La bomba a tempo del debito pubblico Usa


All’ombra delle cronache, veloci e superficiali, la bomba a tempo del debito del governo Usa, continua a bruciare la sua miccia, che è ancora lunga per fortuna loro e nostra. Ma brucia. E che sia preoccupante, questa combustione, lo testimonia l’attenzione con la quale l’epopea di questa mostruosità contabile viene monitorata – e per evidenti ragioni – da osservatori assai più competenti di me, che pure sospetto qualcosa.

Troppo lungo e sicuramente stucchevole sarebbe riprodurre qui la mole di analisi sul debito pubblico Usa prodotte in questi anni, anche perché dicono tutte più o meno la stessa cosa: i debiti del governo crescono a rotta di collo e sono bene inseriti lungo un percorso di insostenibilità, con conseguenze che possiamo immaginare. E soprattutto concordano sul punto dolente: uscire fuori da questa situazione è molto difficile. Tutte le strade che si può immaginare di percorrere spuntano in un vicolo cieco, rappresentando infine il debito pubblico Usa la perfetta epitome del nostro tempo cresciuto tanto e male, e in costante debito – questo sì – di resa dei conti. Col risultato che, a furia di posporlo questo redde rationem, viviamo un bad equilibrium dove imperano l’incertezza – che oggi si chiama volatilità – e l’insicurezza, che oggi si chiama bassa crescita.

Affinché non pensiate che queste riflessioni siano frutto esclusivo della mia fantasia, mi sembra opportuno mettervi a parte di un articolo pubblicato di recente sull’economic quaterly della Fed di Richmond, che di sicuro giudicherete attendibile, se non altro perché è scritto in casa. Il succo sta in un paio di grafici, il primo che riporta le previsioni di entrate e uscita del bilancio pubblico a norme vigenti e a norme che si prevede saranno vigenti secondo l’attuale intonazione del dibattito politico. Il secondo invece fotografa l’andamento del debito pubblico dal 1940 e con una doppia proiezione, la prima riferita alla legislazione vigente, e la seconda a quella sotto le leggi che si presume saranno approvate a breve.

Per apprezzare questi grafici, tuttavia, serve un supplemento di informazioni. La prima cosa che dobbiamo sapere è che il debito a cui si fa riferimento nell’analisi è il cosiddetto debt held by the public, ossia principalmente quello rappresentato dai Treasury esistenti compresi quelli detenuti dalla Fed. Quindi non è l’intero debito pubblico. Dentro non ci sono i debiti, per esempio di Fannie Mae e Freddie Mac, e di altre entità federali. Inoltre, parliamo di debiti esistenti, non potenziali, che, come abbiamo visto, rappresentano un’altra bella partita.

La seconda informazione è che dal tempo a cui i grafici sono riferiti, la situazione è peggiorata. Il debito è aumentato sia in valore assoluto, che in relazione al Pil. Quindi in qualche modo la situazione sta evolvendo più rapidamente di quanto i dati raccolti nell’analisi lasciano immaginare, avvicinandosi sempre più alla soglia psicologica del 109% del Pil, ossia quanto era il debito nel 1946, alla fine della guerra (nel terzo trimestre 2015 si era intorno al 72%) ed è anche facile capire perché.

Per svolgere i loro ragionamenti, gli autori hanno fatto riferimento alle previsioni del Congressional Budget Office (CBO), l’ente giudicato “non partisan” che svolge le previsioni di bilancio di lungo termine. Ed è proprio il lungo termine il problema. Questioni innanzitutto demografiche, più invecchiamento significa più pensioni e più spesa sanitaria,  e quindi spesa pubblica in aumento, ma anche più strettamente politiche – la riluttanza a tagliare le spese e aumentare le tasse – rendono l’equibrilio fiscale Usa materia da equilibristi e gli spazi di manovra della politica monetaria sono ormai sono ridotti al lumicino. Se la politica della Fed ha consentito di portare la spesa per gli interessi sul debito al livello più basso dalla seconda guerra mondiale, tutte le altre spese del bilancio federale sono previste in aumento.

Tutto ciò pone il problema di come sostenere la credibilità di un bilancio siffatto, atteso che gli Usa non sono un paese come tutti gli altri, visto il ruolo che svolge il loro debito, sotto forma di moneta e di obbligazione di stato, nel sistema finanziario internazionale. Ossia: i creditori degli americani possono pure continuare a farsi piacere i dollari e i Treasury, in mancanza di alternative, ma certo questo non è un buon viatico per la stabilità internazionale.

Lo studio fa una rapida ricognizione dei sistemi classici con i quali si può abbattere un debito statale, a cominciare da quello più facile: l’inflazione. Ma i calcoli degli autori lasciano capire che è una strada senza uscita. E’ stato calcolato che per abbattere il debito pubblico del secondo dopoguerra dal 97,2% del Pil al 16,9 ci sono voluti 30 anni e che solo il 20% di questa riduzione è dipesa dall’inflazione.

Più di recente è stato calcolato che un’inflazione del 4% per almeno 10 anni servirebbe ad abbattere l’enorme montagna di debito cumulato da 2008-9 in poi di appena il 25%. Se l’inflazione arrivasse al 18% ma per solo due o tre anni, la stessa montagna diminuirebbe fra il 3 e l’8%. Ma immaginate cosa significherebbe un’inflazione del genere a livello sociale, politico e internazionale: tanta spesa per poca resa. “Ciò suggerisce che l’inflazione non è una strada percorribile per ridurre un debito di questo livello”.

Che fare allora: la soluzione, scrivono, non può arrivare dalla politica monetaria, ma deve arrivare dall’autorità fiscale. Mamma banca centrale, insomma, può fare poco. Serve l’intervento di papà governo, chiamato ad adottare decisioni difficili. Spegnere la miccia che sta bruciando sotto la bomba del debito pubblico americano e farlo anche in fretta, vista la velocità alla quale procede: il debito rischia di triplicare nell’arco di un quindicennio.

Il problema è che mamma e papà hanno cresciuto figli viziati.

E adesso questi rampolli sono pure diventati vecchi.

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