, e continuerà a pagare, la grande crescita a debito di cui è stata protagonista in questi ultimi anni.

La protesta di Gezi Park, in tal senso, è icastica. Il popolo è sceso in piazza contro la decisione di tagliare degli alberi secolari per far spazio a un centro commerciale, ossia il miglior simbolo possibile del grande boom immobiliare (per non dire bolla) che ha travolto il mercato turco. Lo stato è intervenuto pesantemente per reprimere la protesta, che non si è ancora conclusa. Ma è lo stesso stato che ha voluto questo boom e che adesso accusa i “poteri forti internazionali” di strumentalizzare i contestatori, accusati di voler fermare la crescita, per destabilizzare la Lira turca.

Chi è causa del suo male dovrebbe pianger se stesso.

Non spararsi addosso.