Rallenta il rimbalzo del pil cinese

Una bella analisi pubblicata da Bofit ci consente di comprendere più in profondità non solo l’entità ma anche le dinamiche del pil cinese che secondo le statistiche ufficiali nel primo quarto del 2021 è cresciuto del 18%. Un rimbalzo di tutto rispetto che in qualche modo compensa il grave declino del primo quarto dell’anno scorso, sconvolto dalla crisi Covid.

Poiché il numero in assoluto dice poco, gli economisti suggeriscono di osservarlo in confronto con il trimestre precedente, rispetto al quale il prodotto risulta in crescita dello 0,6%, molto meno del 3% di crescita registrato nella seconda metà del 2020, a conferma dell’ipotesi che la crescita stia rallentando e che ormai la fase della ripresa a V sia esaurita. “Una crescita trimestrale inferiore all’1% – scrivono gli analisti – è rara in Cina. Prima della crisi Covid un episodio del genere si è visto alla fine degli anni ’90”.

Se si confronta il dato del primo quarto 2021 con il primo trimestre del 2019, il volume del pil risulta in crescita del 10%, ciò ha consentito al paese di avere un pil superiore del 6% rispetto al livello di fine 2019.

Interessante anche osservare come i diversi settori abbiano contribuito alla crescita nazionale. Per grandi linee la produzione si può dividere in tre aree: industria e costruzioni, servizi, agricoltura. Negli ultimi anni circa la metà del valore aggiunto è arrivato dal settore dei servizi – una chiara evidenza della metamorfosi in corso in Cina – mentre il settore industria e costruzioni pesa circa il 40% e l’agricoltura un altro 8% circa.

La spinta maggiore per la ripresa è arrivata però da industria e costruzioni, che pur avendo subito una contrazione maggiore nel primo trimestre 2020 ha rimbalzato più velocemente. Il valore aggiunto di questo settore, infatti, è aumentato del 7% rispetto a fine 2019 a fronte del 6% del settore dei servizi. La Cina, insomma, rimane ancora un paese dove acciaio e cemento giocano un ruolo di tutto rispetto, specie nei momenti di difficoltà. I servizi infatti, prima del Covid, crescevano al ritmo dell’8% annuo e le costruzioni del 5%.

Gli economisti Bofit hanno anche provato a guardare fuori dalle statistiche ufficiali, provando ad elaborare un indice che misuri in maniera più esatta la crescita cinese. E’ venuto fuori che il dato “corretto” sulla crescita del primo trimestre quota il 17%, quindi in linea con le statistiche ufficiali, mentre differenze maggiori emergono nel confronto coi dati di crescita degli ultimi due anni. Nel 2019, secondo Bofit, la crescita reale cinese sarebbe stata di poco inferiore al 4%, a fronte del 6% delle statistiche ufficiali, mentre nell’anno del covid, quando gli uffici statistici calcolavano una crescita del 2,3%, “la crescita sarebbe stata zero”.

Aldilà dei confronti sul pil, ciò che al momento emerge dai dati diffusi dagli uffici cinesi è che il primo quarto del 2021 ha visto un aumento del commercio del 50% su base annua – ricordiamo che il confronto si fa con il trimestre del Covid – che comunque segna anche un robusto 30% rispetto al primo trimestre 2019. In valore assoluto, parliamo di un valore di esportazioni pari a 710 miliardi di dollari, a fronte di importazioni per 590 miliardi, per 120 miliardi di surplus. A questo surplus molto ha contribuito la domanda di prodotti legati al covid.

A livello geografico si segnala l’aumento delle esportazioni del 75% (sempre su base annua) verso gli Usa, che diventa “solo” il 30% rispetto al primo trimestre 2019, a ennesima dimostrazione che i legami commerciali fra i due paesi sono profondi e difficilmente reversibili.

A tale aumento, infatti, corrisponde anche una crescita dell’import dagli Usa del 70% su base annua e del 63% rispetto al primo trimestre 2019. Un livello elevato, ma ancora inferiore rispetto a quello che i politici cinesi si erano impegnati a raggiungere con la firma della prima fase dell’accordo commerciali con gli Usa. In ogni caso, il surplus bilaterale con gli Stati Uniti continua a crescere.

Anche nei confronti dell’Europa il surplus cinese continua a crescere. Un’altra conferma del fatto che l’economia internazionale ormai ha assunto una configurazione dove la Cina interpreta un ruolo che difficilmente potrà cambiare. E in fondo nessuno lo vuole davvero.

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