Cronicario: Nel giorno di Mister T mi do all’agricoltura


Proverbio del giorno Il chiodo che sporge va preso a martellate

Numero del giorno: 35% Uomini italiani che hanno letto un libro nell’ultimo anno

Faccio di tutto per sfuggire all’incoronazione di Mister T, che sta tediando il mondo intero – e mi figuro gli Usa – né più e ne meno che un qualunque evento aristocratico, ma è difficile. Dovunque mi giri, trovo lui: l’uomo del giorno.

trumpcorona

Non c’è modo di sfuggirgli. Le borse devono ancora sgranchirsi e già si leggono cose del genere, mentre illustri pensatori pontificano sui destini dell’umanità ai tempi di Mister T. Ignoro i giornali che trumpeggiano senza ritegno, e mi rifugio fra le nevi di Davos, dove sono certo qualche illuminato sapiente mi svelerà le profondità del suo pensiero facendomi dimenticare per un attimo la tregenda dell’attualità. Ma niente: sento il fiato di Trump sul collo.

Si parla dell’UK, per dire, e leggo Philip Hammond, cancelliere dello scacchiere, spiegare che il referendum britannico non è stato né anti commercio né anti globalizzazione. Mica come l’elezione di Trump, dice l’omino dei sottotitoli nella mia testa. I soliti inglesi diplomatici mi dico.

regina

Macché: hanno dato di matto pure loro: “La retorica antiglobalizzazione che ha portato Trump al potere negli Usa non è ciò che ha condotto alla Brexit”, dice ancora. Niente populismo, by Jove, siamo inglesi.

cazzaro

Scappo da Davos, poco prima che il collega tedesco di Hammond, Volfango Schäuble, se ne esca con la notizia che ormai i tedeschi crescono perché hanno imparato a spendere i proprio soldi a casa loro e quindi se ne infischiano dei rischi geo-politici, ossia il secondo nome di Trump: Donal Rischio Geopolitico Trump.

Mentre lascio l’augusto consesso, trovo per strada uno studio di Credit Suisse che si domanda se il 2016 sarà ricordato come l’anno che avrà “rotto” la globalizzazione. In particolare da novembre in poi, dice il solito omino dei sottotitoli nella mia testa, oggi particolarmente stronzo. Lo zittisco e vado oltre, ma mi accorgo sconsolato che non c’è davvero dove andare. “Da oggi le azioni del presidente Trump e non le parole determineranno il destino delle relazioni fra Cina e Usa,” dice un cervellone del PIIE, che ha chiaramente studiato e imitato il nostro impareggiabile Mago di EZ.

A proposito che dicono nelle lande basse di Bruxelles e dintorni? Niente: Peter Praet si/ci tormenta chiedendosi se la stagnazione secolare sia la nuova realtà economica, e così finisce che uno ripensa a Trump che ha promesso di rifare l’America Grande. La Commissione Europea ci ricorda che a marzo scade la consultazione sull’Unione dei mercato dei capitali, e finisce che uno pensa a Trump che già ce l’ha. La Bce ripropone le sue previsioni per il primo quarto del 2017, ma l’unica cosa che ispirano è la mestizia, confrontate con le promesse urlate dalla cima della Trump Tower.

Decido perciò ti rifugiarmi in casa e farmi un po’ di fatti nostri. E mi capita fra le mani l’ultimo bollettino di Bankitalia che espone questa roba:

bankitalia-tavola.

E rivedo Trump, in quella righina sottile dove c’è scritto esportazioni totali, che poi sono l’unica cosa che ci tiene in piedi. E mi ricordo che gli Usa pesano una roba tipo il 20% del nostro export. Non c’è niente da fare: Trump.

sempre

Mi deprimo finché non trovo finalmente un’isoletta Trump-free: l’agroalimentare.

agricoltura

Grazie al TEH Ambrosetti scopro che siamo forti, noi italiani, a maneggiare la zappa. Peccato che in tutti questi anni abbiamo sottratto così tante braccia all’agricoltura, mi dico dispiaciuto. Poi, siccome è venerdì, decido di infischiarmene di Trump e organizzarmi per dare il mio personale contributo alla ripresa nazionale. Domani si va in agriturismo.

A lunedì.

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