L’Ocse certifica il declino della globalizzazione


Chi abbia scorso anche frettolosamente l’ultimo outlook Ocse sulle condizioni dell’economia globale difficilmente avrà trovato di che rallegrarsi. Al contrario. La lunga analisi dell’organizzazione parigina sigilla col timbro della statistica l’andamento declinante della globalizzazione, che trova negli andamenti del commercio internazionale, e soprattutto degli investimenti ad esso sottesi, la sua cartina tornasole.

D’altronde non si può pensare di sparare ogni giorno a palle incatenate contro i partner commerciali e sperare che le imprese, che tale relazione alimentano con le loro merci, non si facciano due conti. E da questo punto di vista l’esempio più interessante è quello dei dazi Usa, che secondo quanto riporta la Fed di Atlanta in una survey citata da Ocse, hanno finito con l’avere un effetto regressivo sugli investimenti lordi manifatturieri nell’ordine del 4,2%.

Tutto ciò contribuisce a spiegare la notevole freddezza del commercio internazionale, che come si può osservare dal grafico sotto è entrato in una fase regressiva che dura ormai dal 2008.

Per comprendere quanto sia sostanziale questo trend, può essere utile confrontare l’intensità degli scambi commerciali prima e dopo la crisi del 2008.

Emerge con chiarezza che il flusso commerciale si è praticamente dimezzato nell’ultimo decennio rispetto ai primi anni del nuovo secolo. E anche se le previsioni per il 2020 sono migliori di quelle per l’anno in corso, si nota come siano ampiamente inferiori agli indici di intensità dei primi anni 2000. E questo al lordo delle incognite politiche, che infatti tutti gli osservatori si affrettano a mettere in cima alla piramide dei rischi che covano sotto cenere.

Ma non servono neanche tutti questi dati per capire le ragioni della crisi della globalizzazione. Nel momento in una multinazionale Usa esclude dalla sua tecnologia una multinazionale cinese, non c’è c’è bisogno di aggiungere altro. Il declino è già fra noi.

 

 

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