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L’immobiliare cinese continua a scricchiolare


Assediati come siamo da un flusso dirompente di brutte notizie, abbiamo già dimenticato il terremoto provocato dai problemi di Evergrande, lo sviluppatore immobiliare cinese finito in grossi guai finanziari. Il mercato però, a differenza nostra, ha la memoria lunga. E quel piccolo terremoto continua a generare scosse di assestamento nella forma di ulteriori mancati pagamenti – default esteri su alcune obbligazioni – da parte di altre aziende cinesi, che vengono puntualmente elencati in un approfondimento pubblicato da Bofit.

A monte, spiegano gli economisti, c’è una maggior sfiducia che di fatto ha limitato a molte imprese l’accesso al credito. Anche perché le agenzie di rating, maestre nell’intervenire il giorno dopo, hanno declassato molte di queste società. E com’è noto, in un settore sempre più indebitato come quello delle costruzioni cinesi, basta far saltare un giro di giostra perché fiocchino i default.

Figuratevi con quanta gioia il mercato ha accolto l’ondata di default ottobrina generata da alcune di queste società, che hanno mancato i pagamenti previsti il mese scorso. Fra queste, ci sono China Properties Group (226 milioni di dollari), Fantasia Holdings (206 milioni), Sinic Holdings (246 milioni) e Modern Land (250 milioni). Inoltre, Xinyuan Real Estate Co. ha scambiato 205 milioni in obbligazioni in scadenza con nuove obbligazioni in scadenza nel 2023. 

La conseguenza è stata che il valore di molte altre obbligazioni di settore è crollato, e fra queste si segnalano quelle del Gruppo Kaisa, già finita in default su alcune obbligazione nel 2015 e che ancora oggi ha una notevole quota di debito offshore. Nei giorni scorsi le sue quotazioni sono state interrotte alla borsa di Hong Kong.

Bofit stima che molte altre aziende con obbligazioni in scadenza finiranno in default prima della fine dell’anno. E questa previsioni interviene in un momento complicato dal timore di molti investitori che i cinesi daranno priorità ai loro impegni finanziari interni prima di pensare a quelli esteri. Ormai da tempo la Cina sta segnalando una certa volontà curtense, e gli investitori esteri potrebbero essere i primi a pagarne le conseguenze.

Non vuol dire certo che i problemi degli investitori interni siano poca cosa. Evergrande ha 19 miliardi di debito offshore, che sono poca cosa rispetto ai 300 miliardi di debito complessivo del gruppo cinese. Se dovesse continuare a mancare i pagamenti, sarà estremamente difficile evitare una crisi finanziaria. La Cina potrà pure pensare di erigere un muro che la separi dal resto del mondo, ma non si salverà per questo.

A tal proposito, vale la pena dedicare ancora qualche riga al caso Evergrande prendendo a prestito da un pregevole approfondimento pubblicato nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia. Come premessa è saggio ricordare che la crescita dell’immobiliare cinese è frutto di una precisa strategia promossa da Pechino all’indomani della crisi del 2008 nell’ambito di una forte azioni di stimolo, con risorse in gran parte ottenute dagli immobiliaristi in cambio di terreni edificabili. Secondo alcune stime, all’immobiliare cinese si potrebbe ricondurre il 30% dell’intero valore aggiunto complessivo. E questa crescita è stata fatta in gran parte a debito: “Il 23 per cento del volume di obbligazioni non
sovrane cinesi in circolazione – scrive la Banca – e più della metà di quelle high yield sono state emesse da imprese del settore immobiliare”.

Il gigante immobiliare cinese, insomma, è sovrappeso e malaticcio. Anche se finora “le possibilità di contagio finanziario globale in seguito a un eventuale fallimento del gruppo (Evergrande, ndr) appaiono complessivamente limitate”. Bankitalia stima che le passività del gruppo collocate sul mercato siano di 88 miliardi, 20 dei quali in circolazione sulle piazze internazionali”. Il resto del debito è in pancia alle banche cinesi. Un default, quindi avrebbe più effetti interni che esterni.

Il problema però è che il rischio internazionale uscito dalla porta può rientrare dalla finestra. “Se a fronte di una crisi di fiducia si innescasse una repentina e diffusa interruzione degli acquisti di immobili determinando un brusco calo dei prezzi, la flessione del mercato immobiliare potrebbe avere
conseguenze non trascurabili sull’economia reale”. Il Fmi ha stimato che un calo dei prezzi immobiliari cinesi del 15% può condurre a un calo del Pil interno di un punto. A quel punto è difficile immaginare che non ci siano effetti all’esterno.

In attesa di conoscere gli sviluppi, vale la pena ricordare che finora le inadempienze offshore dei cinesi hanno già raggiunto la cifra di 19 miliardi di dollari, un terzo dei quali provocati dai costruttori, a fronte dei 207 miliardi complessivi. Una goccia nell’oceano del debito globale. Ma molto velenosa.

L’incognita moratorie sui crediti delle banche italiane


Nella lunga storia che andremo a scrivere, dove si racconterà della fatica del nostro paese – in un buona compagnia – per far atterrare i debiti lasciati volare a causa della pandemia, un capitolo verrà sicuramente dedicato al notevole lavoro che dovranno fare le banche, che hanno dovuto fornire credito all’economia in tanti modi, innanzitutto non richiedendo indietro i soldi che dovevano loro i debitori nei tempi previsti.

Non è stato certo un atto di liberalità. La decisione di concedere moratorie ai debitori fa parte del decreto Cura Italia (DL 18 del 2020) che oltre un anno fa statuì la possibilità per le famiglie e le imprese di chiedere alle banche di sospendere i pagamenti sui prestiti in bonis, che ha dato il via a una serie di iniziative tramite le quali la platea dei possibili beneficiari è stata estesa.

Il risultato, illustrato nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, è stato che a dicembre 2020 si contavano 41 miliardi di prestiti in moratoria per le famiglie e addirittura 106 per le imprese. Risultavano scaduti crediti in moratoria per 66 miliardi. Complessivamente “i finanziamenti interessati dalle misure ancora in essere rappresentavano il 9,3 per cento del totale dei crediti verso il settore privato non finanziario”.

In sostanza quasi il 10% dei crediti totali, con una quota molto maggiore per le banche meno significative, risultava oggetto di moratoria. Ma il dato da sottolineare, tuttavia, è quello relativo ai crediti entrati nello stadio 2 (S2) delle classificazione IFRS9. Ossia quei crediti “che hanno subito un significativo aumento del rischio”. Questi ultimi, infatti, sono anche aumentati significativamente, e stavolta molto più per le banche significative che per quelle meno importanti. Per le prime gli S2 sono arrivati al 32% dei crediti in bonis in moratoria (che erano il 9,1% del totale degli attivi). Per le seconde del 21,7%, a fronte di crediti in bonis in moratoria pari al 12,4%. Il sistema bancario nel suo complesso ha visto crescere gli S2 del 29,1%. In pratica quasi uno su tre dei questi crediti in moratoria ha visto peggiorare il suo stato di salute.

E’ opportuno ricordare che questa incidenza degli S2 sui crediti in moratoria è ben 15 punti più elevata di quella registrata dal totale dei prestiti concessi al settore privato non finanziario. Il motivo è presto detto: “Il divario è attribuibile sia alla maggiore incertezza sull’evoluzione del merito creditizio dei finanziamenti che beneficiano di una moratoria, sia alla loro composizione, maggiormente concentrata verso quei settori che più hanno risentito della crisi pandemica”.

In sostanza, vale il principio generale che chi chiede una moratoria abbia o preveda di avere difficoltà a ripagare un debito. E questo basta a trasformare questi crediti in un’incognita che grava non poco sui bilanci della banche italiane, e che spiega bene il grido di dolore lanciato di recente dall’associazione di categoria dei bancari, di cui abbiamo parlato nel corso di una chiacchierata con Repubblica un po’ di tempo fa.

La buona notizia è che i crediti in S3 (crediti incagliati) sono una quota ancora modesta, pari globalmente all’1,5% delle moratorie in essere e al 2,7% di quelle scadute. Se non fosse che “questo dato tuttavia potrebbe non costituire un indicatore affidabile della qualità del credito delle moratorie ancora in essere. È infatti possibile che le moratorie già
scadute facciano capo a debitori relativamente solidi che potrebbero avere chiesto la moratoria prevalentemente a scopo precauzionale”.

Il problema tuttavia è che “la quota di crediti classificati negli stadi 2 e 3 è verosimilmente destinata a crescere ulteriormente nei prossimi mesi, comportando la necessità di aumentare le rettifiche di valore”. Bankitalia stima che nel biennio 2021-22 queste perdite possano raggiungere i 9 miliardi, che corrispondono allo 0,8% delle attività ponderate per il rischio dell’intero sistema bancario. Un problema, insomma, gestibile, che però richiederà parecchio impegno da parte degli intermediari. Non a caso le banche hanno iniziato da tempo a organizzarsi “al fine di evitare una possibile amplificazione degli effetti legati alle scadenze delle moratorie”. Quello che in gergo si chiama cliff effect. E che, in pratica, è il ciglio del burrone sul quale dovremo abituarci a camminare per i prossimi anni. Senza scivolare.

Cercasi acquirenti per 400 miliardi di debito pubblico italiano nel 2019


Ai tifosi del deficit prossimo venturo, la cui entità è al centro delle estenuanti trattative in corso fra governo e Commissione Ue, è opportuno ricordare che quel numeretto si traduce in quantità aggiuntive di emissione di debito che il Tesoro dovrà andare a vendere in asta, in un anno – il 2019 – che espone un calendario già ricco e affollato. Secondo i calcoli fatti da Bankitalia nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, l’anno prossimo il governo dovrà chiedere ai mercati almeno 400 miliardi, risultato dei circa 200 miliardi di debito che scadrà e “tenendo conto anche dei titoli con scadenze più brevi e della necessità di coprire il disavanzo pubblico”. Questi 400 miliardi di emissioni lorde deve tener conto dei prezzi di acquisto presentati in asta, di fatto una misura
dell’incertezza degli operatori, che “hanno registrato un forte incremento alla fine di maggio”, scrive Bankitalia. “Successivamente si sono ridotti, rimanendo tuttavia superiori ai livelli di inizio anno”. Il rendimento medio all’emissione, infatti, ha raggiunto l’1,97% in ottobre mettendo fine al lungo periodo di calo del costo medio del debito, arrivato adesso al 2,7%.

Come si può osservare dal grafico, il costo delle emissioni mensili è tornato al livello di fine 2013, quando ben altre erano le condizioni macro del nostro paese. Fortunatamente la durata media del debito pubblico, pari a 6,7 anni, fa rallentare l’effetto aumento provocato dal rialzo dei tassi di vendita in asta. Va ricordato tuttavia che “un aumento permanente di un punto percentuale dei rendimenti all’emissione determinerebbe una maggiore spesa per interessi pari allo 0,15 per cento del Pil il primo anno, allo 0,30 il secondo e allo 0,45 per cento il terzo”. Se guardiamo al costo medio, e ipotizzando sempre un rialzo permanente di un punto percentuale dei rendimenti all’emissione (in pratica quello che è accaduto nella seconda metà del 2018), quest’ultimo crescerebbe di 0,1 punti dopo il primo anno, di 0,2 punti dopo il secondo e di 0,4 punti dopo il terzo. Se consideriamo il notevole livello di emissioni previsti per il 2019, a farne le spese sarebbe soprattutto il costo totale pagato per il servizio del debito, che riprenderebbe a crescere. Specie se, come molti temono, la crescita del Pil fosse inferiore a quella prevista dal governo. Non sembra inoltre che sul mercato primario si tornato il sereno. E per averne contezza basta osservare le cronache recenti, a cominciare dalla difficile gestazione del collocamento del Btp Italia. Malgrado “gli scambi siano aumentati e la capacità del mercato di assorbire ordini di importo significativo è migliorata, le quantità quotate rimangono tuttavia inferiori a quelle del primo trimestre dell’anno e i differenziali denaro-lettera sono ancora ampi”.

Tali tensioni sono probabilmente anche la conseguenza dei cambiamenti registrati nella distribuzione della titolarità dei titoli di stato italiani. Nel secondo trimestre del 2018 la quota di Btp detenuta da investitori esteri si è ridotta di circa il 3%, arrivando al 24%, il calo più robusto dal secondo trimestre 2012. Al tempo stesso la percentuale di Btp in pancia alle banche è tornata a crescere (+2%) arrivando al 18%. Tale tendenza è proseguita anche nel terzo trimestre. scrive Bankitalia, “anche se a un ritmo più moderato”.

Tutto ciò può contribuire a spiegare la prudenza che pare abbia iniziato a ispirare il governo. Alla quale probabilmente ha contributo anche il mercato peggioramento del mercato secondario dei titoli di stato italiani del quale l’aumento dello spread è il segnale visibile. Sempre Bankitalia illustra che “il premio per il rischio sui titoli governativi è rapidamente aumentato su tutte le scadenze, in particolare sul tratto del breve termine, analogamente a quanto avvenuto durante la crisi del debito sovrano del 2011-12”. Alla fine del mese di maggio scorso la liquidità su questi titoli si è rapidamente deteriorata, “sia in termini di quantità quotate, sia di differenziale denaro-lettera anche in relazione a ingenti vendite da parte di investitori esteri.” In sostanza è partita la fuga dal Btp, e molto presto gli effetti si sono riverberati anche sul mercato primario con l’aumento del costo delle emissioni. Addirittura “nell’ultima settimana di maggio le quantità giornaliere quotate sul mercato
MTS sono scese a meno di 2 miliardi, contro una media di circa 11 nei primi mesi dell’anno”, mentre lo spread denaro-lettera “si è ampliato in modo significativo, soprattutto per i titoli a breve termine, e la volatilità infragiornaliera dei prezzi quotati dai market makers è decuplicata (dal 3 al 30 per cento)”.

Questo specie di film dell’orrore girato sul mercato obbligazionario sovrano italiano ha visto scene con “book di negoziazione fortemente ridotto” con “esecuzione di ordini di importo elevato che avrebbero comportato un impatto sui prezzi piuttosto rilevante”. “Nello stesso periodo – racconta Bankitalia – per molti titoli di stato italiani l’attività di quotazione è stata interrotta, talvolta per l’intera giornata, rendendo particolarmente difficile per investitori istituzionali e intermediari la gestione dei titoli di portafoglio. Per fortuna “la situazione è gradualmente migliorata durante l’estate ed episodi simili non si sono ripetuti”. E’ bene ricordarli però. Perché di solito si tende a ripetere ciò che si dimentica.

La Bce spinge i ricavi delle banche italiane


Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo del Sole 24 ore che, citando uno studio di Prometeia, stimava in 3,8 miliardi i profitti aggregati del sistema bancario italiano, notando come la stima inverta un quadriennio di risultati negativi per il settore, gravato da ingenti rettifiche sui crediti deteriorati. Nel seguito veniva inoltre riportata la stima del CER, Centro europa ricerche, che vede gli utili aggregati fermarsi a due miliardi.

Ma a parte la differenza di vedute, l’articolo sottolineava altresì come tale risultato dipenda più dal calo di questa voce che dall’aumento dei ricavi, delineando però anche alcune prospettive positive.

Sempre secondo Prometeia, infatti, il ROE, ossia del ritorno sul capitale, passerà dal segno negativo al +3,7% nel triennio 2015-2017. Ancora poco, ma sempre meglio di nulla. Specie se il governo avvierà come ormai sembra imminente l’operazione bad bank per pulire definitivamente i bilanci delle banche.

La buona notizia, di cui sono assetato come tutti, mi ha fatto venire voglia di approfondire, sicché mi sono andato a rileggere l’approfondimento che Bankitalia ha dedicato al sistema bancario italiano nel suo ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria che contiene alcune informazioni che permettono di apprezzare cosa sia successo negli ultimi anni alle nostre banche e, soprattutto, cosa riservi il futuro.

In particolare trovo una tabella che ci racconta l’evoluzione dei conti economici delle banche italiane nell’ultimo ventennio, che trovo assai utile dalla quale estraggo alcune informazioni di sistema.

La prima è che il totale delle attività delle banche italiane è passato dai 1.291 miliardi del periodo 1994-1997, ai 3.219 del periodo 2013-2014. Degna di nota anche la circostanza che l’utile prima delle imposte (ROA, return on asset) era ol 0,37% del totale dell’attivo negli anni ’90, mentre è sceso a -0,23 nel biennio 2013-14.

Nel bel mezzo di erge il periodo d’oro del banking italiano, quello fra il 2004 e il 2007, quando gli attivi erano a quota 2.704 miliardi e l’utile prima delle imposte al +0,91.

Su questi conti pesano alcune importante scelte gestionali. I costi operativi, intanto. Negli anni ’90 pesavano il 2,37% del totale degli attivi, a metà 2000 l’1,70, negli ultimi due anni l’1,35%. D i questi costi, l’incidenza delle spese per il personale erano pari all’1,51% negli anni ’90, ossia il 63% del totale dei costi operativi, lo 0,92% a metà 2000, quindi il 54% dei costi operativi, e lo 0,69, pari al 51% dei costi operativi, nel biennio 2013-14.

Nel ventennio considerato, quindi, le banche hanno tagliato di dodici punti il peso dei costi del personale su quelli operativi, e ciò spiega perché i dipendenti siano passati dai 333 mila degli anni ’90, col picco di 338 a metà 2000, ai 298 mila di fine 2014, a fronte però di un aumento degli sportelli, passato da 24.600 dei Novanta ai 31.600 dell’ultimo biennio.

Altra voce pesante è stata quella delle rettifiche. Nei Novanta pesavano lo 0,75 degli attivi, crollano allo 0,29 nel periodo d’oro, e aumentano quasi del quadruplo nell’ultimo biennio, all’1,09. Se considerate l’evoluzione degli attivi, noterete che i valori assoluti sono parecchio importanti.

E ciò spiega perché gli indicatori di redditività del capitale proprio (ROE) sia crollato. In particolare, nel 2013 era negativo per lo 0,9 ed è arrivato a -0,2 nel 2014, dove si segnala un ROE negativo per -1,8% dei primi cinque gruppi bancari a fronte di un ROE positivo per l’1,7% delle altre.

Per dirla con le parole di Bankitalia, “alla riduzione (del ROE, ndr) hanno contribuito in misura pressoché analoga la diminuzione dei ricavi, dovuta soprattutto al forte calo del margine di interesse, e l’aumento delle rettifiche su crediti. Le banche hanno fatto fronte alla diminuzione dei ricavi in larga parte attraverso riduzioni dei costi operativi, soprattutto quelli per il personale (-10 per cento, -23 punti base in rapporto all’attivo). Il riassetto organizzativo è stato di ampie dimensioni: dal 2008 il numero di sportelli è diminuito dell’8 per cento e quello dei dipendenti del 12%”.

Le previsioni di Bankitalia, tuttavia, sono meno ottimistiche di quelle di Prometeia: “Se l’aggiustamento dei costi si dimostrasse strutturale e la ripresa economica consentisse di recuperare il calo dei ricavi e dimezzare le rettifiche”, con l’avvertenza che anche dimezzandosi nell’arco del prossimo quinquennio rimarrebbero su livelli quasi doppi rispetto al periodo pre-crisi, allora “il ROA potrebbe risalire a un livello sostanzialmente analogo a quello del quadrienni 2004-2007. Si tratta di un obiettivo ambizioso ma possibile nell’arco di un quinquennio”.

Il futuro ci dirà se ha ragione Prometeia oppure Bankitalia.

Nel mentre un altro approfondimento contenuto nel Rapporto sulla stabilità finanziaria ci consente di apprezzare un altro aspetto sovente sottaciuto nelle cronache: l’impatto del QE di Francoforte sui bilancio delle banche italiane.

La banca centrale ricorda che il QE “influisce sulla redditività delle banche italiane attraverso numerosi canali: la variazione dei tassi di interesse, il tasso di cambio dell’euro, i cambiamenti di valore dei titoli detenuti nel portafoglio delle banche e l’aumento della domanda di servizi di intermediazione connesso con il miglioramento del quadro macroeconomico”.

Ipotizzando che il QE provochi una flessione dei tassi a medio e a lungo termine di circa 85 punti base e un deprezzamento del tasso di cambio nei confronti del dollaro pari all’11,4 per cento, la simulazione prevede che il programma Bce aumenterebbe i profitti bancari, al lordo delle imposte, di circa 300 milioni nel 2015 e 1,4 miliardi nel 2016, mentre gli altri ricavi aumenterebbero di 400 milioni nel biennio “per effetto soprattutto dei risultati positivi dell’attività di negoziazione in titoli”.

Un paio di miliardi di più di utili lordi in due anni, quando l’utile nell’ultimo biennio è stato negativo per oltre sette miliardi, male non fa. Le banche italiane non sono nella condizione di rinunciare a nulla.

Figuratevi all’aiutino della Bce.

Casa, piano piano torna il Piano


Poiché noi italiani siamo fissati con la casa, anzi La Casa, capirete perché compulso con frequenza regolare le statistiche sull’andamento dei corsi immobiliari e delle compravendite uscendone, ogni volta, depresso.

Per farvela breve: il mattone italiano si sta sgretolando poco alla volta, suscitando ansie e preoccupazioni ovunque: nel settore delle costruzioni, franato inesorabilmente, provocando buona parte della crescita della disoccupazione di questi anni, nel settore finanziario, banche in testa, e nelle famiglie, che vedono deprimersi ogni anno la loro ricchezza.

Pensate al sollievo nazionale quando, qualche giorno fa, il viceministro delle infrastrutture, intervenuto a uno dei soliti convegni sull’immobiliare italiano, se ne è uscito con l’annuncio che il governo ha un piano. Anzi, per la precisione ha detto che si tratta del più importante Piano Casa degli ultimi vent’anni, che smobilizzerà 400 milioni di euro per stimolare l’housing sociale. Le case a basso costo per i meno abbienti.

Sul come e sul quando, il ministro ha spiegato che verrà prodotto un provvedimento che verrà presentato per metà marzo.

Ma prima di approfondire, vale la pena sbirciare agli ultimi dati Istat sulle quotazioni immobiliari, che ci dicono una cosa molto semplice: la discesa del mattone italiano non si ferma.

I più ottimisti potranno consolarsi rilevando che il calo delle quotazioni colpisce le abitazioni esistenti, mentre quelle nuove, nel terzo trimestre 2014 al quale i dati si riferiscono, sono leggermente in aumento (+0,7%). Oppure potranno apprezzare l’aumento delle compravendite e dei mutui immobiliari dell’ultimo trimestre censito dall’istituto.

Ma le buone notizie non possono oscurare la circostanza che i prezzi sono bloccati, quando non sono in calo. Anche fra le abitazioni nuove i prezzi sono poco sopra il livello del 2010. L’indice, infatti, fatto 100 il livello di fine 2010, quota un miserevole 100,8. Ciò vuol dire che in quasi quattro anni i prezzi sono rimasti stagnanti, e anzi sono scesi parecchio: basta ricordare che nel terzo trimestre del 2012 l’indice quotava 104,7.

Per apprezzare compiutamente il dato, inoltre, va ricordato il peso relativo delle abitazioni nuove sul totale. E all’uopo può essere utile osservare l’indice totale, che al terzo trimestre 2014 vale 88,3 e che risulta in calo da 11 trimestri. In pratica il prezzo delle abitazioni italiane, in media, è diminuito dell’11,7% dalla fine del 2011 ad oggi. Se consideriamo solo le abitazioni esistenti il calo arriva al 16,7% (indice 83,3).

Purtroppo i dati Istat fotografano solo parzialmente il problema.

Ricordo che la crisi dell’immobiliare è partita nel 2008.

Possiamo avere un’idea più chiara di cosa sia successo rileggendo il bollettino di ottobre della Banca d’Italia, l’ultimo disponibile, che sommarizza in un grafico l’andamento trimestrale dei prezzi, reali e nominali, e delle compravendite dal 2000 a metà 2014.

Fatto 100 il livello di questi indicatori nel 2005, possiamo osservare le due fasi del ciclo. Prima quella espansiva, nei primi anni del 2000, quando i prezzi nominali erano poco sotto 70 e quelli reali a 80, con le compravendite vicine a 85.

L’espansione ha raggiunto il suo picco fra il 2007 e il 2008, quando l’indice dei prezzi nominali superò 115, quindi 45 punti in più rispetto al dato del 2000 (+64%), mentre i prezzi reali viaggiavano poco sotto 110 (+37%) e le compravendite quotavano 110 (+30%).

La fase di contrazione dura fino a oggi. L’indice dei prezzi nominali , ricordando sempre che Bankitalia non distingue fra abitazioni nuove o esistenti, è tornato a livello 100, quindi al livello del 2005. Quello dei prezzi reali sta intorno a 85, all’incirca al livello del 2002, mentre le compravendite sono crollate poco sopra 50, ossia il 38% in meno del livello del 2000.

Stando così le cose, il leggero aumento delle compravendite (+4,1%), peraltro associato a una costante contrazione dei prezzi, registrato da Istat nel terzo trimestre 2014 non sembra sufficiente a invertire un trend che si conferma ancora contrazionario.

Giova ricordare che tale distruzione di ricchezza ha notevolmente colpito le famiglie italiane, e fa scricchiolare anche i bilanci delle banche, che di mattone, sia diretto che indiretto (esposizione verso mutui immobiliari) sono imbottite, come la stessa Bankitalia ha ricordato nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

La domanda che tutti si fanno è quale sarà l’andamento del mercato quest’anno. Gli analisti temono un altro 2015 a prezzi calanti, anche a causa delle politiche fiscali sul mattone, si pensi all’imminente riforma del Catasto, alla scarsa propensione delle banche a erogare credito, e, soprattutto, all’andamento declinante dei redditi, che tale credito dovrebbero garantire.

Se a tali variabili aggiungiamo quelle demografiche che impattano sulla domanda – gli anziani sono sempre meno propensi a cambiare casa e i giovani sono sempre di meno – si delinea con chiarezza un quadro deflazionario, con tutti gli effetti che ciò può determinare sulla ricchezza nazionale.

Il mattone, da grande riserva di valore degli italiani, rischia di diventare il loro fardello.

Tale triste conclusione non tiene però conto dell’impeto pianificatorio del governo, come dicevo prima. La seduzione dei Piani Governativi, per un paese con alle spalle una tradizione come la nostra, è irresistibile. I governi italiani hanno sempre pianificato qualcosa, con risultato che abbiamo il terzo debiti pubblico del mondo.

Ebbene, per presentare il Piano, il ministro delle infrastrutture ha scelto il convegno dal titolo “Social housing: una soluzione al disagio abitativo”.

Il piano, per competenza, è stato disegnato con la collaborazione di Ance, Cassa depositi e prestiti e Abi: quindi comuni, il forziere pubblico per eccellenza, e le banche. Lo scopo, così come le cronache lo hanno raccontato, è quello di mettere in piedi uno di quei modelli dove un fondo compra coi soldi delle banche e vende a un altro fondo. In sostanza la sarabanda che nei primi anni duemila ha condotto a grandi arricchimenti privati a spese dello stato.

Poiché non ho avuto accesso agli atti del convegno, devo accontentarmi delle cronache che ne sono state fatte e che vi riporto per completezza di informazione.

Lo scopo del Piano è recuperare gli immobili invenduti, si parla di 20 mila, che poi sono quelli che hanno patito i minori ribassi di prezzo, come abbiamo visto, e che sono rimasti nelle pance di chi li ha costruiti. Questo mattone invenduto dovrebbe finire in mano a dei fondi immobiliari, costituiti dagli stessi imprenditori, le banche e CdP, che ne propongono una valorizzazione sulla base della quale, con i soldi della CdP, si formulerà un’offerta ai fondi stessi per prendere in gestione questi immobili e metterli a reddito, potendo contare all’occorrenza sui 400 milioni che il viceministro alle infrastrutture ha annunciato saranno resi disponibili per il Piano: 150 milioni per il sostegno degli affitti e 250 per il sostegno fiscale per interventi sull’invenduto”.

Quindi un imprenditore che ha un palazzo incompleto e invenduto, potrà conferirlo a un fondo, che lo completerà con i soli dello stato e magari potrà affittarlo a canone calmierato, sempre coi soldi dello stato. Il tutto, ovviamente, per alleviare il disagio delle categorie deboli.

Per la cronaca, ricordo che l’ultimo Piano Casa, che prevedeva 20 alloggi disponibili per i più deboli entro il 2010, si sono perse praticamente le tracce. Ma state pur certi: il Piano torna sempre. E con tali premesse/promesse il Piano Casa arriverà al traguardo.

Piano, piano, però.

Fuga bancaria dai titoli di stato


Strette fra l’incudine della crisi e il martello della Bce, le banche italiane hanno iniziato ormi da diversi mesi a disfarsi dei nostri titoli di stato. Dal luglio 2013 a marzo 2014, leggo nell’ultimo rapporti sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, “le vendite nette di titoli pubblici sono state pari a 22 miliardi, effettuate per la gran parte dai primi cinque gruppi bancari e da altre banche di grandi dimensione”.

C’entra qualcosa il fatto che le grandi banche siano finite nell’asset quality review iniziato dalla Bce?

Difficile affermare il contrario. Le regole fissate dall’Eba e dalla Bce per la valutazione di questi attivi sono assai stringenti e vista la dimensione dell’esposizione bancaria verso i bond italiani, non è che le banche avessero tutte queste possibilità. L’obiettivo nascosto del comprehensive assessment, o almeno uno degli obiettivi, era proprio quello di contribuire a spezzare il legame fra debito pubblico e banche residenti, considerato uno dei grandi mali dell’eurozona.

Ciò non vuol dire che i problemi delle banche italiane siano terminati. Pure al netto della ventina di miliardi di titoli venduti, il comparto bancario risulta, alla fine di marzo di quest’anno, ancora esposto per 382 miliardi nei confronti di bond sovrani, peraltro con acquisti in crescita proprio nei primi mesi di quest’anno rispetto a fine 2013. Parliamo di un livello di esposizione che quota il 10,2%.

La buona notizia (per loro) è che finora acquistare titoli pubblici si è rivelato un buon affare per le banche italiane. “Si stima – dice Bankitalia – che da luglio la rivalutazione del portafoglio, indotta dal forte calo dei rendimenti, sia stata pari a 13 miliardi”. Questo perché un calo dei tassi fa aumentare il valore capitale dei bond.

Vale la pena anche osservare che si è anche notevolmente abbassata la durata media residua dei bond in pancia alle banche. Conseguenza evidente delle politiche della BCE, che hanno spinto le banche a sostenere le scadenze brevi. Ma i titoli con scadenza superiore a cinque anni sono comunque circa un quarto del totale, mentre circa la metà dell’esposizione si concentra nelle scadenza fra i due e i cinque anni.

Questa situazione si inserisce in uno scenario assai complesso per le banche italiane. Già gravate da quote crescenti di sofferenze bancarie, arrivate al 15,9% a dicembre 2013, e pesantemente esposte anche sul mercato immobiliare, i nostri istituti si trovano anche a dover fare i conti con un e’sposizione importante verso zone geografiche complicate.

Bankitalia calcola che l’esposizione bancaria italiana verso i paesi CEE, ossia dell’Europa Centrale e Orientale, quoti 171 miliardi, più di un quarto del totale dell’esposizione bancaria verso i non residenti, di cui 21 miliardi verso la Russia e 4,6 verso l’Ucraina.

Tutto questo in un contesto di stress test in arrivo che, come ha notato il presidente della Consob, potrebbe essere fonte di grandi seccature per le banche e, di conseguenza, per il nostro debito pubblico, visto che le banche, grazie ai fondi della Bce, ne hanno garantito la sostanziale tenuta in questi ultimi anni.

Non da sole, certo.

Sempre Bankitalia fotografa il ruolo crescente del settore assicurativo nell’acquisto di titoli di stato, in crescita come d’altronde è quello dell’estero.

Le assicurazioni, in particolare, detenevano l’11,5% del debito pubblico italiano a giugno 2013 e sono arrivate a dicembre ad averne il 13,2%. In pratica hanno compensato la fuga dai bond delle banche, dove a percentuale è scesa dal 23% al 21,7%, e delle famiglie, passate dal 13,6 di giugno al 12,1%. Cresce anche la quota di titoli in mano ad altri detentori italiani, quindi fondi pensione e società non finanziarie, dal 7,8% all’8,5%.

Quanto all’estero, per la gioia di molti (ma non di tutti), la quota di titoli di stato italiani in mano all’estero è aumentata dal 26,1% del totale di giugno 2013 al 27%.

Si può discutere a lungo di quanto sia saggio affidare le sorti della propria finanza pubblica al buon cuore dei creditori esteri, ma tant’è: nel momento in cui si vuole spezzare il legame fra banche residenti e titoli di stato, non resta che affidarsi al mercato per finanziare i propri debiti pubblici, E, di conseguenza, alla market discipline.

Last but not the list, l’asset quality review in corso sui bilanci bancari chiusi a dicembre 2013. Quando saranno pubblicati gli esiti degli stress test, a fine ottobre, le banche italiane potrebbero scoprire di avere molti più problemi di quanto pensassero di averne.

Ma questa è un’altra storia.

(1/segue)   

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