L’economia cinese è (sembra) guarita dal Covid


Una rapida osservazione condotta da Bofit su alcuni indicatori macro dell’economia cinese mostra il rapido processo di guarigione in corso nel paese dopo i disastri provocati dalla pandemia e il lockdown militare dei primi mesi dell’anno. Soprattutto, il dato interessante da osservare è la relativa rapidità con la quale si sta effettuando la ripresa delle attività economiche, non soltanto relativamente alla produzione, ma anche al consumo.

La novità, infatti, riguarda l’articolazione della curva della domanda, che nella fase immediatamente successiva al lockdown è stata in gran parte alimentata dallo stimolo fiscale cinese sugli investimenti – lo stesso meccanismo che abbiamo visto all’opera anni fa – ma adesso sembra che la domanda stia trovando un giovamento più elevato del solito dalla ripresa dei consumi privati, cresciuti a ottobre del 5% su base annua, con previsioni per novembre ancora in crescita. Lo lasciano immaginare le prime ricognizioni dai grandi giganti delle vendite on line come Alibaba e JD.com condotte sulle vendite del Single’s Day, che sono risultate più elevate dell’anno scorso.

Rimane molto robusta la produzione industriale, che come si può osservare dal grafico sopra ha praticamente recuperato il trend degli ultimi anni e che ha registrato una crescita del 7% su base annua sia a settembre che ad ottobre. Dati che somigliano a quelli degli indici PMI. Questi andamenti sono stati favoriti sia dall’aumento deciso delle esportazioni, cresciute dell’11% a ottobre su base annua, che dallo stimolo fiscale che ha spinto gli investimenti infrastrutturali.

Degna di nota l’informazione che anche le importazioni cinesi sono aumentate, anche se meno: il 5% su base annua a ottobre. Nei confronti degli Usa l’import del 3% su base annua nel periodo fra gennaio e ottobre, mentre le esportazioni – sempre verso gli Usa – sono cresciute del 2% nello stesso arco di tempo. Questo è l’esito più visibile di quattro anni di lunga tenzone commerciale con gli Usa.

Il processo di guarigione intrapreso dall’economia cinese deve fare i conti con le fragilità ben note del gigante asiatico, che la pandemia ha peggiorato. A cominciare da quella più evidente: l’aumento del debito.

Ed è sempre Bofit a notare come negli stessi mesi nei quali si registrava una graduale ripresa dell’economia, aumentava anche i default nel mercato dei bond. Nei primi dieci mesi dell’anno, infatti, 29 aziende hanno dichiarato bancarotta, per un totale di 90 bond emessi corrispondenti a 94 miliardi di yuan – circa 14 miliardi di dollari – e a un più 10% di default rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Parliamo comunque di un valore al di sotto dell’1% del totale dei bond in circolazione.

La notizia interessante, tuttavia, è che secondo alcuni osservatori il 40% di questi bond ammalorati siano stati emessi da aziende pubbliche (state-owned enterprises, SOEs), alcune delle quali considerate abbastanza solide, come il costruttore di microchip Tsinghua Unigroup, controllato dalla Tsinghua University, oppure la Brilliance Auto, compagnia in join venture con la BMW.

Alcuni di questi default, come quello accaduto a novembre alla Yongcheng Coal & Electricity si sospetta nascondano pratiche di distrazione di fondi verso altre entità, visto che la compagnia in questione – secondo i suoi stessi bilanci – avrebbe dovuto disporre dei fondi sufficienti a pagare.

Il fatto che il governo tolleri questi default sulle compagnie pubbliche viene tuttavia considerato un segnale di apertura verso la logica di mercato, in un paese che gode ancora di troppe garanzie implicite che finiscono col falsare il merito di credito e quindi l’allocazione del capitale. Ma queste pratiche ormai sono assai più comuni di quanto si pensi, anche fuori dalla Cina.

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