Alle radici dell’inefficienza produttiva di Cina e India


Una recente pubblicazione di Bankitalia (“La trasformazione strutturale e l’efficienza allocativa in Cina e India“) solleva interrogativi interessanti circa la ragione per la quale queste economie, che pure vengono indicate come uno degli esiti migliori dell’ultimo quindicennio, soffrano di così profonde inefficienze allocative per i principali fattori della produzione, ossia lavoro e capitale.

La ricerca è stata svolta analizzando le trasformazioni strutturali nei due paesi intercorse fra il 1980 e il 2010, un trentennio durante il quale sono intervenuti profondi cambiamenti nel tessuto socioeconomico e nel modo in cui sono state distribuite le risorse produttive. Detto in termini più comprensibili, sono state fatte scelte di politica economica che hanno cambiato notevolmente le condizioni di lavoro e la distribuzione del capitale all’interno del sistema produttivo. Scelte che, con il senno di poi, si sono rivelate assai meno efficaci di quanto si pensi.

Lo studio infatti mostra che “l’inefficienza nell’allocazione dei fattori è molto elevata sia in Cina che in India, ma con alcune specificità: in India l’allocazione del lavoro risulta relativamente più distorta. Il contrario accade in Cina: in questo paese, le inefficienze nell’allocazione del capitale mostrano un trend crescente dalla metà degli anni novanta”. Questa situazione ha avuto come conseguenza che scelte diverse avrebbero potuto generare guadagni di efficienza per l’intera economia stimabili nell’ordine del 25-35% in Cina e del 35-40% in India. Diventa interessante perciò capire quale sia stata l’origine di questa cattiva allocazione delle risorse.

La risposta è alquanto composita, ma un dato ci aiuta a intuire una possibile soluzione. In particolare Bankitalia fa riferimento al confronto del dato indo-cinese con quello Usa, dove una riallocazione più efficiente delle risorse avrebbe condotto a un miglioramento di solo del 5% delle produttività. Ciò vuol dire che il sistema americano è assai meglio organizzato di quello dei due paesi asiatici, visto che nel tempo gli Usa hanno corretto alcune distorsioni storiche, come ad esempio nel mercato agricolo, che risulta inefficiente in India come in Cina, o in quello dei servizi, particolarmente carente in Cina.

La circostanza, infine, che entrambe le economie asiatiche siano fortemente dirigiste non è da sottovalutare. Il fatto che il Cina il 35% del capitale fosse male allocato nel 2010 è una chiara conseguenza della politica massiccia di investimenti che la Cina ha svolto dal 2009 in poi per sopperire al calo di domanda esterna dopo la crisi. Il che sostiene l’ipotesi che la gestione centralizzata delle risorse finanziarie finisca col generare inefficienze allocative. Altresì sorge il sospetto che le cattive allocazioni della risorsa lavoro in India dipenda dalle profonde riforme intervenute dopo il 1991 che già sul finire del 1995 sembravano aver esaurito la loro spinta propulsiva.

In entrambi i casi, sia che il governo decida come spendere i soldi, sia che decida di intervenire sui mercati, ciò che se ne ottiene è una cattiva allocazione delle risorse. Dovremmo dedurne che forse avevano ragione gli antichi, che diffidavano dell’economia manovrata, o almeno che fanno bene gli Usa, dove grosse compagnie pubbliche compensano la notevole presenza del governo nell’economia. O forse laggiù il privato è pubblico. E questo è il vero segreto del loro successo.

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