Il triangolo commerciale fra Italia, Germania e Cina


Per completare la nostra rapida ricognizione sullo stato del nostro commercio internazionale, che ci ha consentito di sbirciare anche nelle fondamenta del nostro settore esportatore, conviene riportare una rilevazione diffusa alcuni giorni fa dall’istituto tedesco di statistica dove si osserva che per il quarto anno di file la Cina è stata il partner di importazione più importante per la Germania. I tedeschi l’anno scorso hanno comprato dai cinesi 106,3 miliardi di beni, il 4,4% in più rispetto all’anno precedente. E questo in un anno in cui il commercio internazionale ha conosciuto un certo rallentamento.

L’importanza dell’import cinese per l’economia tedesca non dovrebbe lasciarci indifferenti, visto che fa il paio con un’altro elemento assai rilevante: ossia l’importanza dell’economia tedesca per il nostro settore esportatore. Questa caratteristica viene ampiamente analizzata nell’ultimo rapporto sulla competitività pubblicato da Istat dove si osservano le relazioni settoriali e gli effetti di shock, sia diretti che indiretti fra la nostra economia e quella tedesca, oltre che con quelle Usa e cinese. Con quest’ultima, in particolare, la relazione sembra assai più tenue.

Nell’analisi si osserva che “i segmenti più avanzati (e produttivi) dell’industria e del terziario italiani tendono a ricoprire un ruolo di centralità piuttosto nelle relazioni di export che in quelle interne, e in misura maggiore nel caso delle esportazioni verso Germania e Stati Uniti”. Da ciò ne consegue che “la maggiore centralità nei legami con i comparti più produttivi degli altri paesi rende i settori industriali italiani a tecnologia medio-alta più reattivi a eventuali stimoli provenienti dall’estero, ma la loro minore centralità nelle relazioni interne ne limita la capacità di trasmetterli al resto del sistema produttivo italiano”. Quindi i benefici che il settore esportatore trae dal suo rapporto con l’estero non si travasano sull’intero settore produttivo dove, al contrario, “l’industria italiana a tecnologia medio-bassa, più connessa ai settori interni e quindi con maggiore capacità di trasmissione, risulta penalizzata dalla stretta connessione con i comparti esteri relativamente meno produttivi”.

Questa particolare confermazione dei nodi di interscambio dell’Italia con le economie osservate ha come conseguenza che “le relazioni commerciali con la Germania favoriscono un’elevata capacità di trasmissione degli shocks (effetti diretti), in termini sia di intensità che di estensione. Le relazioni con gli Stati Uniti seguono un modello analogo, seppure una maggiore frammentarietà ne riduce gli effetti rispetto al caso tedesco. Quelle con la Cina, infine, essendo fortemente concentrate, possono produrre effetti di trasmissione rilevanti (per i comparti centrali), ma dall’estensione ridotta”. L’Italia commerciale, insomma, è meno esposta agli shock cinesi rispetto a quanto lo sia di fronte a quelli tedeschi. Questa caratteristica si può osservare nel grafico sotto.

La correlazione ciclica, che presenta anche molte differenze a seconda del settore di osservazione, impatta ovviamente sull’andamento della produzione, generando effetti che Istat prova a simulare lungo un orizzonte di riferimento di circa un decennio. Il risultato è osservabile in quest’altro grafico.

Come si può osservare, l’Italia è assai più sensibile agli andamenti di Svizzera, Belgio e Francia, nonché degli Stati Uniti, più che a Germania e Cina. Quest’ultima però ha effetti diretti inferiori rispetto a quelli della Germania, ma indirettamente superiori.

Evidentemente le relazioni commerciali fra Germania e Cina, che abbiamo intravisto osservando il dato dell’import tedesco da Pechino, ci riguardano molto da vicino. Il triangolo commerciale fra Italia, Cina e Germania ha peso specifico importante nella dinamica della nostra produzione industriale. Faremmo bene a ricordarcelo, quando parliamo male dei tedeschi. E dei cinesi.

 

 

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