La pandemia prepara un’invasione di aziende zombie


Un bel paper pubblicato dal NBER illustra con dovizia di dettagli e una notevole profondità storica l’effetto dei boom creditizi nel settore corporate arrivando sostanzialmente alla conclusione che queste espansioni possono provocare danni anche consistenti a livello macroeconomico se si fallisce nel processo di ristrutturazione delle imprese meno efficienti. Se, vale a dire, prevale quella tendenza a generare aziende zombie che, abbiamo visto più volte, è ormai una pratica diffusa nelle nostre società.

Questa tendenza è ovviamente collegata alla crescita notevolissima del debito corporate, che ancora prima dell’attuale crisi provocata dalla pandemia aveva toccato picchi ragguardevoli.

Come esempio è sufficiente osservare che, nell’ultimo decennio, le aziende non finanziarie americane hanno visto crescere i debiti una ventina di punti di pil arrivando alla quota attuale del 130% del prodotto Usa. Un trend che si è diffuso anche fra i paesi emergenti e che la pandemia ha semplicemente aggravato e approfondito.

Da qui l’esigenza di capire come questa tendenza, ormai difficile da invertire, possa impattare sul tessuto macroeconomico, e in particolare se questo debito sia capace di approfondire la depressione strisciante che insidia l’economia internazionale.

Per provare a rispondere gli autori dello studio hanno assemblato un set di dati di lungo periodo riferito a 17 economie avanzate con lo scopo di misurare il livello di debito corporate in relazione al pil.

Come si può osservare, negli anni recenti abbiamo sostanzialmente superato il picco del 1929. Ma secondo gli autori questo non è necessariamente un problema. “In aggregato – scrivono – non c’è la prova che il boom del debito societario si traduca in cali più profondi degli investimenti o della produzione, né che l’economia impieghi più tempo per riprendersi rispetto ad altre volte. La crescita del credito corporate durante l’espansione, il livello e la sua interazione non forniscono informazioni in merito a come saranno la recessione e la ripresa”. Addirittura, “in alcuni modelli alti livelli di debito possono avere effetti positivi sulla traiettoria della recessione”.

Questo esito, così diverso da quello osservato per gli alti debiti delle famiglie, che hanno effetti assai più gravi sul ciclo economico, suscita più di un interrogativo, ma secondo gli autori si spiega facilmente considerando il modo assai diverso che hanno famiglie e imprese di affrontare una crisi. Queste ultime, infatti, possono trovare nei processi di ristrutturazione e riorganizzazione la spinta necessaria per trasformare un’avversità in un’opportunità. “Ci sono chiari incentivi per ristrutturare il debito, sia per i creditori che per i proprietari dell’impresa”, spiega il paper.

Ma cosa succede se questi incentivi vengono meno? Se si interpongono frizioni a tali processi? La risposta è chiara: “Più grandi sono tali attriti, più sabbia nelle ruote del processo, e maggiore è il costo economico”. La stessa logica vale per le liquidazioni delle società in crisi. “Una liquidazione inefficiente aumenta la probabilità di sopravvivenza delle imprese zombie e la loro importanza a livello macro”.

E questo ci riporta alla cronaca. Ristrutturazioni e liquidazioni inefficienti trasformano un debito corporate eccessivo in un incubatore di imprese zombie che finiscono con l’affossare la produttività e quindi la ripresa economica. E oggi, che l’economia è stata congelata in un paradiso artificiale fatto di sovvenzioni e sussidi – a cominciare da quello rappresentato dai tassi di interesse bassi – ecco che il quadro si completa. Sempre più debiti equivalgono a sempre più aziende zombie. Un’altra pandemia. Non meno pericolosa per l’economia.

 

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