Le banche reggono l’urto, ma fino a quando?


Parla di Banche, Claudio Borio, capo del dipartimento economico della Bis di Basilea, mentre presenta il nuovo rapporto annuale che la banca elvetica propone alla comunità economica e finanziaria mentre il mondo è ancora alle prese con l’emergenza sanitaria, che inevitabilmente è la grande protagonista del testo.

Parla di banche, Claudio Borio, ma non trascura di ricordare che l’esperienza di questa metà 2020 conferma l’attualità di certi moniti che lo stesso economista ha più volte ripetuto in questi anni senza troppo successo. Non perché fossero fallaci o irragionevoli. Ma perché, semplicemente, nessuno può fermare il mare con le mani. Specie quando salgono le onde.

Anche oggi che le onde somigliano a uno tsunami, vale la pena ricordare con Borio che aver dato fondo a ogni risorsa di spazio, fiscale e monetario, per contrastare l’emergenza Covid non dovrebbe esimerci da riconquistare questo spazio perduto “con pazienza e prospettiva di lungo termine”.

Vaste programme, direbbe qualcuno. La pazienza non è virtù comune, ai tempi in cui primeggiano i social network dei commentatori seriali che discettano di ogni cosa senza saperne nulla. Quanto alla prospettiva di lungo termine, certe discussioni – anche in casa nostra – tutto sembrano testimoniare salvo che la capacità di guardare lontano.

E tuttavia, per i pochi che hanno pazienza e provano a indovinare il tempo che verrà, vale la pena ricordare che “né la politica monetaria né la politica fiscale possono, da sole, generare insieme una crescita sostenibile e la stabilità finanziaria. Solo una sapiente combinazione di politiche monetarie, fiscali e prudenziali, sostenuta da riforme strutturali di cui abbiamo davvero bisogno, può farlo”. Questo perché nessuno dica domani che non eravamo stati avvertiti.

Ma se parliamo di banche, e ci limitiamo a osservare come si siano comportati gli intermediari durante la pandemia, scopriamo alcune informazioni utili da conoscere. Se non altro perché confermano la conclusione di Borio: servono buffer – cuscinetti, riserve, salvagenti, traducete come volete – per affrontare i torbidi economici. Ossia serve risparmiare quando il tempo è buono per spendere quando s’incattivisce. E non serve essere economisti per capirlo, basta aver letto qualche buona favola.

E le banche, come anche pochi governi (quello tedesco, non a caso fra i più prodighi oggi), negli anni passati dalla Grande Crisi Finanziaria (GCF) hanno imparato a costruire questi buffer che oggi sono stati in buona parte impiegati, anche a seguito del pressante invito delle autorità di regolazione a usare queste riserve per non far mancare il credito nel momenti più bui del lockdown, che ha strozzato le economie di tutto il mondo. Il risultato si può osservare dal grafico sotto.

Le banche, insomma, non hanno lesinato l’ossigeno – a differenza di quanto accadde durante la GCF – nel momento in cui l’organismo economico più ne abbisognava, e lo hanno fatto potendo contare su quelle risorse che le policy internazionali avevano imposto loro di costruire. Unico effettivo successo delle politiche del decennio, a ben vedere, visto che nel frattempo i debiti, a cominciare da quelli degli istituti di emissione, sono aumentati significativamente e oggi minacciano di andare ancora peggio.

Rimane la questione: fino a quando le banche possono bruciare il loro fieno in cascina, pure in presenza di garanzie pubbliche? Molto ovviamente dipenderà dalla durata della crisi. E gli scenari possono anche risultare molto avversi.

Questo i mercati lo sanno. E poiché le banche per una serie di ragioni che abbiamo anche in parte osservato, sono sempre meno profittevoli,

ecco che si intravedono i primi risultati di questa prodigalità indotta con la solita logica dell’emergenza, che caratterizza meglio di ogni altra la nostra epoca.

Perché tutto si tiene com’è ovvio. E i mercati sono poco pazienti. Ci mettono poco a far di conto e iniziano a prezzare al ribasso le banche che, se la crisi continua, si troveranno di fronte al solito dilemma che da oltre un decennio affligge le banche centrali e da sempre i governi: dare priorità all’emergenza, o lavorare per impedirne di future?

La risposta, qualunque sia, è sbagliata. Dobbiamo cambiare la domanda.

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