Ecco quanto ci costerebbe un crack bancario stile 2008


Pensare al meglio e prepararsi al peggio, ammonisce la saggezza popolare, che ormai scopro essere patrimonio persino dei cerebralissimi economisti di Bruxelles.

Costoro, assai versati nel maneggio di algoritmi, come peraltro tutti gli esemplari di questa nutrita genìa, ci hanno regalato un delizioso paper l’aprile scorso (“Banking Stress Scenarios for Public Debt Projections”) che mi è suonato come un omaggio, postumo ma non per questo tardivo, proprio  a quel buonsenso che l’economania matematizzata che impera nel nostro evo ammalato aveva relegato nello sgabuzzino delle scope del pensiero, a uso di vecchi e bambini.

Lo hanno fatto chiedendosi una cosa che ci chiediamo tutti: cosa succederebbe ai bilanci pubblici, e quindi in definitiva a ognuno di noi noi, se si verificasse un crack bancario stile 2008?

Già il fatto che se lo chiedano è di per sé degno di nota. In fondo non deve essere così remota, questa possibilità se ha dignità di ricerca.

Anche perché quasi 600 miliardi dopo – tanto è costato all’incirca agli stati europei il salvataggio del sistema bancario otto anni fa – è quantomeno saggio chiedersi quanto ci costerebbe di nuovo ripulire le banche dai loro problemi, che in fondo sono i nostri. Almeno per sapere se possiamo permettercelo.

Ed è qui che l’econometrista dà il meglio di sé. Produce cifre belle tonde, al netto certo di astrusissime ipotesi, ma si spinge ancora oltre. Ne fornisce pure per mostrare come il conto di un altro crack diminuirebbe sensibilmente con un sistema di bail in funzionante e meglio ancora con un fondo di risoluzione gonfio di denari da spremere.

Ed è così, in questo lieto fine, che l’economia suggella il suo ennesimo matrimonio con la politica, con la quale è tutt’uno, checché ne dicano gli specialisti.

Ma poiché di chiacchiere ne ho fatte già troppe, passo a illustravi per sommicapi teorie e conteggi di questo notevole lavoro, dandovi subito la migliore delle notizie: al bilancio pubblico italiano, nella peggiore delle ipotesi, le banche da salvare costerebbero appena uno 0,89% del Pil: una decina di miliardi.

I risultati sono sommarizzati in una semplice tabella, che però richiede una qualche prolusione per essere apprezzata.

Vale la pena ricordare i danni che possono fare le banche ai bilanci pubblici. E il caso dell’Irlanda, che fra il 2007 e il 2013 ha visto il debito/Pil crescere di quasi 100 punti, o della Spagna, dove è cresciuto “solo” il 50%, è più che giovevole alla bisogna.

Vi risparmio la premessa tecnica e metodologica. Basta sapere che le stime sono ricavate dal modello Symbol (Systemic Model of Banking Originated Losses) che simula le perdite utilizzando dati bancari reali presi da Bankscope, un database commerciale.

Nel modello si stima un monte di asset bancari pari a oltre 37 trilioni di euro, che copre il 72% del totale degli asset bancari europei. Di queste banche, 71 sono considerate sistemiche perché hanno asset superiori a 3 miliardi di capitale Tier 1, cui corrisponde un indice, ai sensi di Basilea III, dell’8%.

Sulla base dell’esperienza post 2008, che ha condotto a perdite e ricapitalizzazioni per un totale di circa 590 miliardi, il modello ipotizza un impatto simile di una ipotetica crisi futura, con l’avvertenza che si tratta di una probabililtà “teoretica” più che teorica quella che la magnitudo di una futura crisi abbia impatto simile a quella post 2008.

Insomma, al netto di queste ed altre ipotesi, il modello estrae alcune stime che, al di là della loro attendibilità ci dicono alcune cose sul sistema bancario europeo e in particolare su quali sistemi bancari nazionali siano più o meno robusti. La simulazione ipotizza che l’evento bancario traumatico si verifichi nel 2015.

La prima informazione che traggo dai risultati è che i paesi più esposti, dal punto di vista fiscale, a causa della fragilità del loro sistema bancario sono il Portogallo, che rischia di pagare fino al 6% del Pil il crack delle sue banche, quindi la Spagna e l’Olanda, cui un dissesto bancario potrebbe costare fino, rispettivamente, al 3,5 e al 4% del Pil.

Anche la Francia, che ha uno dei sistemi bancari più importanti dell’area, rischia di pagare un conto salato, quasi il 3% del suo Pil. Al contrario Belgio e Italia se la caverebbero con relativamente poco: 0,76 il Belgio e 0,89 l’Italia. Il primo perché il peso degli RWS (risk-weighted assets), ossia gli asset ponderati per i rischio, è basso. La seconda perché ha un alto livello di capitalizzazione.

La Germania se la caverebbe con l’1,73%, un po’ più dell’UK, all’1,66%.

I risultati cambiano, ed è facile capire perché, se attorno al bilancio pubblico viene attivato il salvagente del bail in e del fondo di risoluzione, ossia tutto ciò che l’Europa ha realizzato nell’ultimo biennio, in particolare con l’approvazione dell’Unione bancaria.

Nel caso italiano, l’applicazione del bail in ridurrebbe l’onere a carico del bilancio pubblico allo 0,45% e se fosse operativo anche il fondo di risoluzione, arriveremmo allo 0,05%. Per gli altri paesi il copione si replica, ma vi risparmio le cifre perché il ragionamento è chiaro.

Bail in e fondo di risoluzione, insomma, abbattono notevolmente l’impatto delle crisi bancarie sul bilanci dello stato.

Come volevasi dimostrare.

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  1. Ruggero Meli

    Sono disguastato, pensano sul serio che rubando i soldi ai correntisti si risolva il problema? Ma dicono sul serio. Lo facciano una volta, una sola volta nella storia, e possiamo dire addio al sistema bancario per come lo abbiamo conosciuto da sempre. Da quel momento in poi solo oro argento diamanti e forse bitcoin in caveau privati non-bancari.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      ricordo che il bail in non si applica ai correntisti assicurati, quindi ai conti superiori, nel caso italiano, a 103 mila euro. osservo pure che il bail out scarica i costi dei salvataggi sulla fiscalità generale 🙂
      grazie per il commento

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      • _beneathsurface

        Correttissima replica, Maurizio. Anche se, non vorrei sbagliare, non mi sono ancora arrivate da Bruxelles news sulla sigla della “terza gamba” del Single Resolution Mechanism, cioè proprio la legge sulla assicurazione dei depositi correnti e a vista.
        Vale in principio ogni singola legislazione nazionale, a livello locale, e pure, se non erro, con una certa aliquota di interventismo pubblico, pur da definire a priori con la Commissione europea x ovvi problemi di rispetto di fiscal compact e via cantando.

        Piuttosto, ti chiedo una cosa e mi risparmio la lettura dello studio econometrico.
        Tali stress test immagino saranno stati condotti con una metodologia non dissimile da quelli EBA-BCE dell’ultimo Comprehensive Assesment, giusto?
        Intendo dire: hanno anche in questo studio discriminato fra titoli pubblici dello stato A (con crescota nulla, produttività e competitività calanti e alto debito, e quindi più reattivi a crisi dei mercati), e stato B (minor debito, crescita magari modesta ma almeno positiva e consumi interni in tenuta, grande fiducia internazionale e forte competitività, con titoli giudicabili meno sensibili a terremoti)?
        Facciamo due paragoni: italia e germania¡ 😉

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        no lo studio non fa questa differenza. suggerisco comunque di dargli un’occhiata anche veloce, perché la questione è astrusa.
        grazie per il commento

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  2. _beneathsurface

    Dovrei leggermi il paper, ma non ne ho nessuna voglia…mi limiterò a fare congetture polemiche sul fatto che è arcinota la maggior esposizione delle banche nordiche verso titoli piuttosto che verso credito, perciò uno studio che parta dall’ipotesi “meno tot % x tutti” e arrivi a dire che la situazione tedesca è equilibrata mi sembra un pò azzardato.
    Comunque, al primo fischio di fine partita del QE la polvere si sarà già alzata e come calerà vedremo cosa rimane.

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