I consigli del Maître: I cambiamenti del lavoro e la lotteria delle pensioni


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il lavoro com’era e com’è. Eurostat ha pubblicato una ricognizione molto interessante sull’evoluzione dei posti di lavoro per settori nell’eurozona fra il 1996 e il 2016.

Come si può osservare, i settori dove si è più di tutti concentrato l’aumento dell’occupazione negli ultimi vent’anni sono quelli del commercio, dei trasporti e dell’industria del cibo e del turismo, il settore ad alto valore aggiunto, quindi servizi tecnico-professionali e il settore pubblico, anche qui molto orientato verso i servizi. La cosa interessante è che non si tratta di una tendenza solo dell’eurozona. Anche negli Usa si è assistito a un trend simile.

Che significa tutto ciò? Che servono lavoratori sempre più qualificati e quindi sistemi di istruzione e formazione sempre più efficienti per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. Il mito dell’operaio è definitivamente tramontato da un ventennio, ora dobbiamo coltivare quello del cervellone.

Un allagamento di dollari (ed euro). La Bis ha aggiornato le statistiche sulla liquidità internazionale, che mostrano una crescita ulteriore dei crediti (e quindi debiti) denominati in dollari fuori dagli Usa, ormai arrivati a quota 10,8 trilioni.

La questione diventa interessante se si ricorda che tale esposizione è in larga parte da ricondurre ai paesi emergenti, che ormai detengono 3,4 trilioni di questi debiti. Altresì interessante osservare la notevole crescita dell’utilizzo dell’euro.

Evidentemente è sempre più conveniente indebitarsi nella valuta europea, almeno da quando la Fed ha iniziato ad alzare i tassi.

Come è cambiato l’export italiano. Bankitalia ha pubblicato uno studio molto interessante che misura l’evoluzione del nostro settore esportatore, uscito più forte – ma non sappiamo ancora quanto resistente – dalla terribile crisi iniziata alla fine degli anni ’90 quando, complice il cambio valutario e la concorrenza cinese, che impattava su molte nostre imprese, peraltro non abbastanza grandi da potersi difendere, ha provocato il crollo delle nostre esportazioni. L’Italia infatti risultava essere molto più esposta di altri paesi alle merci low cost che arrivavano dalla Cina.

Dal 2010 le nostre esportazioni, favorite anche da fattori internazionale, sono tornate a migliorare e hanno contribuito sostanzialmente alla ripresa della nostra economia. Abbiamo imparato a esportare merci a maggior valore aggiunto e in qualche modo ricomposto il dimensionamento aziendale. Ma sarebbe sbagliato brindare allo scampato pericolo. La concorrenza cinese e degli altri paesi emergenti farà soffrire noi più di altri esportatori europei, e siamo ancora deboli nel settore dei servizi, che è quello che ha mostrato maggiori capacità di crescita negli anni recenti. E questo si ricollega al tema di cui abbiamo parlato prima: istruzione e formazione.

La lotteria delle pensioni. Complice la pubblicazione dell’aumento della speranza di vita, è ripartito come nelle migliori occasioni il dibattito pubblico sulle pensioni con (pochi) a difendere lo status quo della riforma Fornero, fra i quale spicca il presidente dell’Inps, e i tanti, politici di governo in primis e poi i sindacati, a chiedere o far credere che le regole potranno essere allentate, ignorando l’avviso che a pagarne il conto saranno i più giovani di oggi. Come d’altronde si è sempre fatto. Di questa trascorsa settimana previdenziale è opportuno ricordare almeno due notizie, passate sotto silenzio. La prima: l’avvocato dell’Inps, audito dalla Consulta nell’ambito del procedimento sulla legittimità della perequazione pensionistica approvata nel 2015 dal governo, che ridusse il conto a circa 4 miliardi dagli oltre 17 miliardi a carico del fisco per la sentenza della consulta che bocciò il Salva Italia di Monti che aveva disposto il blocco dell’adeguamento automatico per le pensioni superiori a tre volte il minimo. L’avvocato ha ricordato che pensioni baby sono costate alla collettività 150 miliardi fino al 2012, e quindi ancor di più se le calcoliamo fino a oggi. La seconda l’ha rivelata l’Inps, parlando di distribuzione delle pensioni. La spesa pensionistica si distribuisce per il 50,7% al Nord, per il 28 a Sud e Isole, per il 21,3% al centro. E non c’è da aggiungere altro.

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