Il Def, Bankitalia e l’ottimismo disfunzionale del governo


Se il problema fosse che il governo italiano è troppo ottimista sul futuro della nostra economia, non sarebbe un problema. L’ottimismo del governo, al contrario, è o dovrebbe essere un viatico per rilanciare gli animal spirit imprenditoriali che nel nostro paese sono fin troppo addomesticati. Il problema invece è un altro: l’ottimismo del governo rischia di rivelarsi disfunzionale rispetto agli obiettivi che lo stesso governo si propone. Questo spiega la tendenza vagamente dilatoria nel rispetto dei nostri obiettivi di bilancio, ad esempio relativamente agli obblighi europei, che rischiano di essere letti come un semplice costume nazionale. Il che giova poco alla fiducia.

Per questa ragione, mentre leggevo la lunga audizione del direttore generale di Bankitalia in Parlamento, dove si discuteva del DEF, il documento economico e finanziario del governo, non era tanto la circostanza – che pure la stampa ha rilanciato in grande spolvero – che le previsioni del governo sulla crescita fossero giudicate ottimistiche che mi preoccupava, quanto il contesto generale, che dalla lettura appare vagamente sgradevole.

Comincio da un prima osservazione che conferma una sensazione ormai consolidata: “Non vi è più evidenza – dice Signorini – che la disponibilità di credito sia un ostacolo rilevante per le scelte di investimento; il credito alle imprese non cresce essenzialmente a causa della debolezza della domanda”. In realtà questa tendenza era osservabile già dal 2014, e il fatto che oggi sia una notizia ufficiale conferma che la radice dei problemi del paese è molto profonda. E’ interessante notare, ad esempio, che “l’andamento dei prestiti è migliore nelle imprese con più di 20 addetti e in quelle dei servizi; rimane negativo nel settore delle costruzioni”. Così come la circostanza, che per anni ha alimentato i nostri dibattiti, che “prosegue la riduzione dei tassi di interesse sui nuovi prestiti e si è ormai quasi annullato il differenziale nel costo medio del credito alle imprese tra Italia e area dell’euro”.

Quindi se l’offerta di credito non è più un problema (al netto almeno del fardello rappresentato dalle sofferenze bancarie), se i tassi sono ormai allineati alla media europea, allora è proprio nella costituzione psicologica del nostro tessuto produttivo che occorre ricercare la causa del problema. A dimostrazione di ciò, valga un’altra evidenza: “Nei tre mesi terminanti in agosto il credito al settore privato non finanziario ha ristagnato. Mentre crescono ancora i finanziamenti alle famiglie (1,4%) i prestiti alle società non finanziarie si sono contratti dell’1,2%”. Il credito sta arrivando alle famiglie, quindi, ma non alle imprese. Non perché non ci sia, ma perché non lo vogliono. La conseguenza è che la domanda interna, che aveva spinto il Pil nel primo trimestre, ha stagnato nel secondo, compensandosi appena il calo degli investimenti in macchinari e attrezzature con un aumento nella spesa per i mezzi di trasporto. Gli italiani hanno comprato più automobili.

Ma questo andamento, squisitamente congiunturale, contrasta con quello tendenziale. “Dall’avvio della ripresa, nel 2014 gli investimenti sono stati meno dinamici sia rispetto agli altri paesi dell’area dell’euro, sia rispetto a quello che normalmente si osserva nelle fasi di uscita da una recessione”, spiega Signorini. E questo principalmente perché gli imprenditori hanno scarsa fiducia sulle prospettive della domanda. Insomma, la congiuntura può anche essere positiva, ma il trend rimane avverso, vagamente depressivo.

Questa anomalia si osserva anche sul mercato del lavoro che, dice, “dà segnali nel complesso positivi”. Nel 2015, “grazie ai provvedimenti di decontribuzione”, l’occupazione è cresciuta più rapidamente del prodotto”. L’andamento è proseguito nella prima parte del 2016, quando hanno iniziato ad emergere segnali di rallentamento “presumibilmente anche in connessione con il ridimensionamento della decontribuzione”. In pratica l’economia si rianima dopo uno stimolo, ma non riesce a riavviarsi. E’ proprio questa caratteristica che rischia di rendere disfunzionale l’ottimismo del governo. La logica spendo per far ripartire l’economia, insomma, non arriva alla radice del problema. Con l’aggravante che peggiora lo stato dei conti pubblici, già in sofferenza per il deprimersi della crescita.

Sorvolo sulle divergenze di vedute sulle previsioni del Pil, già ampiamente illustrate dalla stampa. Più interessante valutare le conseguenze delle politiche del governo. Nell’insieme, spiega Signorini, “le misure previste per il 2017 comportano un aumento dell’indebitamento netto di quasi mezzo punto percentuale del PIL rispetto al suo valore tendenziale”. A fronte di questo aumento dovrebbero registrarsi aumenti di prodotto superiore, fino a 0,6 punti, la metà dei quali dovrebbero arrivare dal mancato aumento dell’Iva, e il resto dalle altre misure espansive. Stime che Bankitalia giudica con estrema prudenza. Inoltre “il governo ha chiesto al parlamento l’autorizzazione ad accrescere il disavanzo fino ad altri 0,4 punti” per finanziare le spese eccezionali, come quella per il terremoto. Ciò a fronte di una finanza pubblica che quest’anno ha vissuto su un crinale pericoloso, con, da un parte il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche in leggero miglioramento, così come il deficit, e, dall’altra, un peggioramento del disavanzo strutturale, previsto in aumento di mezzo punto rispetto al 2015. Ricordo che il disavanzo strutturale è una di quelle invenzioni che danno corpo al complesso strumentario dei vari fiscal compact europei.

Signorini spiega che la strana situazione per la quale a un deficit minore corrisponde un disavanzo strutturale maggiore dipende dalla migliore situazione congiunturale (ancora un volta) e dalla ulteriore diminuzione della spesa per interessi (0,2 punti di pil). La finanza pubblica italiana, insomma, sta in precario equilibrio sostanzialmente per ragioni esogene. E questo dovrebbe preoccuparci assai più delle diverse previsioni di crescita. “Per il 2016, secondo le regole di bilancio europee, il nostro Paese avrebbe dovuto realizzare un miglioramento del disavanzo strutturale pari a 0,5 punti percentuali del prodotto”, ricorda il Dg di Bankitalia. Le varie contrattazioni in sede europea hanno concesso alcuni decimali di flessibilità al governo, ma gli effetti sul rispetto delle regole europee non verrà valutato prima della primavera prossima. Abbiamo spuntato ancora qualche mese di tempo.

Sul versante del debito, il quadro è ancor più fosco. Ad aprile 2016 il Def aveva ipotizzato un calo del debito sul Pil di 0,3 punti. Nella nota di aggiornamento recente, tale miglioramento viene rimandato all’anno prossimo, allungando la sequela di rinvii di riduzione del debito che i vari governi italiani hanno collezionato negli anni.  Il che non aiuta certo la fiducia. Rimane il fatto che nel 2016 il debito/pil, crescendo di altri 0,5 punti arriverà al 132,8%. E’ interessante osservare che 0,4 punti di questi 0,5 dipendono dalla minore crescita, che abbassa il denominatore. La parte restante dipende dai minori proventi da privatizzazioni. “Negli ultimi anni l’ammontare delle privatizzazioni effettivamente realizzato è stato quasi sempre inferiore ai programmi”, nota il banchiere. Il problema dell’ottimismo, quando non arriva a generare fiducia, è che rischia di scontrarsi con il realismo delle cifre. E in tal senso divenire disfunzionale. Diventare non credibile.

Se guardiamo, ad esempio, le previsioni per il prossimo triennio, vediamo che a legislazione vigente il governo conta di raggiungere l’agognato pareggio nominale nel 2019, pure considerando il peggioramento del deficit netto in tutti e tre gli anni, solo in parte compensato dalla ulteriore riduzione della spesa per interessi (0,1 punti). Poi il debito dovrebbe scendere dall’anno prossimo e arrivare al 126% del pil nel 2019.

Se guardiamo le stesse previsioni tenendo conto delle politiche programmate, Signorini sottolinea come “il governo ritenga che, data la situazione congiunturale, sia controproducente una correzione strutturale nel 2017”. E poi che “il governo intende evitare l’inasprimento delle imposte indirette disposto dalla legge di stabilità per il 2015 e compensarne solo in parte gli effetti, con interventi di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale e di revisione della spesa”. Lotta all’evasione e spending review come panacea delle correzioni. C’è tutta una letteratura economica nel nostro paese su questi temi. E il fatto che si scriva un altro capitolo di questo libro monumentale non giova all’entusiasmo.

Non è certo casuale la sottolineatura che “per il 2017 il governo annuncia ulteriori interventi in materia previdenziale e di sostegno degli investimenti pubblici e privati”, così come la circostanza che “la Nota non riporta indicazioni specifiche relative ai principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il prossimo triennio e agli effetti finanziari attesi in termini di entrata e di spesa”. In compenso, lo abbiamo già visto, il governo ha chiesto al parlamento di poter fare più deficit in caso di “eventi eccezionali”. In ogni caso, il governo prevede il pareggio per il 2019 e il calo del debito, riconoscendo tuttavia che quest’anno e il prossimo l’Italia non rispetterà la regola europea del debito, mentre dovrebbe accadere sempre per il 2019. Tutto sta a crederci.

Il problema del Def, in fondo, è tutto qua. Tratta di previsioni che in gran parte si costruiscono sulla fiducia. E a novembre, qualdo l’Ue dovrà dare una valutazione, vedremo se la Commissione Ue ne avrà per il governo italiano. E soprattutto se ne avranno gli italiani, che in fondo sono gli artefici della loro crescita. Fra dire e fare (DeF) c’è di mezzo il DeF (documento di economia e finanza).

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  1. vincesko

    Il vice direttore della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, audito in Parlamento, evidentemente non sa fare le sottrazioni, operazione che fa ogni anno l’avanzo primario italiano, il più alto in UE28 assieme a quello della Germania, sottraendo risorse all’economia reale.
    Ed anche quest’anno non ha ri-letto l’intervento del suo Capo, Ignazio Visco, alla cena al Palazzo Reale a Napoli nel 2014 e la sua intervista al Mattino, in cui criticò le scelte fatte nel 2010 con la Grecia, e insiste con la solita ricetta fallimentare (equilibrio di bilancio e privatizzazioni).

    La svolta di Visco: l’Europa ha sbagliato nel 2010, e ora i banchieri centrali pensino al benessere della gente e non ai parametri
    di Guido Gentili. Analisi di Alberto Quadrio Curzio e Luigi Zingales 5 ottobre 2014

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-10-05/la-svolta-visco-europa-ha-sbagliato-2010-e-ora-banchieri-centrali-pensino-benessere-gente-e-non-parametri-152936.shtml

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  2. vincesko

    La colpa del PdC Renzi è di proclamare a parole la guerra alle regole dell’UE, ma, nei fatti, di essere il Paese che le rispetta di più, accontentandosi della quasi inutile flessibilità, che poi per giunta spreca regalandola ai suoi amici imprenditori (finora 22 mld), sperando che aumentino gli investimenti, ma nelle cui tasche rimane, poiché non c’è domanda.

    Quella di Padoan è di assecondare questa politica economica semifallimentare.
    Quella del ministro e dell’Ufficio parlamentare di Bilancio sul dato tendenziale previsionale del Pil mi sembrano due performance mediocri di due cattivi attori su una questione molto marginale. Rammento che si parla di Nota di aggiornamento al DEF, che è un documento previsionale, e di una differenza di 0,2 punti percentuali sul dato tendenziale del Pil 2017. Un dato previsionale che (a) non è mai imbroccato dai governi in carica; e (b) si presta alla solita manfrina, recitata da tutti i governi, di raffrontare, in particolare per le spese, il dato consuntivo col dato tendenziale previsto, anziché i dati storici effettivi anno su anno.
    Presumo che il ministro burocrate prudente Padoan faccia il duro perché gli costa poco farlo con un organo nazionale e perché, se accettasse la correzione del dato del Pil, gli verrebbe a mancare una parte delle coperture.
    Lo spettacolo sarebbe, invece, molto più interessante se egli, forzando la sua natura di burocrate prudente, aiutasse il PdC Renzi, come suggerito dal prof. Gustavo Piga, ad elaborare e a presentare all’UE un DEF 2017-2019 innovato, con un dato del deficit del 3% costante per il triennio. Che gli permetterebbe sicuramente di migliorare sia il dato del Pil oltre l’1%, sia il rapporto Debito/Pil.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la convinzione che la spesa in deficit aiuti l’economia appartiene al dibattere pubblico da almeno 80 anni, durante i quali non si può dire che non abbia trovato le applicazioni più disparate con i risultati che mostrano le cronache. lei è in buona compagnia quando dice che servirebbe ancora. mi perdonerà se coltivo qualche dubbio.
      grazie per il commento

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      • vincesko

        Salve,
        al netto delle ideologie economiche, la questione è semplice come fare 2+2.
        Romano Prodi: “Invece, bisognerebbe “tornare all’economia di lungo periodo: nei tempi di magra devi spendere di più e in quelli di grassa risparmiare, ma oggi la dottrina va in senso opposto”.”.

        I numeri sono più eloquenti di tante parole. Agli altri, da parte della Commissione europea (col solito doppio standard applicato durante la crisi, denunciato dalla Corte dei Conti UE in un suo report del 2015), il permesso di sforare da anni il limite del 3% deficit/Pil, all’Italia la misera flessibilità. La recessione-stagnazione-disoccupazione-aumento del rapporto debito/Pil dell’Italia, negli ultimi 8 anni, è la logica conseguenza.

        EUROSTAT – Deficit/Pil
        ……………..2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015
        Italia…….. -1,5….-2,7…-5,3…-4,2..-3,5…-2,9…-2,9…-3,0..-2,6
        Francia…..-2,5…-3,2….-7,2…-6,8..-5,1…-4,8…-4,0…-4,0..-3,5
        Spagna….+2,0…-4,4..-11,0…-9.4..-9,6.-10,4…-6,9…-5,9..-5,1
        Gran Br…. -3,0…-5,0..-10,7..-9,6..-7,7…-8,3…-5,6…-5,6. -4,4
        Germania +0,2…-0,2….-3,2..-4,2..-1,0…-0,1…-0,1..+0,3. +0,7
        http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/table.do?tab=table&plugin=1&language=en&pcode=teina200

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        il problema, riferito alla dichiarazione di Prodi, è che può esser giusto spendere quando c’è carestia, ma è molto difficile – e la storia ce lo ricorda – risparmiare quando c’è abbondanza. la politica è sempre keynesiana – mi passi il termine – solo relativamente alla spesa in deficit, dimenticando quanto lo stesso Keynes aveva più volte detto circa l’importanza delle reversibilità di tali politiche. In generale tuttavia, conservo i miei dubbi sul fatto che da un punto di vista teorico manovrare la politica fiscale o quella monetaria serva davvero a creare un’economia ben funzionante. ma questo, come dice lei, appartiene alla teoria.
        In pratica, è vero che a molti paesi è stato concesso di sforare. ma forse è buona regola farsi ispirare da quelli più bravi, non da quelli che fanno peggio. Per ogni cosa, non solo peri conti pubblici.
        Grazie per il commento e i dati

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      • vincesko

        Salve,
        E’ vero, col keynesismo talvolta in passato (molto lontano) si è esagerato, ma se si guardano i dati ci si rende conto di uno strano fenomeno.
        Il deficit (%) è sempre sceso col Csx e sempre salito col Cdx:1999=-2,00; 2000=-0,91; 2001=-3,19; 2002=-3,16; 2003=-3,65; 2004=-3,57; 2005=-4,49; 2006=-3,41; 2007=-1,59; 2008=-2,67; 2009=-5,45; 2010=-4,34; 2011=-3,72; 2012=-2,88; 2013=-2,78; 2014=-3,0; 2015=-2,6.
        L’avanzo primario (%) è sempre cresciuto col Csx e calato col Cdx: 1999=4,9; 2000=5,5; 2001=3,2; 2002=2,7; 2003=1,6; 2004=1,2; 2005=0,3; 2006=1,3; 2007=3,5; 2008=2,5 2009=-0,7; 2010=-0,10; 2011=1,0; 2012=2,5; 2013=2,2; 2014=1,6; 2015=1,6.

        Ancor peggio risulterebbe se si analizzassero la composizione (qualità) e la dinamica della spesa primaria (vedi in particolare la voce “costi intermedi”).

        Sono comunque d’accordo con lei che in Italia occorre anche altro. Ma probabilmente ci vorranno altri decenni. Nel frattempo, è controproducente attuare una politica economica pro ciclica, che aggrava la crisi e condanna l’Italia ad un lento declino. Come Italiani dovremmo opporci (ma sono consapevole che questa parola non fa parte del suo vocabolario).

        Invece, per i Paesi da imitare escluderei la Germania. Dai dati EUROSTAT relativi al deficit/Pil, si evince facilmente che la Germania, Paese leader UE e avvantaggiato dalla moneta unica, non solo si rifiuta di fare da locomotiva d’Europa come i suoi conti pubblici le permetterebbero, beneficiando i Tedeschi stessi, e la sua posizione di leadership le imporrebbe, ma vieta, attraverso la Commissione europea, a Paesi come l’Italia di fare una politica fiscale espansiva e all’Europa di fare altrettanto. Questa rigidità egoistica ed ottusa – deleteria per l’Italia – rischia di avere prima o poi, come ha avvertito il premio Nobel Joseph Stiglitz sul Financial Times dello scorso 17/8, effetti devastanti sulla tenuta dell’Unione europea.

        PS:
        L’ANDAMENTO DEI CONTI PUBBLICI ITALIANI NELLA SECONDA REPUBBLICA
        http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2012/08/conti_pubblici_italiani.pdf

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        comprendo il suo ragionamento. non so perché pensa che la parola opposizione non appartenga al mio vocabolario. Come osservatore cerco di mantenere l’equilibrio, ma molte cose che vedo non mi piacciono e, pacatamente, lo faccio notare provando anche a fornire argomenti. Non per citarmi, ma ho scritto praticamente un libro a puntate sulle metamorfosi dell’economia proprio per mostrare la mia opposizione a un certo modo di concepire il dibattito economico.
        Ma in fondo non importa. Quel che conta è mettersi continuamente in discussione per provare a fare meglio. In tal senso i suoi stimoli e le sue riflessioni son gradite
        Grazie per il commento e i link

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      • vincesko

        Diciamo che, in fatto di opposizione, lei ha il suo stile (v. articoli su Weidmann e questo che stiamo commentando), Vincesco Visco il suo. Il mio somiglia di più al secondo.

        Una Ue che non ha più certezze
        di Vincenzo Visco 29 Gennaio 2016

        […] All’origine di questo disastro vi sono due fattori principali: la crisi economica e il fenomeno dell’immigrazione. La crisi del 2007 ha avuto dimensioni epocali e, come quella del 1929, rischia di avre conseguenze politiche devastanti in Europa dove la leadership tedesca ha imposto una terapia insensata, ispirata agli interessi di breve periodo della Germania, ma assolutamente iatrogena per tutti gli altri, che ha spinto le economie del continente a divergere sempri di più e a scaricare sui ceti più deboli tutto il costo dell’aggiustamento, creando insicurezza, paura e risentimento, e anche mettendo a rischio la ripresa mondiale affidata solo agli sforzi degli Stati Uniti. La pervicacia con cui il ministero delle Finanze tedesco e la Bundesbank continuano a portare avanti la loro linea incuranti delle macerie materiali e morali che essa ha provocato fa temere che in verità i gruppi dirigenti tedeschi (o una loro parte) abbiano già deciso di considerare chiusa l’esperienza dell’euro se non della stessa Unione. […]
        http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-01-29/una-ue-che-non-ha-piu-certezze-104258.shtml

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      • vincesko

        Comunque, i dati consuntivi comparati UE degli ultimi 10 anni smentiscono gli sciali keynesiani dell’Italia.

        Spesa pubblica
        Riporto i dati di RGS. L’Italia, com’è noto, sconta un maggior peso relativo degli interessi passivi (durante la crisi, superiore al 5% del Pil, ora sceso al 4,2%), che si riflette sul dato della spesa complessiva, più alto della media UE tra uno e tre punti percentuali. Sostanzialmente in linea alla media UE, invece, è la spesa primaria (al netto degli interessi). Se poi si confrontano i dati relativi alla spesa procapite, tranne la Spagna, l’Italia è significativamente più bassa dei Paesi di confronto e in linea con la media UE.
        Ragioneria Generale dello Stato
        LA SPESA PUBBLICA IN EUROPA: ANNI 2006-2014
        Tavola XII – Spesa pubblica: incidenza percentuale sul PIL – anni 2006-2014
        Paesi …….2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014
        Italia ……. n.d. .. n.d.. n.d…51,6 . 50,4 49,9 . 49,1 51,0 . 51,2
        Germania . n.d. ..n.d. . n.d. ..48,1 . 47,7 45,3 . 44,7 44,5 . 44,3
        Spagna….. n.d. ..n.d. . n.d… 46,3 . 46,3 45,2 . 45,6 45,1 . 44,5
        Francia …. n.d. ..n.d. .n.d. …56,7 . 56,6 56,0 . 55,9 57,0 . 57,5
        Regno U. .. n.d. ..n.d. . n.d. ..51,4 . 50,4 48,5 . 46,9 44,9 . 43,9
        UE (27) … n.d… n.d. . n.d. …n.d. . 50,6 49,1 . 48,6 48,6 . 48,2

        Tavola XIII – Spesa pubblica primaria: incidenza percentuale sul PIL – anni 2006-2014
        Paesi ………2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 var % 2014-2006
        Italia ……… 43,2 42,0 . 42,9 46,7 . 45,6 44,4 . 45,6 . 46,2 ..46,5 ……. 3,3
        Germania … 42,0 40,1 . 40,9 45,0 . 44,8 42,2 . 42,1 . 42,5 ..42,5 ……. 0,5
        Spagna …… 36,7 37,3 . 39,6 44,1 . 43,7 43,1 . 45,0 . 41,7 ..41,1 ……. 4,4
        Francia …… 50,0 49,6 . 50,2 54,4 . 54,0 53,3 . 54,2 . 54,7 ..55,3 ……. 5,3
        Regno Unito 40,9 40,6 . 44,4 47,7 . 45,9 43,7 . 43,9 . 42,0 . 41,2 ……. 0,3
        UE (28) …… 43,0 42,3 . 43,8 47,7 . 47,3 45,7 . 46,1 . 45,9 . 45,7 ……. 2,7

        Tavola XVI – Spesa procapite – valori in euro – anni 2006-2014
        Paesi ……….2006 …2007 ..2008 …2009 …2010 ..2011 …2012 .2013 ..2014
        Italia ……… 12.702 12.935 13.310 13.638 13.524 13.556 13.804 13.735 13.600
        Germania …12.976 13.073 13.576 14.274 14.904 14.783 14.961 15.308 15.980
        Spagna …….8.766 ..9.393 .10.057 10.681 10.607 10.470 10.681 ..9.961 .9.955
        Francia …… 15.386 15.966 16.523 17.103 17.446 17.722 18.169 18.412 18.633
        Regno U. …14.607 15.204 14.433 13.331 14.154 13.892 15.123 14.354 15.394
        UE (28) ….. 11.181 11.641 12.077 12.283 12.711 12.692 13.025 13.003 13.281

        Tavola XVIII – Spesa primaria procapite– valori in euro – anni 2006-2014
        Paesi ……….2006… 2007 …2008 ..2009 …2010 …2011 ..2012 ..2013 …2014
        Italia ……… 11.516 11.618 11.938 12.461 12.361 12.269 12.388 12.430 12.365
        Germania … 12.191 12.259 12.744 13.482 14.124 13.958 14.191 14.625 15.343
        Spagna …….. 8.400 ..9.016 ..9.679 10.284 10.172 ..9.906 10.021 ..9.219 ..9.197
        Francia …….14.646 15.165 15.646 16.380 16.709 16.896 17.344 17.681 17.933
        Regno U. …. 13.916 14.415 13.738 12.822 13.310 12.948 14.184 13.441 14.451
        UE (28) …… 10.546 10.956 11.376 11.652 12.031 11.937 12.260 12.282 12.582
        http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Analisi_e_valutazione_della_Spesa/La-spesa-pubblica-in-Europa/

        Spesa pubblica primaria
        Arrotondando, abbiamo: Italia 46%, Germania 42%. Parrebbe quella dell’Italia cresciuta molto più di quella tedesca. Ma proviamo a trasformare il dato in informazione: l’Italia ha perso dall’inizio della crisi circa 10 punti di Pil (mentre il Pil tedesco è aumentato), pari a circa 150 mld; se rapportiamo la spesa primaria al Pil corretto aggiungendo al denominatore 150 mld, otteniamo che l’incidenza % sul Pil scende al 42%, esattamente uguale al dato della Germania. Dunque, non è cresciuta la spesa primaria (numeratore), è diminuito il Pil (denominatore). Non dico che sia indifferente, ma solo che la spesa è cresciuta poco in valore assoluto (in 8 anni, del 3,3% in valore nominale, contro il 2,7% della media UE28) e che non va ridotta globalmente ma solo riqualificata (storni tra capitoli di spesa), come si evince anche dal dato della spesa primaria procapite, rimasta costante dal 2009.

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