La Nazione Globale. Mercato vs Democrazia

Veniamo, infine, alla terza coppia dialettica, dopo nazionalismo vs internazionalismo e politica vs economia, che completa il quadro analitico che abbiamo esplorato rapidamente e che caratterizza molta parte del nostro discorso sociale: l’opposizione fra mercato e democrazia. 

Seguendo il ragionamento fatto finora non si hanno molte difficoltà a vedere in questa opposizione l’ennesima declinazione della dialettica che vuole l’internazionale opposto al nazionale, così come l’economico al politico, e, dulcis in fundo, il nomade allo stanziale. 

Il mercato è la patria degli apolidi: un luogo astratto dove un consumatore ormai denazionalizzato incontra un produttore multinazionalizzato per compiere un atto economico, officiato da un intermediario anch’egli globalizzato. Chiunque abbia fatto acquisti on line riconoscerà lo schema. Ognuno di noi usa il mercato per esercitare i suoi diritti economici. Una quota crescente di questi diritti economici vengono esercitati oggi tramite infrastrutture digitali, quindi nativamente globalizzate.

La democrazia è la declinazione della cittadinanza, e quindi dei diritti civili e politici che vengono esercitati secondo quanto previsto dalla legge dello stato a cui fanno riferimento. Ognuno di noi è cittadino e si serve dello stato per l’esercizio dei suoi diritti civili e politici.

Il mercato è per natura internazionale, pure se ovviamente esistono modalità locali, così come la democrazia è nazionale, pure se esistono organismi politici internazionali. Il mercato è un fatto squisitamente economico, quindi basato sul calcolo razionale, mentre la democrazia è questione strettamente politica, in quanto ha a che fare con le modalità di esercizio della sovranità popolare, e quindi ha che fare con sistemi valoriali diversi – teoricamente – dal calcolo. 

Valgono quindi per questa coppia dialettica tutte le osservazioni che abbiamo fatto per le altre due. Chi lamenta la scarsa democrazia che opera nelle entità di mercato è lo stesso che stigmatizza l’egemonia dell’economico sul politico e delle élite internazionali sulla sovranità statale.

Questa schematizzazione semplificata non vieta di cogliere sfumature più profonde. In un libro di una quindicina di anni fa l’economista francese Jacques Attali individuava nel conflitto fra l’ultimo grande impero territorial-nazionale – gli Stati Uniti – e tre entità distinti e distanti come il mercato, la democrazia e la religione (in particolare l’Islam) la versione contemporanea del conflitto millenario fra nomadi e stanziali, con i primi un po’ troppo semplicisticamente raccontati come il bene e gli altri come il male. Suggestioni a parte, l’idea interessante è che alla democrazia venga assegnata una vocazione internazionalista. Un po’ come era per il comunismo all’epoca di Marx. 

In sostanza, esattamente come nella seconda metà del XIX secolo, alla democrazia, che abbiamo visto essere null’altro che l’applicazione pratica dei principi illuministici che condussero alla rivoluzione francese, viene consegnato il compito di “illuminare” il mondo per controbilanciare la spinta internazionalista del mercato che promette “solo” di arricchirlo a spese però dei più deboli, e quindi il maniera diseguale. 

A questi due principi, si affianca il terzo internazionalismo, quello religioso, che anche all’epoca delle rivoluzioni borghesi veniva considerato l’unico capace di controbilanciare la deriva della modernità. Ma che il mercato rimanga comunque il grande antagonista della democrazia è confermato dal fatto che “nello stesso tempo in cui si estende il campo del nomadismo dei mercati si restringono il campo della democrazia, suo corollario, e il campo delle istituzioni della stanzialità: stato e settore pubblico”.

Alla fine della sua lunga cavalcata nella storia, l’economista francese ipotizza – o per meglio dire auspica – un mondo dove i principi della democrazia, finalmente universali, avranno temperato le bellurie dei mercati, e ricondotto a una dimensione “umana” anche lo strapotere americano e quello religioso. 

Tutte queste contraddizioni – e quella principale (nomadismo/stanzialità) finiranno così nello sciogliersi dialettico in un utopico “mondo di domani” che “sarà al contempo democratico, americano, religioso e mercantile. Sarà stanziale e nomade”. E tutti vissero felici e contenti.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.

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