Non si ferma l’aumento del debito pubblico “invisibile”


L’ultima relazione annuale di Bankitalia ci consente di fare il punto sugli andamenti di una partita contabile che abbiamo già osservato in passato: il debito “invisibile”. Ossia quelle obbligazioni cui lo stato deve far fronte e che però non sono in chiaro nella contabilità che tecnicamente fa riferimento al debito pubblico, in ossequio alle regole di classificazione decise a livello europeo.

Ciò non vuol dire che questi debiti non esistano, ovviamente. Ma semplicemente che rimangono celati fra le righe del discorso pubblico, pure quando – ed è il caso dei debiti commerciali che lo stato ha nei confronti dei propri fornitori – sono la spia di un profondo malessere economico che molto facilmente può diventare sociale, specie adesso che i morsi della crisi pandemica diverranno via via più visibili.

A differenza del 2018, quando lo stock dei debiti commerciali esibiva una lieve calo, l’anno scorso queste obbligazioni sono lievemente aumentate, arrivando al 2,8% del pil (49,4 miliardi) dal 2,7% del 2018.

Non finisce qui, è in crescita anche un’altra delle voci che fanno parte di questa categoria di debiti: ossia il valore di mercato delle passività nette dei derivati accesi presso il MEF negli anni passati per coprirsi dai rischio di rialzo dei tassi di interesse. Che però sono diminuiti e parecchio. Col risultato che sono aumentati i costi per il governo, passato dall’1,2% all’1,5% del pil nel 2019, per circa 27 miliardi. Di queste obbligazioni solo circa un terzo è incluso nella classificazione statistica del debito pubblico.

Tale circostanza scaturisce dal fatto che questi contratti, in larga parte interest rate swap, prevedono che il Governo italiano paghi un tasso di interesse fisso (pari in media a circa il 4 per cento) e riceva un tasso variabile (tipicamente l’Euribor a sei mesi, attualmente su livelli negativi). Il saldo, quindi, è ampiamente negativo, a livello di flussi.

Dulcis in fundo, ci sono le garanzie rilasciate a favore di soggetti che non appartengono al perimetro dello stato, cresciute, nel 2019, dal 4,3 al 4,9% del pil. Una voce, quest’ultima, destinata a crescere molto a causa della crisi Covid.

Complessivamente, quindi, abbiamo passività non registrate, considerando solo i debiti commerciali e le perdite su derivati, pari al 4,3% del pil che non figurano nella nostra quota di debito pubblico. Questi debiti saranno pure “invisibili” per la contabilità pubblica. Ma i mercati li vedono benissimo.

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