La fabbrica dei cervelli automatici


All’incrocio fra i sogni dell’economia digitale e la concretezza dell’economia analogica troviamo un quadratino di silicio dove vengono stampate miriadi di informazioni che trasformano questo pezzo di materia morta in una vita animata da procedure logiche: un cervello automatico. Questa raffinatissima calcolatrice, che adesso sogniamo di trasformare in vita intelligente, è al centro della più straordinaria fabbrica di cervelli della storia: l’industria dei semiconduttori. Anche questa, come quella dell’acciaio e delle armi e per ragioni identiche, ha finito col diventare un’altra tessera dell’intricatissimo mosaico dove le ragioni dell’economia si incrociano con quelle della politica, mescolandosi insieme concretissimi interessi finanziari a questioni legate alla sicurezza nazionale. La fabbrica dei cervelli produce il chip del vostro smartphone, ma anche quello di un sistema missilistico. E soprattutto, sul crinale di queste produzioni vivono relazioni economiche fra gli stati che sono anche squisitamente politiche.

Come esempio vale quello delle tensioni recenti fra Cina e Stati Uniti – ancora loro e ancora un volta – dopo che gli asiatici avevano annunciato di voler mettere in cantiere un piano di investimenti da 150 miliardi in dieci anni proprio per il settore dei semiconduttori, suscitando commenti alquanto piccati da alcuni esponenti politici Usa evidentemente sobillati dall’industria. La Cina, difatti, è una grande consumatrice di chip made in Usa, ma al tempo stesso le grandi compagnie Usa di semiconduttori hanno notevolmente dislocato in Cina. Quindi da una parte abbiamo un gigante emergente a cui – caso più unico che raro – è stato impedito dall’amministrazione Obama di comprare una compagnia Usa di microprocessori, e dall’altro le corporation Usa che vendono ai cinesi una quota rilevante dei 228 miliardi di dollari di importazioni collegate ai semiconduttori che i cinesi hanno speso nel 2016.

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