L’incognita moratorie sui crediti delle banche italiane

Nella lunga storia che andremo a scrivere, dove si racconterà della fatica del nostro paese – in un buona compagnia – per far atterrare i debiti lasciati volare a causa della pandemia, un capitolo verrà sicuramente dedicato al notevole lavoro che dovranno fare le banche, che hanno dovuto fornire credito all’economia in tanti modi, innanzitutto non richiedendo indietro i soldi che dovevano loro i debitori nei tempi previsti.

Non è stato certo un atto di liberalità. La decisione di concedere moratorie ai debitori fa parte del decreto Cura Italia (DL 18 del 2020) che oltre un anno fa statuì la possibilità per le famiglie e le imprese di chiedere alle banche di sospendere i pagamenti sui prestiti in bonis, che ha dato il via a una serie di iniziative tramite le quali la platea dei possibili beneficiari è stata estesa.

Il risultato, illustrato nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, è stato che a dicembre 2020 si contavano 41 miliardi di prestiti in moratoria per le famiglie e addirittura 106 per le imprese. Risultavano scaduti crediti in moratoria per 66 miliardi. Complessivamente “i finanziamenti interessati dalle misure ancora in essere rappresentavano il 9,3 per cento del totale dei crediti verso il settore privato non finanziario”.

In sostanza quasi il 10% dei crediti totali, con una quota molto maggiore per le banche meno significative, risultava oggetto di moratoria. Ma il dato da sottolineare, tuttavia, è quello relativo ai crediti entrati nello stadio 2 (S2) delle classificazione IFRS9. Ossia quei crediti “che hanno subito un significativo aumento del rischio”. Questi ultimi, infatti, sono anche aumentati significativamente, e stavolta molto più per le banche significative che per quelle meno importanti. Per le prime gli S2 sono arrivati al 32% dei crediti in bonis in moratoria (che erano il 9,1% del totale degli attivi). Per le seconde del 21,7%, a fronte di crediti in bonis in moratoria pari al 12,4%. Il sistema bancario nel suo complesso ha visto crescere gli S2 del 29,1%. In pratica quasi uno su tre dei questi crediti in moratoria ha visto peggiorare il suo stato di salute.

E’ opportuno ricordare che questa incidenza degli S2 sui crediti in moratoria è ben 15 punti più elevata di quella registrata dal totale dei prestiti concessi al settore privato non finanziario. Il motivo è presto detto: “Il divario è attribuibile sia alla maggiore incertezza sull’evoluzione del merito creditizio dei finanziamenti che beneficiano di una moratoria, sia alla loro composizione, maggiormente concentrata verso quei settori che più hanno risentito della crisi pandemica”.

In sostanza, vale il principio generale che chi chiede una moratoria abbia o preveda di avere difficoltà a ripagare un debito. E questo basta a trasformare questi crediti in un’incognita che grava non poco sui bilanci della banche italiane, e che spiega bene il grido di dolore lanciato di recente dall’associazione di categoria dei bancari, di cui abbiamo parlato nel corso di una chiacchierata con Repubblica un po’ di tempo fa.

La buona notizia è che i crediti in S3 (crediti incagliati) sono una quota ancora modesta, pari globalmente all’1,5% delle moratorie in essere e al 2,7% di quelle scadute. Se non fosse che “questo dato tuttavia potrebbe non costituire un indicatore affidabile della qualità del credito delle moratorie ancora in essere. È infatti possibile che le moratorie già
scadute facciano capo a debitori relativamente solidi che potrebbero avere chiesto la moratoria prevalentemente a scopo precauzionale”.

Il problema tuttavia è che “la quota di crediti classificati negli stadi 2 e 3 è verosimilmente destinata a crescere ulteriormente nei prossimi mesi, comportando la necessità di aumentare le rettifiche di valore”. Bankitalia stima che nel biennio 2021-22 queste perdite possano raggiungere i 9 miliardi, che corrispondono allo 0,8% delle attività ponderate per il rischio dell’intero sistema bancario. Un problema, insomma, gestibile, che però richiederà parecchio impegno da parte degli intermediari. Non a caso le banche hanno iniziato da tempo a organizzarsi “al fine di evitare una possibile amplificazione degli effetti legati alle scadenze delle moratorie”. Quello che in gergo si chiama cliff effect. E che, in pratica, è il ciglio del burrone sul quale dovremo abituarci a camminare per i prossimi anni. Senza scivolare.

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