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La Nazione Globale. La città come strumento


La nascita della città come luogo di sutura fra l’elemento neolitico rappresentato dal villaggio e quello paleolitico incarnato dal recinto sacro è forse una delle intuizioni più brillanti che Lewis Mumford ha consegnato alla sua lunga e ragionata storia delle città. Si tratta di una spiegazione mitica, ovviamente, ossia costruita sulla base del presupposto che i due elementi siano esistiti nella storia in maniera nettamente separata, quando nella realtà – lo abbiamo visto nella prima parte di questo scritto – le coppie antagoniste sono indissolubilmente mescolate.

Ma al netto di questa semplificazione, presupposto stesso del nostro ragionare per categorie astratte, il discorso di Mumford rimane corretto. Perché frutto di una “fantasia sensibile esatta”, per dirla con Goethe. 

Nella città, infatti, avviene quella fusione fredda fra la tendenza stanziale, tipicamente neolitica, e quella nomade d’uso paleolitico, incarnandosi – prima della differenziazione del lavoro che avverrà in epoca tarda – questa grande opposizione nelle figure del contadino e del cacciatore, che quando la città diverrà una creatura storica documentata genererà la sudditanza dei primi verso gli altri, divenuti nel frattempo sovrani e sacerdoti della cittadella fortificata, con dentro il tempio e l’agorà, memoria della cittadella, che finirà con l’egemonizzare la vita del villaggio, oltre a diventare il “pacchetto” cittadino per eccellenza. Pensate al castello medievale circondato dalle baracche, premessa della costruzione della città medievale murata. Ancora oggi in Italia esiste un comune che si chiama Cittadella.

Le cinta murarie della città, insomma, funzionarono come una camera di compensazione fra queste due tendenze opposte dello spirito umano, generando le forme della cultura e della civiltà. Ossia la storia. Non è certo un caso che la storia documentata inizi con le grandi civiltà egitto-mesopotamiche, che sono già città. Possiamo solo immaginare quanti millenni di preparazione ci siano voluti per costruire le mura di Uruk e ideare la saga di Gilgamesh, che queste mura, secondo la leggenda, aveva costruito.

Una città, tuttavia, è molto di più delle sue mura e dei suoi palazzi. Ce lo ricorda la distinzione latina, che la nostra lingua attuale ha dimenticato, fra urbs e civitas, la prima indicando le strutture materiali della città, e la seconda includendovi anche i cittadini e quindi il vasto corpo di norme che regola la loro convivenza: le regola della cittadinanza. I cittadini costituiscono la città al pari dei palazzi. Perciò dalla civitas deriva la civilitas.

Il motore della Storia

In quanto luogo di compensazione di istanze antagoniste, e quindi naturalmente esplosive una volta venute a contatto, la città genera costantemente movimenti sociali che dettano la trama della Storia. Proprio come un motore termico a quattro tempi, la città aspira risorse dalla campagna, le comprime all’interno di un circuito sociale – all’inizio addirittura dentro le proprie mura – finendo col provocare uno scoppio che genera lo scarico di energie combuste verso l’esterno. Questo processo può concludersi con la morte della città o con la sua espansione. La durata millenaria di alcune città, ancora oggi in vita, mostra che questi organismi concorrono con gli dei all’immortalità.

In ogni epoca perciò, all’interno della città, hanno convissuto al prezzo di grandi sommovimenti grandi contraddizioni. Sono maturate insieme le spinte alla conservazione e al cambiamento, generando tutti i drammi e le tragedie che popolano le nostre cronache. Nella città abitavano insieme il regnante e il servitore, il sacerdote e l’ateo, il ricco e il povero, l’uomo ligio e il criminale.

In ogni epoca, nelle città si è nutrito il rimpianto per i tempi trascorsi, e si è guardato con bramosia verso il futuro. Ne sono scaturite forze reazionarie e progressiste che hanno generato la vita politica che conosciamo.

In ogni tempo, al desiderio di sicurezza degli stanziali, che edificavano mura per proteggere i propri possedimenti e la loro memoria, si è opposto l’istinto predatorio, e quindi avventuriero, del nomade perennemente insoddisfatto perché sempre affamato. Ogni volta, questo istinto, reificandosi in un modo diverso: caccia, guerra, avventura, capitalismo, commercio internazionale, colonialismo, viaggio stellare. 

E ogni volta la città ha registrato sulla sua topografia queste vicende esistenziali. Si pensi alla linea del tempo scandita dai monumenti. Le città, perciò, non sono soltanto il motore della Storia, ma anche la sua memoria. Sono le biblioteche di una comunità. Anche le città morte. Ugarit distrutta dai popoli del mare alla vigilia del medioevo ellenico, ha conservato il ricordo dei fuochi dei distruttori e dei commerci dei suoi mercanti iscritti su tavolette di terracotta. Le stesse le città cretesi distrutte dai terremoti, o quelle greche che hanno scritto con le loro acropoli il canovaccio dello sviluppo occidentale. Tutte le altre, che gli archeologi ancora esumano dal loro sonno millenario ci raccontano chi siamo stati. Quindi chi saremo.

La città come strumento politico della globalizzazione

Soprattutto la città è lo strumento che più di tutti racconta le globalizzazioni. Le città venivano fondate, o ricostruite quando distrutte, vicino alle vie di comunicazione, sulle rotte delle carovane, delle reti fluviali o davanti al mare. La città implica il commercio, anche quando si cinge di mura, e di conseguenza le odissee dei mercanti, i tanti Ulisse della globalizzazione sempre alla ricerca di nuove rotte mentre cullano il desiderio di tornare a casa. 

Soprattutto, la città attrae masse indistinte di affamati, di cibo o di gloria, che rappresentano il combustibile della sua espansione. Costoro sono gli interlocutori naturali dei ceti che ambiscono a creare nuovi ordini politici per sostituire i vecchi. Sono i diseredati che guidarono la rivolta contro la città ellenistica, o quelli che favorirono l’assolutismo per sconvolgere l’ordine medievale. La città cresce ripudiando le sue fondamenta e così facendo le approfondisce e le conferma. Cambiano le maschere, ma la città rimane. Salda.

Chi dubitasse della vocazione globale di ogni città, potrà facilmente scorrere la storia per trovare miriade di esempi. L’Atene imperiale di Platone e Pericle, quando già il modello della polis scoloriva verso l’utopia, o la Roma che diede rotte, lingua, leggi e moneta a tutto il mondo conosciuto per secoli, prima di cedere la sua eredità ad altre entità politiche che dovranno tuttavia farci i conti. Chi conosca anche solo per sentito dire l’epopea del Sacro Romano Impero, che Carlo Magno volle far rivivere dentro le mura di Aquisgrana lasciandolo in eredità a intere generazioni di regnanti tedeschi – qui fu incoronato Ottone I nel 936 – comprenderà l’importanza del lascito romano.

E saranno due città, Parigi e Londra, a raccogliere l’eredità di altre capitali – Madrid e Amsterdam – e divenire nel XVIII secolo i luoghi topici attorno ai quali maturerà in tutta la sua magnificenza la globalizzazione europea durata per quasi cinque secoli dall’apertura delle rotte atlantiche fino alla prima guerra globale. Il concerto Europeo dell’età moderna è stato suonato soprattutto nelle sue capitali.

A queste scorrerie le città dell’Impero europeo forniranno materiale umano, nella forma di avventurieri e scienziati, mentre i governanti, divenuti ormai assoluti, fornivano capitali finanziari e lasciapassare per aggiungere nuovi territori sotto la loro bandiera. L’avventura del colonialismo europeo potrebbe essere raccontata attraverso lo sviluppo delle sue capitali, che intanto si arricchivano e diventavano magnifiche, pure se al costo di enormi sofferenza fra i colonizzati e gli stessi cittadini di queste capitali che avevano la disgrazia di appartenere alle classi umili.

Nulla di nuovo. Anche la Roma imperiale prosperava sulle spalle di orde di cittadini ammucchiati in case malsane, costruite da speculatori edilizi, e irretiti dallo spettacolo circense e dal pane necessario a sopravvivere mentre si raccontavano di aver edificato un impero, i cui frutti venivano goduti da un migliaio di famiglie. Chi parla oggi delle ingiustizie della globalizzazione dovrebbe impiegare un po’ di tempo a confrontare quella attuale con quelle del passato.

Ma saranno proprio gli ultimi, arrivati dalle campagne e sempre più affamati, a fornire il combustibile per le nuove rivoluzioni che scardineranno l’ordine politico assolutista dell’Europa seicentesca. E le città, perfetto strumento politico, con i loro moti, i cortei, gli scioperi, furono il palcoscenico di queste nuove rappresentazioni che ebbero come risultato un accelerazione della globalizzazione, non il contrario. Finché non scoppiò una guerra globale.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.

La Nazione Globale. Mercato vs Democrazia


Veniamo, infine, alla terza coppia dialettica, dopo nazionalismo vs internazionalismo e politica vs economia, che completa il quadro analitico che abbiamo esplorato rapidamente e che caratterizza molta parte del nostro discorso sociale: l’opposizione fra mercato e democrazia. 

Seguendo il ragionamento fatto finora non si hanno molte difficoltà a vedere in questa opposizione l’ennesima declinazione della dialettica che vuole l’internazionale opposto al nazionale, così come l’economico al politico, e, dulcis in fundo, il nomade allo stanziale. 

Il mercato è la patria degli apolidi: un luogo astratto dove un consumatore ormai denazionalizzato incontra un produttore multinazionalizzato per compiere un atto economico, officiato da un intermediario anch’egli globalizzato. Chiunque abbia fatto acquisti on line riconoscerà lo schema. Ognuno di noi usa il mercato per esercitare i suoi diritti economici. Una quota crescente di questi diritti economici vengono esercitati oggi tramite infrastrutture digitali, quindi nativamente globalizzate.

La democrazia è la declinazione della cittadinanza, e quindi dei diritti civili e politici che vengono esercitati secondo quanto previsto dalla legge dello stato a cui fanno riferimento. Ognuno di noi è cittadino e si serve dello stato per l’esercizio dei suoi diritti civili e politici.

Il mercato è per natura internazionale, pure se ovviamente esistono modalità locali, così come la democrazia è nazionale, pure se esistono organismi politici internazionali. Il mercato è un fatto squisitamente economico, quindi basato sul calcolo razionale, mentre la democrazia è questione strettamente politica, in quanto ha a che fare con le modalità di esercizio della sovranità popolare, e quindi ha che fare con sistemi valoriali diversi – teoricamente – dal calcolo. 

Valgono quindi per questa coppia dialettica tutte le osservazioni che abbiamo fatto per le altre due. Chi lamenta la scarsa democrazia che opera nelle entità di mercato è lo stesso che stigmatizza l’egemonia dell’economico sul politico e delle élite internazionali sulla sovranità statale.

Questa schematizzazione semplificata non vieta di cogliere sfumature più profonde. In un libro di una quindicina di anni fa l’economista francese Jacques Attali individuava nel conflitto fra l’ultimo grande impero territorial-nazionale – gli Stati Uniti – e tre entità distinti e distanti come il mercato, la democrazia e la religione (in particolare l’Islam) la versione contemporanea del conflitto millenario fra nomadi e stanziali, con i primi un po’ troppo semplicisticamente raccontati come il bene e gli altri come il male. Suggestioni a parte, l’idea interessante è che alla democrazia venga assegnata una vocazione internazionalista. Un po’ come era per il comunismo all’epoca di Marx. 

In sostanza, esattamente come nella seconda metà del XIX secolo, alla democrazia, che abbiamo visto essere null’altro che l’applicazione pratica dei principi illuministici che condussero alla rivoluzione francese, viene consegnato il compito di “illuminare” il mondo per controbilanciare la spinta internazionalista del mercato che promette “solo” di arricchirlo a spese però dei più deboli, e quindi il maniera diseguale. 

A questi due principi, si affianca il terzo internazionalismo, quello religioso, che anche all’epoca delle rivoluzioni borghesi veniva considerato l’unico capace di controbilanciare la deriva della modernità. Ma che il mercato rimanga comunque il grande antagonista della democrazia è confermato dal fatto che “nello stesso tempo in cui si estende il campo del nomadismo dei mercati si restringono il campo della democrazia, suo corollario, e il campo delle istituzioni della stanzialità: stato e settore pubblico”.

Alla fine della sua lunga cavalcata nella storia, l’economista francese ipotizza – o per meglio dire auspica – un mondo dove i principi della democrazia, finalmente universali, avranno temperato le bellurie dei mercati, e ricondotto a una dimensione “umana” anche lo strapotere americano e quello religioso. 

Tutte queste contraddizioni – e quella principale (nomadismo/stanzialità) finiranno così nello sciogliersi dialettico in un utopico “mondo di domani” che “sarà al contempo democratico, americano, religioso e mercantile. Sarà stanziale e nomade”. E tutti vissero felici e contenti.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.