Piano Marshall sopravvalutato? Ni

Vale la pena leggere un agile studio proposto dalla Fed di S.Louis che, dati alla mano, ipotizza che l’importanza del Piano Marshall per la ripresa europea sia stata assai meno di quello che ci hanno insegnato alcune generazioni di storici. La storia la scrivono notoriamente i vincitori, e questo spiegherebbe perché a ogni pie’ sospinto ci si ricordi il debito di gratitudine che dobbiamo all’iniziativa statunitense che a guerra finita consentì all’Europa di risorgere dal cumulo di macerie nel quale era precipitata.

Senonché gli economisti della Fed osservano alcune circostanze che sembrano mostrare come il contributo finanziario statunitense, unito a quello della Banca di ricostruzione che più tardi diventerà la Banca Mondiale, sia stato effettivamente poca cosa. L’Europa si è messa in piedi da sola, insomma, con il denaro Usa a funzionare da semplice “attivatore”.

La conclusione è istruttiva perché rivela la classica miopia dell’economista che riduce ogni cosa alla contabilità, quando invece la realtà economica è molto più complessa di quanto un grafico possa illustrare. Sfugge all’analisi, per dirne una, l’importanza che ebbe per l’Europa l’appartenenza al blocco atlantico, che significava protezione militare e soprattutto l’esistenza di una rete di relazioni che non potevano che essere funzionali allo sviluppo dell’economia. Com’è noto, la sicurezza, l’esistenza di reti commerciali, di una moneta usata a livello internazionale e di un ordine politico comune favorisce i processi di globalizzazione. Ed è stato questo a generare il miracolo degli Trenta Gloriosi, assai più che i prestiti Usa, ovviamente.

Di questo lo studio della Fed non parla, ma bisogna tenerlo presente quando si leggono i dati, per evitare che la gratitudine, forse esagerata, che dobbiamo al Piano Marshall, si trasformi nel suo contrario. Sarebbe, oltre che ingeneroso, anche storicamente insensato.

Detto ciò, vale la pena vedere i dati, visto che emergono alcune sorprese. La prima che merita di essere sottolineata e che, a differenza di quanto sostiene la vulgata, le esportazioni nette dell’Europa, misurate in rapporto al Pil nel ventennio 1950-60, ossia quello del boom, sono state alquanto piatte.

Al tempo stesso le esportazioni Usa verso l’Europa sono diminuite fra il 1947 e il 1950 per appiattirsi in seguito. Il commercio fra Usa e Europa, insomma, non fu poi così determinante per la ripresa europea. Ancor più sorprendente la circostanza che gli afflussi netti di capitale in Europa siano stati tutto sommato moderati.

Il buon senso lascia immaginare che un paese distrutto attiri capitali necessari alla ricostruzione, magari nella forma di beni importati. Invece abbiamo visto che le importazioni di beni dagli Usa sono state in calo. Quanto agli afflussi di capitale, il Piano Marshall generò 13 miliardi di dollari di aiuti – 138 miliardi in dollari del 2019 – ai quali bisogna aggiungere i fondi erogati dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (IBRD), oggi Banca Mondiale.

Quanto ai primi, il grafico sotto riepiloga per paesi l’entità degli aiuti del Piano Marshall.

Gran Bretagna e Francia ebbero la quota maggiori di aiuti, con 33 e 28 miliardi di dollari (al valore del 2019). Ma questi importi, osservano gli economisti, “rappresentano non più del 5% del prodotto nazionale lordo”.

Quanto alla futura Banca Mondiale, il suo contributo fu ancora più risicato. A parte la fase iniziale, negli anni a partire dal dopoguerra, i prestiti furono alquanto limitati.

E i paesi che ne fruirono di più, fra i quali il nostro, non furono certo sommersi dal denaro.

“Questo risultato sorprendente – concludono – suggerisce che l’Europa stessa sia stata la principale responsabile della propria ricostruzione e che il Piano Marshall e i prestiti della BIRS potrebbero aver svolto un ruolo molto più piccolo nell’aiutare la ricostruzione europea di quanto si pensasse in precedenza”. Sarà vero per la contabilità. Meno vero per la storia.

Un Commento

  1. Bradipous

    Era un’economia trainata dalla domanda interna, l’obiettivo era il contenimento ai minimi della disoccupazione, i salari crescevano grazie a un maggior equilibrio di potere fra le classi, il dollaro era agganciato all’oro e l’inflazione correva, gli stati facevano politiche keynesiane, le banche prestavano alle imprese, i soldi giravano nell’economia reale. Un paradigma MOLTO diverso da quello che è andato imponendosi negli anni settanta per poi dominare dagli anni novanta in poi. Consiglio di ascoltarsi le conferenze di Carlo Galli e leggere un po’ di testi di critica al neoliberismo economico per capire quali sono i fattori chiave che stanno azzoppando l’occidente e ancor più l’Italia.

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