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Ultime dal Fmi: ora il problema dell’Italia è il debito privato, non quello pubblico


Arrivo alla fine del lungo racconto straordinario che il Fmi fa del nostro Paese e scopro un’evidenza che mi lascia di stucco: il problema dell’Italia versione 2015 non è più il debito pubblico, che pur essendo “esposto a diversi rischi rimane sostenibile”, ma il debito privato. Non tanto delle famiglie, che appaiono comunque fra le meno indebitate d’Europa, ma delle imprese.

Ne ho contezza grazie a un semplice procedimento artimetico: il numero di pagine dedicate alla questione del debito pubblico è assai inferiore rispetto a quelle scritte sui crediti dubbi che ancora campeggiano nelle pance delle banche e ai quali il Fmi dedica uno dei suoi selected issue, dove si prendono in esame alcune soluzioni di sistema per riparare i bilanci degli intermediari creditizi, visto che i non performing loans (NPLs) “al 17 per cento hanno raggiunto un livello sistemico, impedendo l’offerta di credito e limitano potenzialmente gli investimenti”.

Se infatti guardiamo al grafico che analizza l’offerta e la domanda di credito notiamo due cose: la prima è la scomparsa della domanda di credito, che segnala della scarsa propensione ad investire delle aziende italiane, ma anche l’inabissarsi dell’offerta. Comprensibile quando ballano circa 330 miliardi di crediti incerti. “infatti – nota il Fmi – gli investimenti privati reali sono caduti a un livello mai visto in 15 anni, rallentando drammaticamente il passo della ripresa e proiettando ombre sull’output potenziale”.

A ciò che si aggiunga che le sofferenze (in italiano nel testo) ammontano a più della metà di questi 330 miliardi. “La combinazione fra aziende sovra-indebitate, banche con bassi buffer di capitale e alti rischi, e un sistema legale che complica la ristrutturazione delle aziende e la lunghezza giudiziaria dei procedimenti e il sistema fiscale scoraggiano la svalutazione di questi Npls”, aggiunge il Fmi.

Questo ha avuto anche un pesante impatto sulle banche, che hanno visto diminuire la loro profittabilità proprio mentre la crisi ha fatto aumentare drammaticamente i crediti difficili. La conseguenza è che “malgrado la disponibilità di denaro a basso costo, le banche sono diventate molto più caute nel concedere crediti, specie per le piccole e media imprese”, ossia la grandissima maggioranza del nostro tessuto industriale.

Insomma: la diagnosi è chiara: l’abbuffata di debiti privati nel periodo pre crisi, unita al loro lievitare a causa della crisi, ha determinato che i “NPLs in Italia abbiamo raggiunto un livello sistemico”. Ciò malgrado il grosso di queste esposizioni dubbie sia concentrati su piccoli importi, oltre il 75%, infatti sono inferiori a 250mila euro, e tre quarti sono concentrati nel settore corporate, con un particolare concentrazione nel settore dei servizi e quello a bassa intensità tecnologica.

Questa riscrittura delle nostre emergenze nazionali mi sorprende non tanto perché non fosse nota, ma a cagione del fatto che sia ancora poco compresa. E soprattutto mi sorprende leggere che il Fmi giudichi come assolutamente necessario che il governo faccia “tutto ciò che è necessario” per arrivare a una soluzione. Come sempre i poteri pubblici, usualmente negletti, vengono invocati quando si tratta di riparare i danni fatti da quelli privati.

E le autorità, infatti, se ne sono fatte carico. Il Fmi si aspetta che entro la fine dell’anno arrivino dal governo proposte per la riforma del sistema delle insolvenze, mentre la Banca d’Italia sta lavorando a uno schema di supervisione per definire come e quando si debba arrivare a una svalutazione dei crediti dubbi. Il governo, inoltre, sta lavorando all’ipotesi di una asset management company (AMC), quella che la vulgata chiama bad bank, della quale però, nota il Fmi, “i dettagli non sono ancora noti”.

A tal fine, immagino, il Fmi elargisce alcuni suggerimenti, ricordando che “una soluzione potenziale bisogna sia onnicomprensiva dei diversi aspetti del problema”, che sono finanziari, economici e legali.

I problemi, infatti sono diversi e complessi. A cominciare dalla circostanza che “i potenziali e sostanziali gap sui prezzi (di questi crediti, ndr) conducono a disincentivi per le banche a svalutarli e venderli”. In quanto evidentemente, subirebbero perdite che non vogliono accollarsi. Anche perché “il trattamento fiscale penalizza le banche italiane che volessero svalutare più aggressivamente i crediti dubbi”.

Che fare dunque? Il Fmi nota che “ogni incertezza sulla qualità dei asset bancari italiani deve essere risolta”, magari coinvolgendo i regolatori che devono aiutare le banche a vedersela con questi crediti dubbi. E in tal senso sarebbe utile varare “forti disincentivi verso le banche che tengono questi crediti in bilancio”, accoppiandoli perciò a incentivi fiscali a liberarsene. Insomma, strategia “carota e bastone”, per usare le parole del Fmi.

Dulcis un fundo, una “AMC può altresì giocare un ruolo utile per sviluppare un mercato del debito incerto”. Meglio ancora, “una AMC centralizzata con alle spalle lo Stato può anche aiutare a far partire questo mercato”.

Sarà pure inefficiente l’amministrazione pubblica italiana. Ma quanno ce vo’, ce vo’.

(2/fine)

Leggi la prima puntata

 

 

La Bce spinge i ricavi delle banche italiane


Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo del Sole 24 ore che, citando uno studio di Prometeia, stimava in 3,8 miliardi i profitti aggregati del sistema bancario italiano, notando come la stima inverta un quadriennio di risultati negativi per il settore, gravato da ingenti rettifiche sui crediti deteriorati. Nel seguito veniva inoltre riportata la stima del CER, Centro europa ricerche, che vede gli utili aggregati fermarsi a due miliardi.

Ma a parte la differenza di vedute, l’articolo sottolineava altresì come tale risultato dipenda più dal calo di questa voce che dall’aumento dei ricavi, delineando però anche alcune prospettive positive.

Sempre secondo Prometeia, infatti, il ROE, ossia del ritorno sul capitale, passerà dal segno negativo al +3,7% nel triennio 2015-2017. Ancora poco, ma sempre meglio di nulla. Specie se il governo avvierà come ormai sembra imminente l’operazione bad bank per pulire definitivamente i bilanci delle banche.

La buona notizia, di cui sono assetato come tutti, mi ha fatto venire voglia di approfondire, sicché mi sono andato a rileggere l’approfondimento che Bankitalia ha dedicato al sistema bancario italiano nel suo ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria che contiene alcune informazioni che permettono di apprezzare cosa sia successo negli ultimi anni alle nostre banche e, soprattutto, cosa riservi il futuro.

In particolare trovo una tabella che ci racconta l’evoluzione dei conti economici delle banche italiane nell’ultimo ventennio, che trovo assai utile dalla quale estraggo alcune informazioni di sistema.

La prima è che il totale delle attività delle banche italiane è passato dai 1.291 miliardi del periodo 1994-1997, ai 3.219 del periodo 2013-2014. Degna di nota anche la circostanza che l’utile prima delle imposte (ROA, return on asset) era ol 0,37% del totale dell’attivo negli anni ’90, mentre è sceso a -0,23 nel biennio 2013-14.

Nel bel mezzo di erge il periodo d’oro del banking italiano, quello fra il 2004 e il 2007, quando gli attivi erano a quota 2.704 miliardi e l’utile prima delle imposte al +0,91.

Su questi conti pesano alcune importante scelte gestionali. I costi operativi, intanto. Negli anni ’90 pesavano il 2,37% del totale degli attivi, a metà 2000 l’1,70, negli ultimi due anni l’1,35%. D i questi costi, l’incidenza delle spese per il personale erano pari all’1,51% negli anni ’90, ossia il 63% del totale dei costi operativi, lo 0,92% a metà 2000, quindi il 54% dei costi operativi, e lo 0,69, pari al 51% dei costi operativi, nel biennio 2013-14.

Nel ventennio considerato, quindi, le banche hanno tagliato di dodici punti il peso dei costi del personale su quelli operativi, e ciò spiega perché i dipendenti siano passati dai 333 mila degli anni ’90, col picco di 338 a metà 2000, ai 298 mila di fine 2014, a fronte però di un aumento degli sportelli, passato da 24.600 dei Novanta ai 31.600 dell’ultimo biennio.

Altra voce pesante è stata quella delle rettifiche. Nei Novanta pesavano lo 0,75 degli attivi, crollano allo 0,29 nel periodo d’oro, e aumentano quasi del quadruplo nell’ultimo biennio, all’1,09. Se considerate l’evoluzione degli attivi, noterete che i valori assoluti sono parecchio importanti.

E ciò spiega perché gli indicatori di redditività del capitale proprio (ROE) sia crollato. In particolare, nel 2013 era negativo per lo 0,9 ed è arrivato a -0,2 nel 2014, dove si segnala un ROE negativo per -1,8% dei primi cinque gruppi bancari a fronte di un ROE positivo per l’1,7% delle altre.

Per dirla con le parole di Bankitalia, “alla riduzione (del ROE, ndr) hanno contribuito in misura pressoché analoga la diminuzione dei ricavi, dovuta soprattutto al forte calo del margine di interesse, e l’aumento delle rettifiche su crediti. Le banche hanno fatto fronte alla diminuzione dei ricavi in larga parte attraverso riduzioni dei costi operativi, soprattutto quelli per il personale (-10 per cento, -23 punti base in rapporto all’attivo). Il riassetto organizzativo è stato di ampie dimensioni: dal 2008 il numero di sportelli è diminuito dell’8 per cento e quello dei dipendenti del 12%”.

Le previsioni di Bankitalia, tuttavia, sono meno ottimistiche di quelle di Prometeia: “Se l’aggiustamento dei costi si dimostrasse strutturale e la ripresa economica consentisse di recuperare il calo dei ricavi e dimezzare le rettifiche”, con l’avvertenza che anche dimezzandosi nell’arco del prossimo quinquennio rimarrebbero su livelli quasi doppi rispetto al periodo pre-crisi, allora “il ROA potrebbe risalire a un livello sostanzialmente analogo a quello del quadrienni 2004-2007. Si tratta di un obiettivo ambizioso ma possibile nell’arco di un quinquennio”.

Il futuro ci dirà se ha ragione Prometeia oppure Bankitalia.

Nel mentre un altro approfondimento contenuto nel Rapporto sulla stabilità finanziaria ci consente di apprezzare un altro aspetto sovente sottaciuto nelle cronache: l’impatto del QE di Francoforte sui bilancio delle banche italiane.

La banca centrale ricorda che il QE “influisce sulla redditività delle banche italiane attraverso numerosi canali: la variazione dei tassi di interesse, il tasso di cambio dell’euro, i cambiamenti di valore dei titoli detenuti nel portafoglio delle banche e l’aumento della domanda di servizi di intermediazione connesso con il miglioramento del quadro macroeconomico”.

Ipotizzando che il QE provochi una flessione dei tassi a medio e a lungo termine di circa 85 punti base e un deprezzamento del tasso di cambio nei confronti del dollaro pari all’11,4 per cento, la simulazione prevede che il programma Bce aumenterebbe i profitti bancari, al lordo delle imposte, di circa 300 milioni nel 2015 e 1,4 miliardi nel 2016, mentre gli altri ricavi aumenterebbero di 400 milioni nel biennio “per effetto soprattutto dei risultati positivi dell’attività di negoziazione in titoli”.

Un paio di miliardi di più di utili lordi in due anni, quando l’utile nell’ultimo biennio è stato negativo per oltre sette miliardi, male non fa. Le banche italiane non sono nella condizione di rinunciare a nulla.

Figuratevi all’aiutino della Bce.

Il mattone sopravvalutato delle banche italiane


Sempre perché è utile capire l’aria che tira, ho letto con grande curiosità l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia che, com’era prevedibile, ha dedicato un lungo approfondimento alla questione dell’asset quality review, con relativi stress test, svolti dalla Bce e pubblicati alla fine del mese scorso.

Le cronache si sono ampiamente dilungate sulle manchevolezze di capitale di alcune banche e il market toast seguito agli stress test che ha colpito, tanto per dire, Mps, ha fatto il resto. Poi dai primi di novembre la Bce ha assunto ufficialmente il suo ruolo di supervisore e l’intera faccenda è finita nelle pieghe delle cronache, travolta dalle preoccupazioni del combinato disposto crescita bassa e disinflazione che ritma la nostra attualità.

Senonché, curiosando fra i recessi dell’imponente valutazione svolta dalla Bce sui bilanci bancari dell’eurozona, altre cose emergono, purtroppo oscurate dal dibattito pubblico.

Una in particolare ha catturato la mia attenzione. Ossia che la valutazione della Bce ha riguardato anche il terzo livello dei bilanci bancari, quello che, come si addice a qualunque terzo livello che si rispetti, è alquanto opaco.

Qui sono annidati degli attivi la cui valutazione è alquanto aleatoria, per non dire discrezionale. Vi campeggiano, ad esempio, le quotazioni di bilancio dei patrimoni immobiliari che le banche custodiscono assai gelosamente. E le italiane in particolare, visto che una quota robusta dei loro attivi sono gli immobili messi a garanzia dei prestiti che hanno concesso alle famiglie e alle imprese per i mutui per acquisto immobili, oltre agli immobili di proprietà.

Per darvi un’idea di quanto pesino, basti qui ricordare che l’esposizione verso le famiglie di mutui bancari supera i 338 miliardi di euro.

La Bce per stimare quanto valgano veramente gli immobili in pancia alle banche ha esaminato un campione di 8.000 immobili situati in Italia e all’estero per un controvalore di 33 miliardi di euro. La valutazione, che partiva dai valori di bilancio, è stata affidata a periti indipendenti.

Costoro sono arrivati alla conclusione che le stime del valore delle garanzie immobiliari delle banche italiane sono sopravvalutate dagli istituti per il 10,1%, che è di sicuro una bella cifra, anche se inferiore al 13% rilevato per l’intero campione.

Bankitalia, nel suo commento, spiega come tale differenza sia da attribuirsi sostanzialmente al ritardo col quale le banche aggiornano le valutazioni dei loro bilanci, e quindi non tengono conto del calo dei prezzi degli immobili intervenuti nel frattempo.

Sarà sicuramente così. Ma rimane il fatto che anche il 10,1% stimato è una media. Si va da un picco di sopravvalutazione del 17% per un quarto degli immobili a zero per l’ultimo quarto, con un valore mediano di circa il 6%.

In ogni caso, un aggiustamento dei valori immobiliari che li adegui ai valori correnti, ossia alle stime dei periti, implicherebbe un dimagrimento relativo dei bilanci. Il che certo non è un buon viatico per le nostre banche.

Tale circostanza peraltro interviene in un momento in cui il mercato immobiliare è ancora assai fragile.

La rilevazione svolta da Bankitalia mostra che i prezzi sono in calo praticamente dal 2007, con la curva dei prezzi che sprofonda fra il 2010 e il 2011, proseguendo il suo andamento anche fra il 2013 e il 2014.

Per darvi un’idea dello stato dell’arte, basta fare il raffronto dei prezzi fra i principali paesi dell’eurozona a partire dal 2000.

Fatto 100 l’indice dei prezzi nel 2000, l’Italia oggi mostra un livello di prezzi vicino a 140, allineato con la media della zona euro, che però evidenzia profonde differenza al suo interno. Nel momento del picco, il nostro paese aveva superato 160, di poco superiore alla media euro.

Da allora il mercato è molto cambiato. La Germania, dove la curva dei prezzi è rimasta schiacciata a 100 fino al 2010 ora si avvicina verso 120, ponendosi poco sopra l’Irlanda, che aveva toccato 200 nel 2007, e appena sotto i Paesi Bassi, che avevano raggiunto un picco di circa 150.

La Spagna, che aveva toccato un picco di 240, come il Regno Unito, ora quota circa 150 mentre in Gran Bretagna i prezzi, dopo esser calati fino a circa 180 ora svettano verso i 220.

In Belgio i prezzi hanno risentito poco della crisi, e ora si trovano al livello di quelli inglesi insieme con quelli francesi, che, nel 2011, hanno addirittura superato il picco del 2007.

Ciò vuole dire che nella zona euro c’è un gruppo di paesi dove le quotazioni sono aumentate dalla crisi in poi, altri dove sono diminuite parecchio e altri meno, fra cui, appunto c’è il nostro paese.

Tale frammentazione, l’ennesima dell’eurozona si inserisce in un contesto di crescita economica incerta e di inflazione declinante, combinazione pericolosissima per la stabilità finanziaria. Un correzione che dovesse partire dai paesi dove il mattone tira ci metterebbe un attimo a trasferirsi agli altri.

A quel punto i bilanci delle banche italiane saranno costretti a fare un esercizio di verità. Dovranno svalutare il mattone. E se le banche “ufficializzano” il calo dei prezzi, cosa succederà al mercato nel suo insieme?

Quota anno 2000 (dove peraltro il Pil è tornato di recente) è davvero dietro l’angolo.

Caccia a ottobre (in) rosso per le banche europee


Sfoglio distratto le pagine che riepilogano il lungo intervento di Ignazio Visco alla conferenza interparlamentare che le regole del fiscal compact prescrivono per gli stati, pubblicata giorni fa, ma l’unica cosa che mi suggeriscono è che il giorno della resa dei conti per le grandi banche europee è ormai dietro l’angolo.

Dal 26 ottobre la vicenda bancaria tornerà prepotentemente d’attualità con la pubblicazione dell’esito del comprehensive assessment che la Bce ha svolto in questi mesi. E solo allora sapremo se ci sarà un conto da pagare, che si aggiungerà alla già lunga lista della spesa del nostro governo, o se invece potremo tirare il fiato.

Non è una questione di poco conto. Visco ha sottolineato che “i fabbisogni di capitale risultanti dall’esercizio di valutazione dovranno essere soddisfatti in primo luogo attraverso il ricorso a risorse di natura privata”. Il che implica che eventuali carenze di capitale dovranno essere colmate dalle banche stesse e non dallo Stato. In primo luogo, però. Ma cosa succederebbe se i privati non dovessero rispondere all’appello?

Il tema è assai controverso, ed è comprensibile che nessuno azzardi una risposta. Visco, al contrario, ostenta un certo ottimismo, che solo i fatti ci diranno se è di maniera oppure se è fondato. “Al di là dell’entità dei fabbisogni di capitale che risulteranno dall’esercizio, – spiega – che prende a riferimento la situazione in essere alla fine del 2013, va ricordato che importanti risultati sono stati già ottenuti nel corso di quest’anno, rafforzando le iniziative assunte negli anni precedenti. In Italia numerosi intermediari hanno operato in bilancio ingenti svalutazioni delle poste dell’attivo (per oltre 30 miliardi nel solo 2013, per quasi 130 dal 2008), accrescendo la trasparenza dei bilanci. Sono state realizzate operazioni di rafforzamento patrimoniale per quasi 40 miliardi, di cui oltre 10 nel corso del 2014. Grazie a questi interventi le banche potranno far meglio fronte alle eventuali necessità di rafforzamento risultanti dall’esercizio”.

Per una di quelle misteriose vie che intraprende il pensiero, sapere che dal 2008 le banche italiane hanno svalutato 130 miliardi di crediti e hanno rafforzato il patrimonio per 40 miliardi, mi fa venire in mente un vecchio film degli anni ’90 che con le banche non c’entra nulla: caccia a ottobre rosso, la storia di un sottomarino sovietico sulla pelle del quale Usa e Urss giocano l’ennesimo esercizio di quel conflitto profondamente scacchistico che è stata la guerra fredda.

Ripenso alla trama e mi accorgo che in effetti le banche europee somigliano pericolosamente a quel sottomarino: sono dotate di armi nucleari, ossia gli esotici strumenti finanziari nascosti nei loro bilanci, e viaggiano negli abissi misteriosi del sistema finanziario, il loro personalissimo mare, senza che nessuno sappia bene cosa tengono ben nascosto nei loro arsenali. Sostanzialmente spaventano tutti, trattandosi di armi di distruzioni di massa, a cominciare dagli stati che pure le ospitano più che volentieri.

Da questa prospettiva il lungo discorso di Visco smette di annoiarmi e diventa interessante. L’avvio della supervisione unificata in sede europea, e segnatamente all’interno della Bce, è prevista per il 4 novembre, quindi pochi giorni dopo il disvelamento del comprehensive assessment. Da quel giorno a Francoforte si installerà una sorta di torre di controllo che potrà sindacare, finalmente fuori dai circuiti nazionali, sullo stato di salute delle banche, 120 al momento, molte delle quali fanno parte della lista dell istituzioni sistemiche che il Comitato di Basilea ha redatto. In sostanza quest’autunno vedrà il primo vagito dell’Unione bancaria, che segna l’inizio di una nuova Europa dove l’unificazione della valuta di conto viene completata dall’unificazione della moneta più consistente delle nostre economie: la moneta bancaria.

Per capire la rilevanza di questo passaggio storico, basta sottolineare come fa Visco che “l’azione di politica monetaria (della Bce, ndr), la definizione dell’Unione bancaria, il tornare a discutere di quella di bilancio, a progettare, in prospettiva, un’unione politica hanno contribuito ad avviare il ripristino durevole della stabilità finanziaria dell’area dell’euro e più favorevoli condizioni di finanziamento nei paesi esposti alle tensioni”.

L’istituzione della supervisione unificata, tuttavia, è solo il primo passo. Gli altri due, tuttavia, sono già stati compiuti e aspettano solo di essere attuati. Quindi l’attivazione del meccanismo di risoluzione e, soprattutto il più controverso: l’attivazione del fondo unico di risoluzione.

Visco ci ricorda che il consiglio unico di risoluzione sarà operativo dal primo gennaio 2015, “quando avvierà l’attività di raccolta di informazioni e di collaborazione con le autorità di risoluzione nazionali per la definizione dei piani di risoluzione delle banche. Il Consiglio, in particolare, adotterà le decisioni di risoluzione – con la collaborazione delle autorità di risoluzione nazionali – per le banche vigilate direttamente dalla BCE e per i gruppi bancari transfrontalieri”. Ma solo dal primo gennaio 2016 saranno operative anche le regole previste per il fondo unico di risoluzione che dovrebbe essere alimentato da accantonamenti delle stesse banche. Salvo per il periodo transitorio, che poi è quello che inizierà dal 1 gennaio 2015.

Ed è qui che torna la domanda: da chi dovranno essere coperte eventuali carenze di capitale che dovessero essere acclarate a fine ottobre? E chi pagherà il conto di eventuali risoluzioni bancarie che dovessero rendersi necessarie a partire dal 1 gennaio 2015?

Visco si limita a ricordarci ancora che “restano da definire, rapidamente, importanti aspetti operativi del meccanismo. Si tratta, in particolare, delle modalità per rafforzare la capacità finanziaria del Fondo di risoluzione, soprattutto nei suoi primi anni di vita, dei meccanismi per la definizione dei contributi dovuti dalle banche”. E poi che “andrà assicurato il rapido completamento dei passaggi necessari per garantire il rispetto di questa scadenza e consentire all’Italia di partecipare fin dall’inizio del 2015 alla preparazione del meccanismo unico di
risoluzione”.

Ma soprattutto è sullo schema assicurativo dei depositi che si giocherà la partita politica più importante: “Uno schema unico di assicurazione dei depositi, anche attraverso la mutualizzazione delle risorse all’interno dell’Unione, consentirebbe di affrontare meglio eventuali episodi di crisi sistemiche, attenuando decisamente i rischi di instabilità finanziaria a livello locale”.

Ed è proprio sul concetto di mutualizzazione delle risorse che andremo a vedere le carte di questa nuova eurozona. Se l’accettazione della mutualizzazione passerà per la logica degli aiuti condizionati, prevedendo al tal fine un ruolo apposito del fondo Esm, sarà evidente che l’eurozona avrà compiuto un importante passo in avanti verso l’unione fiscale utilizzando surrentiziamente quella bancaria. E non servirà molto tempo per capire se sarà così.

Una volta conclusa la “caccia” alle banche europee, che molto presto sapremo se ben capitalizzate o no, conosceremo anche chi e come dovrà pagare l’eventuale conto che la Bce presenterà ai mercati allo scopo, nobilissimo, di ristabilire la fiducia. Se poi la caccia a ottobre rosso finirà col farci scoprire banche in rosso ciò non potrà che affrettare il processo di unificazione bancaria, magari passando da una massicia stagione di fusioni e acquisizioni, visto che “il funzionamento della vigilanza unica sarà tanto più efficace quanto più verranno superati i limiti derivanti da ordinamenti ancora in gran parte nazionali”.

Ristabilire la fiducia, unificare il sistema finanziario, dopo quello monetario, preparerà anche il campo per un’ulteriore evoluzione della finanza europea. Oltre a spezzare il legame ancora forte fra banche e debito sovrano, bisognerà pure affievolire quello fra banche e imprese, cosicché queste ultime, ancora troppo dipendenti dai finanziamenti bancari, imparino a reperire fondi sul mercato dei capitali, come succede negli Stati Uniti.

Conclusione: alla fine di questo percorso avremo un nuovo sistema finanziario europeo, integrato, unificato, centralmente regolato e controllato. L’unione fiscale o politica, a questo punto, sarà solo questione di tempo.

E neanche troppo.

 

 

Gli stress test costano venti miliardi alle banche italiane


Dunque le banche italiane, a fine 2013, avevano ancora 382 miliardi di titoli di stato nei loro portafogli. Su questo dato, per tacere degli altri (sofferenze, esposizione su settore immobiliare) si innesta l’asset quality review della Bce, con il suo portato di scenari baseline e avversi, cui corrispondono precisi haircuts sui valori dei titoli sovrani detenuti dalle banche. E quindi, a seguire, esigenze di ricapitalizzazioni che rischiano di far saltare il già periclitante banco bancario.

La domanda che tutti si fanno è: quanto potrebbero arrivare a costare alle banche gli stress test che verranno pubblicati a fine ottobre?

Domanda miliardaria, a ben vedere. Le regole di Eba e Bce prevedono difatti che le banche trovate in difetto di capitalizzazione avranno sei mesi di tempo per adeguare i propri requisiti patrimoniali. O, per dirla con le parole della Bce: “Le carenze patrimoniali messe in luce nell’esame della qualità degli attivi o nello scenario di base della prova di stress dovrebbero essere appianate entro sei mesi, mentre quelle individuate nello scenario avverso entro nove mesi (corsivo mio, ndr). Gli interventi di ricapitalizzazione a copertura delle insufficienze rilevate, purché non siano ridotte con altri mezzi, dovrebbero basarsi su strumenti patrimoniali della massima qualità”.

Che significa? Qui la materia diventa astrusa, ma vale la pena perderci qualche minuto, visto che è così ormai che si fa politica.

Nella sua nota sul comprehensive assessment rilasciata il 29 aprile scorso, l’Eba spiega che gli haircuts sui bond sovrani sono conseguenti a specifici shock sui tassi di interessi che comportano perdite mark to market sull’esposizione sovrana detenuta nel comparto HfT (held for trading) e sull’esposizione sovrana detenuta nel comparto AfS (avalaible for sale).

Ricordo ai non appassionati che i due comparti nei principi contabili internazionali rappresentano semplicemente due cassetti, chiamiamoli così, dove le banche mettono i titoli. Si differenziano per il diverso trattamento di cui godono ai fini regolatori, e in particolare perché gli attivi HfT compongono, insieme con altri, il capitale di vigilanza, mentre gli attivi AfS no. Detto in altre parole, eventuali haircuts sui titoli che compongono il capitale di vigilanza potrebbero aver effetti sull’adeguatezza patrimoniale.

La vulgata dice che gran parte dei titoli di stato in mano alle banche italiane sia iscritta nel comporto AfS. Ebbene: per queste ultime esposizioni le regole Eba prevedono una rimozione graduale dei filtri prudenziali finora assegnati a questa categoria di titoli. Il filtro in pratica consisteva nella circostanza che, essendo bond sovrani, venivano considerati privi di rischio. La qualcosa urtava non poco alcuni banchieri centrali.

Sempre la nostra nota sottolinea che “concretamente il 20% delle perdite non realizzate, comprese quelle sui bond sovrani, non sarà filtrato nel 2014, il 40% nel 2015 e il 60% nel 2016, la qualcosa eliminerà il trattamento preferenziale concesso al debito sovrano”. Non filtrare le perdite significa, in pratica, riconoscerle. Il trionfo del Berliner consensus.

“Anche l’esposizione su titoli sovrani detenuti fino alla scadenza (held to maturity) saranno trattati allo stesso modo di altre esposizioni creditizie presenti in portafoglio”, sottolinea la nota. Quindi, ovunque siano inseriti, i bond sovrani non avranno la possibilità di sfuggire agli stress test.

Aldilà del significato filosofico di questa decisione – assimilare un bond sovrano a un qualunque titolo obbligazionario significa ammettere il rischio implicito di un default statale – l’esercizio Eba diventa interessante quando si vanno a vedere le conseguenze sui bilanci bancari.

In particolare dobbiamo andare a vedere quale sia lo “specifico shock” sui tassi di interesse che fa scattare gli haircuts.

Per scoprirlo dobbiamo compulsare un altro documento, ossia lo scenario pubblicato dall’ESRB (European systemic risk board) della Bce, sulla base del quale verranno svolti gli stress test da qui a ottobre prossimo.

Il calcione ai tassi di cui tutti hanno paura, ovviamente, è quello che potrebbe partire dagli Stati Uniti che si trasferirebbe in gran parte anche nella zona euro. Lo scenario avverso, elaborato dalla Bce, ipotizza che i tassi americani possano salire di cento punti base rispetto al livello del primo quarto del 2014 previsto dallo scenario baseline (che invece è stato elaborato dalla commissione Ue). Tale livello dovrebbe crescere fino a 250 punti base entro fine 2014.

Secondo i calcoli dell’ESRB, se i tassi americani a lungo termine aumentassero di 250 punti base rispetto allo scenario base, nella zona euro tale aumento arriverebbe in media un po’ sotto  ai 200 punti base. Andrebbe un po’ meglio in Germania, dove lo scenario avverso farebbe salire i tassi di un po’ meno di 150 punti rispetto allo scenario base.

Se veniamo ai casi nostri, il verificarsi dello scenario avverso avrebbe un effetto devastante sugli spread italiani, che salirebbero a 205 punti nel 2014 per stabilizzarsi a 149 nei due anni successivi.

Detto in termini di tassi, significa che mentre lo scenario base prevede un tasso di interesse del 3,9% nel 2014, nel caso dello scenario avverso (che fa scattare gli hair cuts) i tassi schizzerebbeo al 5,9% quest’anno. Per 2015 e 2016 lo scenario base prevede tassi in Italia nell’ordine del 4% (4,1% e 4,3%), quello avverso fra il 5,6 e il 5,8%. Come vedete, non stiamo parlando di tassi stellari, ma di quelli che pagavamo fino a pochi anni fa.

Ebbene, qualora si verificasse lo scenario avverso sui tassi, i bond a 10 anni italiani dovrebbero subire un haircut del 15,7% nel 2014, del 10% nel 2015 e dell’11,4% nel 2016.

Che significa? Fare calcoli precisi è esercizio molto difficile e anche azzardato. Dobbiamo perciò accontentarci di una stima alquanto avventurosa, che può essere utile per dare un’idea delle dimensioni del problema.

Dei 382 miliardi di euro di titoli pubblici, secondo i dati dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, quelli con scadenza superiore ai cinque anni sono meno di un quarto, quindi diciamo, malcontandoli, un’ottantina di miliardi. Se a tutti questi titoli applichiamo gli haircuts teorici previsti nello scenario avverso, le esigenze di ricapitalizzazione ammonterebbero, solo per il 2014, a oltre 12 miliardi di euro (sempre nell’ipotesi che siano tutti bond a dieci anni).

Senonché gli hairctus non sono limitati a questa categoria di bond. Le regole Eba prevedono, per l’Italia, un haircuts del 7,6% per i bond a cinque anni e del 3,5% per i triennali. I dati Bankitalia ci dicono che il grosso dell’esposizione bancaria sui bond sovrani è proprio concentrata nella classe 2-5 anni, dove sono collocati all’incirca 150 miliardi di bond.

Come dicevo, è impossibile, allo stato delle informazioni, fare calcoli precisi, ma se stimiamo un tasso medio di haircut del 5% (media dei due tassi) e l’applichiamo al totale dell’esposizione, otteniamo altri sette miliardi di haircuts nel 2014.

L’ultimo pezzo dell’esposizione bancaria è c0llocata nella parte bassa delle scadenze. Parliamo di altri 150 miliardi, sempre malcontati, per i quali valgono le seguenti percentuale di haircut: 2,3% per i biennali, 1,2% per gli annuali e 0,3% per i trimestrali.

Anche qui, possiamo fare solo stime approssimative. Se consideriamo un tasso medio di haircut di poco superiore all’1% (media dei tre tassi), otteniamo un altro haircut teorico di circa 1-2 miliardi.

Complessivamente, insomma, lo scenario avverso potrebbe condurre a haircuts complessivi nell’ordine dei venti miliardi per le banche italiane basandosi sull’esposizione sovrana registrata a dicembre 2013. Solo per il 2014.

Uno dice: ma è solo un esercizio, e per giunta alquanto teorico, visto che non è pensabile, a meno di catastrofi, che i tassi americani salgano di 250 punti oltre lo scenario base entro il 2014.

Osservazione sicuramente ragionevole, Ma che però non tiene conto di quello che dice la Bce, quando afferma che “le carenze patrimoniali individuate nello scenario avverso dovrebbero essere appianate entro nove mesi”.

L’esercizio, teorico quanto volete, provocherà comunque conseguenze assai pratiche. In sostanza, con tutti i condizionali d’obbligo del caso, le banche italiane potrebbero essere chiamate a recuperare altri venti miliardi di capitale entro luglio del 2015.

Altre che esercizio.

(2/fine)

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Fuga bancaria dai titoli di stato


Strette fra l’incudine della crisi e il martello della Bce, le banche italiane hanno iniziato ormi da diversi mesi a disfarsi dei nostri titoli di stato. Dal luglio 2013 a marzo 2014, leggo nell’ultimo rapporti sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, “le vendite nette di titoli pubblici sono state pari a 22 miliardi, effettuate per la gran parte dai primi cinque gruppi bancari e da altre banche di grandi dimensione”.

C’entra qualcosa il fatto che le grandi banche siano finite nell’asset quality review iniziato dalla Bce?

Difficile affermare il contrario. Le regole fissate dall’Eba e dalla Bce per la valutazione di questi attivi sono assai stringenti e vista la dimensione dell’esposizione bancaria verso i bond italiani, non è che le banche avessero tutte queste possibilità. L’obiettivo nascosto del comprehensive assessment, o almeno uno degli obiettivi, era proprio quello di contribuire a spezzare il legame fra debito pubblico e banche residenti, considerato uno dei grandi mali dell’eurozona.

Ciò non vuol dire che i problemi delle banche italiane siano terminati. Pure al netto della ventina di miliardi di titoli venduti, il comparto bancario risulta, alla fine di marzo di quest’anno, ancora esposto per 382 miliardi nei confronti di bond sovrani, peraltro con acquisti in crescita proprio nei primi mesi di quest’anno rispetto a fine 2013. Parliamo di un livello di esposizione che quota il 10,2%.

La buona notizia (per loro) è che finora acquistare titoli pubblici si è rivelato un buon affare per le banche italiane. “Si stima – dice Bankitalia – che da luglio la rivalutazione del portafoglio, indotta dal forte calo dei rendimenti, sia stata pari a 13 miliardi”. Questo perché un calo dei tassi fa aumentare il valore capitale dei bond.

Vale la pena anche osservare che si è anche notevolmente abbassata la durata media residua dei bond in pancia alle banche. Conseguenza evidente delle politiche della BCE, che hanno spinto le banche a sostenere le scadenze brevi. Ma i titoli con scadenza superiore a cinque anni sono comunque circa un quarto del totale, mentre circa la metà dell’esposizione si concentra nelle scadenza fra i due e i cinque anni.

Questa situazione si inserisce in uno scenario assai complesso per le banche italiane. Già gravate da quote crescenti di sofferenze bancarie, arrivate al 15,9% a dicembre 2013, e pesantemente esposte anche sul mercato immobiliare, i nostri istituti si trovano anche a dover fare i conti con un e’sposizione importante verso zone geografiche complicate.

Bankitalia calcola che l’esposizione bancaria italiana verso i paesi CEE, ossia dell’Europa Centrale e Orientale, quoti 171 miliardi, più di un quarto del totale dell’esposizione bancaria verso i non residenti, di cui 21 miliardi verso la Russia e 4,6 verso l’Ucraina.

Tutto questo in un contesto di stress test in arrivo che, come ha notato il presidente della Consob, potrebbe essere fonte di grandi seccature per le banche e, di conseguenza, per il nostro debito pubblico, visto che le banche, grazie ai fondi della Bce, ne hanno garantito la sostanziale tenuta in questi ultimi anni.

Non da sole, certo.

Sempre Bankitalia fotografa il ruolo crescente del settore assicurativo nell’acquisto di titoli di stato, in crescita come d’altronde è quello dell’estero.

Le assicurazioni, in particolare, detenevano l’11,5% del debito pubblico italiano a giugno 2013 e sono arrivate a dicembre ad averne il 13,2%. In pratica hanno compensato la fuga dai bond delle banche, dove a percentuale è scesa dal 23% al 21,7%, e delle famiglie, passate dal 13,6 di giugno al 12,1%. Cresce anche la quota di titoli in mano ad altri detentori italiani, quindi fondi pensione e società non finanziarie, dal 7,8% all’8,5%.

Quanto all’estero, per la gioia di molti (ma non di tutti), la quota di titoli di stato italiani in mano all’estero è aumentata dal 26,1% del totale di giugno 2013 al 27%.

Si può discutere a lungo di quanto sia saggio affidare le sorti della propria finanza pubblica al buon cuore dei creditori esteri, ma tant’è: nel momento in cui si vuole spezzare il legame fra banche residenti e titoli di stato, non resta che affidarsi al mercato per finanziare i propri debiti pubblici, E, di conseguenza, alla market discipline.

Last but not the list, l’asset quality review in corso sui bilanci bancari chiusi a dicembre 2013. Quando saranno pubblicati gli esiti degli stress test, a fine ottobre, le banche italiane potrebbero scoprire di avere molti più problemi di quanto pensassero di averne.

Ma questa è un’altra storia.

(1/segue)   

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Viaggio in Italia: 2014, odissea nello strazio (bancario)


Visitare le banche è una tappa obbligata del nostro viaggio in Italia. Piaccia o no, gli istituti italiani per anni sono stati il nostro fiore all’occhiello, gonfie come sono degli asset dei poveri ( e ricchi) italiani.

Per anni tale supremazia si è esercitata nel prestigio conferito a chi queste banche le gestiva e nell’ammirata occupazione silenziosa delle migliori location disponibili nei centri storici delle nostre belle città.

Si poteva esserne certi: dovunque fosse disponibile un bel palazzetto, prima o poi sarebbe arrivata una banca ad accaparrarselo, per la gioia dei proprietari: chi non affitterebbe o venderebbe a una banca il frutto d’una qualsiasi eredità?

E quando poi, nel terribile 2008, tutti i sinistri scricchiolii delle banche europee furono unti con denaro pubblico, anche stavolta le banche italiane fecero eccezione. A parte qualche mancetta elargita dai Tremonti bond, le banche italiane ressero l’urto.

Senonché, nessuno poteva prevedere che la crisi, iniziata ormai sei anni fa, durasse così tanto. Piano piano, ci avrete fatto caso, le banche hanno iniziato a sgomberare i loro begli attici centrali e stanno ripiegando, nessuno sa bene dove.  Il destino delle banche italiane si è fatto incerto e nebuloso, e i banchieri, una volta venerati, messi all’indice e dileggiati. Nessuno sa davvero come finirà.

Quello che sappiamo, perché ce lo ricorda la commissione europea, è che “la crisi ha eroso la resilienza iniziale del settore bancario italiano e ha condotto a una maggiore dipendenza dall’Eurosistema”. Ossia dalla Bce. L’ennesimo risultato dell’eterogenesi dei fini delle manovre dei banchieri centrali europei.

Già. Perché dal 2011 in poi le banche italiane hanno iniziato a perdere la fiducia del mercato dei capitali. E per fortuna (o purtroppo) è intervenuta la Banca centrale con i suoi LTROs.

Le banche italiane, disperatamente assetate, si sono abbeverate senza pudori ai rubinetti di Francoforte. Ancora oggi, o meglio a gennaio di quest’anno, le banche italiane tenevano in pancia 224 miliardi di debiti con l’Eurosistema, il 21% in meno rispetto al luglio 2012, che pesano più o meno un terzo dell’intera somma messa in circolazione da Francoforte.

Man mano che la fiducia degli investitori tornava (e crescevano i depositi dei residenti) le banche hanno pure iniziato a piazzare bond sul mercato, 18 miliardi nel 2012, diventati 27 nei primi dieci mesi del 2013, grazie anche al calo degli spread, ma i rimborsi sono rimasti superiori alle emissioni lorde. E soprattutto la fiducia ha cominciato a scarseggiare sul versante della concessione dei prestiti da parte delle banche italiane alla loro economia. Cioé a noi tutti.

“Diversi anni di recessione hanno messo dura prova i bilanci delle banche italiane e la loro capacità di sostenere la ripresa del economia domestica”, scrive la Commissione. E questo ha condotto a un avvitamento, per cui i debitori della banche si sono visti ridurre i fondi proprio quando ne avevano più bisogno, col risultato che il credit crunch ha fatto esplodere sofferenze e incagli.

I Non performing loans (NPLs), che erano il 5,1% alla fine del 2008 sono arrivati al 16% a settembre 2013, mentre i crediti in sofferenza, per lo più concessi ad aziende operanti nel real estate, sono arrivati a 156 miliardi. In percentuale, tali sofferenze sono cresciute dal 3,6 al 12,6% fra il 2008 e il 2013.

Di fronte a questo sconquasso, la Banca d’Italia ha proceduto a una sua asset quality review fra il 2012 e il 2013, mentre il governo ha approvato, con la legge di stabilità, una norma che consentiva una più ampia deducibilità delle perdite su crediti.

Insomma, la questione bancaria è diventata la grande questione nazionale. Tanto da rendere necessaria anche un’operazione ardita come quella sul capitale di Bankitalia che così tanto ha fatto discutere. D’altronde molto presto all’asset quality review di Bankitalia andrà a sovrapporsi quella condotta dalla Bce che rischia di essere assai più minacciosa di quella italiana, atteso che, come è stato più volte annunciato, verranno “stressati” anche i bond sovrani di cui le banche italiane sono imbottite.

E questo è un altro punto dolente. A fronte di un rallentamento industriale che non accenna a diminuire – il RoE delle banche italiane del primo semestre 2013 è stato dell1,2% a fronte dell1,9 del primo semstre 2012 – e di una frammentazione finanziaria nell’eurozona mitigata ma ancora corposa, i requisiti delle nuove pratiche europee di vigilanza rischiano di stringere ulteriormente la cinghia del credito italiano. Anche le banche italiane infatti, sono assai frammentate.

Da un punto di vista patrimoniale, infatti, le prime cinque banche, che poi sono quelle che finiranno nel mirino della vigilanza Bce, hanno rafforzato i loro requisiti patrimoniali. Mentre lo stesso non può dirsi per le banche che vanno dal 6 al 15 posto della classifica stilata dalla Banca d’Italia, che tuttavia ha concluso i suoi stress test affermando che il sistema bancario italiano, nel suo complesso, è sufficientemente capitalizzato e capace di affrontare anche scenari di stress.

Ma “nel suo complesso” non vuol dire che non possano verificarsi singoli disordini. Anche perché la situazione patrimoniale ottimale delle prime cinque banche deve fare i conti con la questione dell’esposizione sovrana.

Un’altra conseguenza della crisi, a parte l’esplosione dei NPLs, è stato il raddoppio degli acquisti di bond pubblici italiani, finanziato peraltro con i soldi della Bce. Fra gennaio 2010 e novembre 2013 lo stock di debito pubblico in pancia alle banche è cresciuto da 211 miliardi a 416, quindi dal 5,4 al 10,2 del totale degli asset bancari italiani, uno dei più alto dell’eurozona. Il carry trade delle banche italiane ha, in alcuni casi, supportato la profittabilità delle banche. Ma c’è il rischio, chiaro a tutti, di renderle dipendenti dai soldi della Bce, finendo col trasformarle in banche zombie.

Se poi, come si dice si finirà col prezzare il rischio dei titoli di stato, le banche che hanno fatto di questa pratica una delle voci più rilevante di propri bilanci finiranno in notevoli difficoltà. Se dovranno accantonare capitale, dovranno pure trovarlo.

Insomma, il 2014 potrebbe essere un’odissea per le banche italiane, ed è possibile che si scateni la solita ondata di fusioni e acquisizioni. Anche perché, scrive la commissione, “il settore bancario italiano è ancora caraterizzato da un numero di debolezze strutturali”. E “la persistente ma opaca influenza delle fondazioni può alla lunga non essere ottimale”.

Vale la pena concludere con un altro gruppo di dati che spiegano bene perché i nostri cugini europei abbiano così tanto a cuore il destino delle nostre banche. La parolina magica, in questo caso, è: esposizione estera. La nostra NIIP mostra che la Francia ha asset in Italia per circa il 19% del suo Pil, mentre Germania, Lusseburgo e Olanda cumulano il 7% del loro Pil complessivo. “Questo implica che perdite su asset italiani – spiega la Commissione – colpirebbe innanzitutto la Francia e poi gi altri partner”. Fra questi asset c’è anche il nostro debito pubblico, che all’estero quotava 711 miliardi nell’agosto 2013.

Se dagli asset in generale passiamo all’esposizione bancaria, scopriamo che le banche italiane hanno debiti nei confronti di quelle francesi per 250 miliardi, circa il 13% del Pil francese. Banche olandesi, austriache e tedesche sono esposte verso il nostro settore bancario (cioé le nostre banche hanno debiti verso le loro) per una quota oscillante fra il 3 e il 4% dei rispettivi Pil, mentre Giappone e Usa si guardano bene dal prestare soldi alle banche italiane. Il peso relativo dei debiti delle nostre banche nei confronti di quelle americane e giapponesi è nell’ordine di pochi decimali di Pil.

Interessante, tuttavia, anche vedere il dato inverso, ossia l’esposizione delle nostre banche verso i paesi esteri. Qui scopriamo una curiosa non reciprocità: le banche italiane, infatti, avevano crediti nei confronti del settore bancario tedesco per l’11,8% del Pil, mentre nei confronti dei nostri cugini francesi non si va oltre il 2,3%.

Cosa ci dicono questa statistiche? Che ai nostri partner la salute del nostro sistema bancario sta molto a cuore. E che, ne possiamo star certi, guardano all’evoluzione dei nostri istituti di credito con molta attenzione.

I link fra noi e loro raccontano già di un’integrazione a venire che però non sarà facile né semplice ed è probabile possa concludersi con l’espugnazione delle nostre piazzeforti finanziarie.

Odissea nello strazio.

(2/segue)

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L’anno (bancario) che verrà


La chiusura dell’accordo sull’Unione bancaria è la degna conclusione di un anno (bancario) vissuto pericolosamente per l’eurozona. Ma allo stesso tempo conferma che le banche saranno le grandi protagoniste anche dell’anno che verrà.

Il 2014 in tal senso sarà un anno di preparazione e di riorganizzazione dell’intero settore bancario in vista dell’avvio della supervisione unificata della Bce, da una parte, e dell’attivazione degli altri due pilastri dell’Unione bancaria, ossia il meccanismo di risoluzione e quello di garanzia dei depositi, previsto per il primo gennaio 2015. Sempre che l’europarlamento approvi le norme relative.

Allo stesso tempo, il 2014 sarà anche l’anno del tapering della Fed. La Banca centrale americana ha già annunciato che inizierà a ridurre gli acquisti di bond di dieci miliardi di dollari al mese e i mercati, che al momento hanno assorbito la notizia senza problemi, dovranno farci i conti. Le tensioni, come già accaduto in passato, potrebbero scaricarsi innanzitutto sui paesi emergenti. Ma è evidente che qualora la mossa della Fed fosse maldigerita dai mercati gli effetti sarebbero evidenti anche nell’eurozona, proprio nell’anno in cui la zona euro spera di tornare alla crescita.

Il combinato disposto Fed-Unione bancaria, con il suo portato di asset quality review sugli asset bancari europei, rischia di avere effetti notevoli nel settore bancario dell’eurozona. Non a caso qualche settimana fa Vitor Constancio, parlando a Dublino, abbia detto che non sarebbe sorpreso se il meccanismo di supervisione “inaugurasse un periodo di ristrutturazioni”. Detto in soldoni, una bella stagione di fusioni e acquisizioni, magari con le banche più forte e meno esposte su bond sovrani “rischiosi” nel ruolo di aggregatori.

E qui veniamo ai casi nostri. Le banche italiane è inevitabile finiscano sotto tensione, visto l’orientamento restrittivo annunciano dalla Bce sulla valutazione del rischio dei bond sovrani, di cui le nostre banche sono imbottite. Se si applicassero le regole di Basilea III ai 400 miliardi stimati di titoli di stato italiani in mano alle banche (anziché quelle più favorevoli previste dalla legislazione europea), queste ultime si potrebbero vedere costrette a mettere da parte capitale per una cifra che potrebbe oscillare fra i 6 e i 16 miliardi, a seconda della classe di rating alla quale si farà riferimento. Hai voglia a ricapitalizzare Bankitalia. O, in alternativa, dovrebbero vendere i titoli di stato, con effetti deleteri sul nostro bilancio pubblico.

Perché poi questo è il problema, che tutti dicono di voler risolvere: il famoso collegamento fra banche residenti e debito sovrano. Se le banche italiano vanno in affanno, anche il bilancio dello stato ne risente, sia direttamente, perché può venir meno uno dei principali acquirenti dei suoi titoli, sia indirettamente, perché può essere costretto a ricapitalizzarle, visto che il fondo di risoluzione dell’Unione bancaria non si vedrà prima del 2025.

In questo senso il 2014 potrebbe essere un anno orribile per il bilancio dello stato italiano, già alle prese con una correzione del deficit basata sulla scommessa di uno spread in calo.

Ma le tensioni non riguarderanno solo le grandi banche. 

Le piccole stanno pure peggio.

Queste ultime in particolare, responsabili grossomodo di circa la metà del credito erogato alle Pmi, sono diventate oggetto delle preoccupazioni della Banca d’Italia, secondo quanto riporta il Financial Times, che ipotizza che si arriverà a un consolidamento del settore bancario italiano entro la metà del 2014.

Alcuni analisti stimano che sia probabile addirittura la creazione di una bad bank con 10-12 miliardi di capitale (presi dove?) dove far confluire tutti i crediti incagliati delle banche medio-piccole. E in questa complessa partita giocherà di sicuro un ruolo la decisione del governo di rivalutare le quote di Bankitalia, fortemente voluta dalle banche proprio per passare con maggiore sicurezza l’esame della Bce, il cui provvedimento relativo è ancora all’esame delle Camere e in attesa del parere della Bce. Che non è vincolante, come ripete sempre il ministro Saccomanni, però pesa e, soprattutto, ritarda. Specie se è vero, come riportano le cronache, che la Bundesbank si è messa di traverso.

Le banche italiane, insomma, non saranno semplici protagoniste ma saranno in prima linea dell’anno che verrà.

Alla riorganizzazione interna, infatti, è assai probabile seguirà una riorganizzazione intereuropea, con le nostre banche nel ruolo di facili prede, visto che sono imbottite di sofferenze e titoli di stato italiani e quindi a serio rischio di patrimonializzazione.

La cronaca ci dirà se il 2014 sarà l’anno in cui verrà meno l’ultimo baluardo del nostro sistema produttivo, ossia quello finanziario, da tempo oggetto delle amorevoli attenzioni dei giganti europei. Non sarà necessario aspettare l’Unione bancaria per spezzare il nesso fra debito sovrano e banche. Basterà una robusta migrazione di pacchetti azionari.

In ogni caso, auguri.

Ci rivediamo il 13 gennaio 2014.