Nella mente (confusa) del central banking

Maestro della semplicità, che, come insegnava Karl Jaspers, è tutt’altro che la semplificazione, Claudio Borio, nella sua recente allocuzione sul futuro della politica monetaria, ci aiuta a entrare nella mente del central banking mettendo a fuoco tre ipotesi fondanti della modellistica che ne animano i ragionamenti. Li abbiamo intravisti tante volte, ma vale la pena approfittare della lezione di Borio per riepilogare. Serve a comprendere la visione del mondo di questi economisti, e soprattutto la logica sottintesa nelle loro scelte di policy.

La prima di queste convinzioni – Borio le chiama belief – è che “le fluttuazioni economiche riflettono shock esogeni piuttosto che intrinsecamente dinamiche instabili”. Questi shock, nella quale anche i fattori finanziari svolgono un ruolo, vengono assorbiti dall’economia, che tende a tornare verso il suo stato originario. Questa ipotesi, presa letteralmente, “mette fuorigioco il ciclo congiunturale nel quale l’espansione pianta i semi delle future contrazioni, e per estensione mette fuorigioco anche l’ipotesi che le politiche accomodative possano generare le condizioni per le contrazioni future”.

Secondo questo approccio, le politiche monetarie possono favorire le recessioni solo se consentono all’inflazione di crescere. Quindi “la stabilità dei prezzi è una condizione sufficiente per la stabilità macroeconomica”.

La seconda di queste convinzioni è che la politica monetaria abbia un impatto solo transitorio sull’economia reale. Che, di conseguenza, la moneta sia neutra. Una ipotesi che affonda le sue radici nella storia economica e che oggi è stabilmente insediata nel cuore dei modelli neo-keynesiani, che descrivono gli equilibri di lungo periodo “una volta che le rigidità nominali siano dissipate”.

A molti tutto ciò sembrerà esotico, ma il corollario di questo teorema è che la politica monetaria non abbia influenza sui tassi reali di interesse nel lungo periodo. Questi ultimi – i mitici tassi naturali di interesse – vengono fissati nel mercato dei beni, indipendentemente dalle politiche monetarie. E questo spiega perché le banche centrali manovrino con tanta disinvoltura i tassi nominali e perché abbiano preso piede teorie suggestive come quella della stagnazione secolare. E soprattutto perché le banche centrali operino seguendo il principio che “l’unico modo per la politica monetaria di guadagnare margine è aumentare l’inflazione, in modo che i tassi di interesse nominali possano aumentare insieme ad essa”.

La terza convinzione completa questo quadretto idilliaco e consiste nel ritenere molto rilevante il costo di una caduta persistente del livello dei prezzi: la deflazione. La paura della deflazione ha chiare origini storiche, evidentemente, e i modelli neo-keynesiani, che di questa paura secolare sono la risultante, incorporano questo timore ipotizzando un mondo che trovi un equilibrio di sotto-occupazione. Stile giapponese, per intenderci, dove ogni stimolo monetario finisce con l’essere intrappolato nella stessa liquidità che produce.

Ovviamente, dice Borio, queste convinzioni affondano le loro radici nei fatti. Ma è vero altresì che i fatti cambiano e almeno dai tempi della grande crisi finanziaria del 2008 i dubbi sulla fondatezza di queste convinzioni, o almeno sulla loro esaustività, sono cresciuti significativamente.

Il modello, tuttavia, non è cambiato. Servono tempo, analisi, e magari una nuova generazione di economisti che guardi al mondo con occhi differenti. Un processo lungo e complesso. Per capirlo basta ricordare che i modelli attuali solo il risultato di una ricerca teorica iniziata con l’opera di Keynes e raffinata nel corso di alcuni decenni, prima di diventare uno strumento operativo di uso comune. E nel frattempo, come dobbiamo cavarcela?

Allo stato attuale, se la prima di queste convinzioni inizia ad essere messa in dubbio, la seconda e la terza sono ancora graniticamente piantate nella testa dei banchieri centrali e dell’economia mainstream. Anzi, “per certi aspetti queste due credenze si sono anche rafforzate”. “Forse la Grande Depressione – suggerisce Borio – ha lasciato una profonda impronta nella mente delle persone”. E qui la sfida intellettuale si fa maggiormente cogente: cosa dovremmo fare qualora fossimo ragionevolmente certi che gli occhiali tramite i quali abbiamo osservato fino ad oggi il mondo, traendone immagini rassicuranti per quanto distorte, si dimostrassero alla prova dei fatti difettosi?

Quanto a questo, Borio mostra di nutrire diversi dubbi sulla correttezza di queste ipotesi fondanti e scorrendo le sue argomentazioni è molto difficile dargli torto. Facciamo un esempio: il costo deflazione. “Quanto è giustificato questo stretto legame tra deflazione e debolezza della produzione? La risposta è “meno di quanto si possa pensare”, spiega. E per illustrare questa conclusione cita uno degli effetti della globalizzazione: “Un aumento della forza lavoro o miglioramenti tecnologici spostano la curva di offerta aggregata verso l’esterno: i prezzi scendono e la produzione aumenta”. Per fare un esempio più vicino alla nostra comprensione dei fatti, pensate a quanto siano diminuiti i prezzi degli smartphone e dei computer e chiedetevi se questo abbia diminuito o piuttosto favorito la loro produzione. “Non bisogna neanche andare troppo lontano nella storia per trovare episodi di deflazione “benigna” – conclude -. Negli anni recenti Cina, Norvegia e Svizzera, fra gli altri, sono casi calzanti”.

Ed ecco perciò il problema: abbiamo un modello che ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, che però si rivela sempre meno adatto a comprendere il presente, e figuriamoci il futuro. Cambiarlo è molto difficile, e quantomeno serviranno anni, ammesso che altri come Borio inizino a questionarlo.

Nel frattempo le banche centrali devono ritrovare spazi di manovra per avere munizioni da utilizzare nella lunga fase di transizione verso la normalità, ammesso che se ne possa parlare. E questo, aldilà delle questioni teoriche che pure sono seducenti, è il cuore della questione sollevata dal nostro economista. E questo richiederà decisioni difficili, non solo da attuare, ma soprattutto da spiegare.

Ma, “per fare progressi”, conclude Borio citando il fisico Richard Feynman, “bisogna lasciare socchiusa la porta dell’ignoto”. Il problema è spiegarlo correttamente ai mercati, che ormai sono central-banking-dipendenti. E che di ignoto non vogliono neanche sentir parlare.

(2/fine)

Puntata precedente: Ritorno al futuro per il central banking

Un Commento

  1. Jean-Charles

    Leggo da tempo con interesse i vostri articoli ben articolati, documentati e referenziati.
    A mè sembra che i modelli economici siano attendibili fin quando non siano pervertiti a fini di lucro e controllo della massa seduta, sulla base del triangolo, dalla parte dei oligarchi che guardano da sotto la cupola.
    Per esempio gli interessi a dieci anni sul debito pubblico italiano si sono differenziati da quelli tedeschi a partire della crisi del 2007-08, allorché erano stati uguali dal 2000. Stimo al 1.5 % lo spread durante 13 anni su un debito medio italiano di circa 2000 miliardi ossia 30 miliardi annui per 13 anni circa 400 miliardi.Caspita 7000 € a testa per ogni residente in Italia ! Peggio ancora per i Greci con debito consolidato da enti privati tedeschi e francesi.
    Alle masse non resta che patibolare, lavorare.
    Tutto questo a seguito di una crisi precipitata e secondo mè pilotata a fini di lucro a favore di redditieri che possono creare moneta scritturale con riserve frazionarie di qualche per-cento e che la prestano a tassi ottimali dovutamente iscritta al passivo ( la banca deve il prestito al creditore) e attivo dei loro bilanci ( utilizzo per prestare al debitore).
    Non so quale banchiere di alta fama abba detto, tempo fa, che se il popolo capisse questo si ribellerebbe.
    Meglio crederci…

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