I consigli del Maître: Il mistero sugli effetti della svalutazione Usa e la cannabis canadese


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il dollaro debole? Forse fa bene ai commerci. Le polemiche seguite all’intervento di Draghi che senza troppi giri di parole ha ricordato che le svalutazioni competitive sono fuori dalle regole del Fmi, riferendosi chiaramente agli statunitensi, hanno acceso un faro sulla notevole svalutazione della valuta Usa da quando si è insediato Trump.

L’idea che una svalutazione, in questo caso del dollaro, avrebbe dovuto favorire l’export Usa, fa a pugni però con la realtà dei numeri.

E se guardiamo all’andamento del nostro export commerciale verso gli Usa, ne abbiamo piena conferma.

Sembra proprio che la svalutazione del dollaro abbia giovato al commercio internazionale, anziché danneggiarlo e che ciò abbia favorito i paesi a valuta forte, tutto il contrario di quello che suggeriscono i manuali di economia. Come mai? Uno studio della Bis ipotizza che per il dollaro, che non è una valuta come tutte le altre visto che nomina gran parte delle transazioni commerciali, il canale finanziario giochi un ruolo importante. Al punto che una dollaro debole favorisce i commerci anziché deprimerli. Tutto il contrario di quello che insegnano i manuali. Che a questo punto forse dovrebbero essere rivisti.

Economia della cannabis canadese. L’istituto statistico canadese ha rilasciato una interessante release che fornisce per a prima volta un ordine di grandezza sull’economia della cannabis, che pur essendo illegale nel paese, a meno che non sia per uso medico, esprime un giro d’affari tre volte più grande di quello del tabacco e gareggia quello della birra. Ciò dipende da fatto che, a differenza di tabacco e birra, che vengono importati, la cannabis canadese viene prodotta in gran parte in casa, per un valore della produzione stimato di 3,4 miliardi nel 2014, diminuito a 3 miliardi nel 2017 ma solo perché nel frattempo si sono abbassati i prezzi. All’inizio della serie statistica, nei primi anni ’60, non era così: il Canada importava dall’estero il 40% della sua canapa illegale, oggi siamo appena all’8%. Il fenomeno del consumo di canapa riguarda 4,9 milioni di persone che nel 2017 hanno speso circa 5,7 miliardi per consumare questo prodotto, il 90% di costoro per scopi ricreativi, ossia non medicali, e quindi fuori dalla legge. La spesa per alcool è stata di 22,3 miliardi e per il tabacco di 16 miliardi. Ma questi due settori, a differenza di quello della canapa, generano introiti per il fisco. Ciò malgrado il consumo di canapa sia cresciuto in media del 6% fra il 1961 e il 2017 e la produzione di oltre il 7%.

Il razzismo delle paghe Usa. La Fed ha rilascia una interessante ricognizione che mostra come persistano a distanza di quarant’anni grandi gap notevoli fra le retribuzione delle persone di colore e i bianchi negli Stati Uniti. Il gap è più ampio fra gli uomini rispetto alle donne, e non accenna a diminuire. I maschi neri guadagnano in media un quarto in meno rispetto ai bianchi e tale differenza non si riesce a spiegare con nessuno dei parametri usati nelle normali analisi econometriche sui mercati del lavoro.

Forse la spiegazione più semplice – una questione di razzismo – è quella che non si può dire.

Le ore di lavoro degli italiani. Eurostat ha diffuso i dati delle settimana lavorativa degli europei, con contratti a tempo indeterminato dalla quale emerge che l’Italia è penultima dopo la Danimarca per ore di lavoro totali.

Ora il problema non ci sarebbe se compensassimo il numero delle ore con una produttività più elevata. La settimana più lunga ce l’hanno i britannici. Per fortuna adesso hanno deciso di lasciare la Ue.

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  1. Jean-Charles

    Sarebbe interessante aggiungere alle ore lavorative per impieghi a tempo completo, le ore non fatte per assenteismo e il lavoro al nero.

    Qualche sfumatura in più affinché non si creda che i fannulloni sono al sud Europa.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      le statistiche bisogna prenderle per quello che sono: inevitabili approssimazioni. Il problema è che spesso non sappiamo esattamente cosa c’è dentro e magari capiamo una cosa per un’altra. Lei ha ragione quando osserva che sono parziali. Ma comunque dicono qualcosa. Anzi, iniziano a dirla.
      Grazie per il commento

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