Il grande miraggio del lavoro autonomo


Oggi non si è mai abbastanza qualificati, pure se molti si sentono dire che lo sono troppo. Viviamo in un mercato del lavoro paradossale che chiede straordinarie competenze a fronte di opportunità risicate e malpagate. La laurea ormai serve a poco: tutti vogliono lavoratori che parlino almeno due lingue e che abbiano esperienza, ma non troppa. I datori di lavoro sembrano incontentabili e il lavoratori perennemente inadatti. A fronte di ciò i dati mostrano un costante miglioramento degli indici dell’occupazione in molti paesi che però, se uno va a vedere nel dettaglio, nascondono una realtà molto diversa da quella semplificata dai tassi di disoccupazione. Ai piani alti, i policy maker e gli osservatori insistono sull’importanza della formazione e dell’istruzione per non farsi trovare spiazzati dalle mutevoli esigenze dei produttori, mentre al tempo stesso vengono redatte preoccupate analisi sulla situazione dei mercati del lavoro internazionale da qui a un ventennio. L’avanzata della tecnologia, da molti indicata come la causa principale dello stravolgimento del mercato del lavoro, è una delle componenti della narrazione che si sta scrivendo sul futuro del lavoro, che immagina miriadi di individui, liberati dalla rete, divenire altrettanti unità produttive che agiscono in un mercato pulviscolare che somiglia al mitico mercato perfettamente efficiente disegnato dagli economisti classici. La realtà, ovviamente, è assai diversa.

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