Alle origini della globalizzazione. La spinta degli arbitraggi

Fatta la legge, trovato l’arbitraggio, si potrebbe dire adattando il vecchio detto al mondo effimero – e tuttavia dannatamente concreto – della finanza. Proprio il desiderio di lucrare sulle differenze fra i vari regimi regolatori infatti – quindi fare arbitraggi – si è rivelato nei sette decenni di storia censita dalla Bis un potente incentivo per la crescita dei prestiti bancari internazionali.

Non è difficile capirne la ragione. La sete di profitto è un movente mercuriale che come tale si adatta in tempo reale alle costrizioni ambientali che i governi impongono pensando di poterlo canalizzare in percorsi controllabili e prevedibili. Una tendenza che alla prova dei fatti si rivela una pia illusione. Meglio ancora: il governo può sicuramente provare a regolarla, ma non riuscirà mai a impedire che la sete di profitto sfoghi in maniera imprevista le sue necessità.

Questo balletto, che ritma la storia, dovrebbe ricordare ai fautori dell’onnipotenza statale che non esiste regolazione che non si possa aggirare. E questo, lungi dal voler essere un incentivo ad abbandonare il concetto di regolazione, è semmai la prova di quanto sia necessario, pur nella consapevolezza che mai sarà sufficiente. Il capitalismo internazionale prospera esattamente perché è regolato e proprio perché tenta di sfuggire a queste regole.

Questa conclusione stupirà le tribù stataliste così come quelle liberali, ma non certo chi osserva da vicino i processi finanziari. E’ del tutto ovvio che il mondo si disegni contemperando esigenze spesso contrapposte, come quella dei governi di frenare e quella dei capitalisti di accelerare. Perciò è sicuramente istruttivo dare un’occhiata alla storia per vedere come nel corso degli anni questi movimenti e contro-movimenti abbiamo costruito quella globalizzazione finanziaria che è il presupposto della nostra contemporaneità.

“Fin dall’inizio – scrive la Bis -, l’attività bancaria offshore ha attratto business consentendo di evitare alcune normative applicate alle banche nazionali”. E non ci sarebbe altro da aggiungere.

Vale la pena, però, approfondire. Quando parliamo di regolazione di solito ci riferiamo a normative come quella sui massimali sui tassi di deposito, sui requisiti di riserva per le banche oppure sui premi assicurativi sui depositi. Fare arbitraggio significa comportarsi come quella banca britannica che nel lontano 1955 garantì ai depositi in dollari un premio rispetto ai massimali all’epoca presenti negli Usa. In tal modo fu incoraggiata la costituzione di depositi in dollari a Londra. Sicché quando undici anni dopo gli Usa fissarono il tasso di deposito, “le grandi banche statunitensi si sono rivolte ai loro uffici di Londra per sostituire i depositi nazionali persi”. Fatta la legge, trovato l’arbitraggio, appunto.

Queste opportunità consentirono in breve tempo la creazione dei depositi offshore in dollari a cui si rivolsero non solo le banche centrali, ma anche le multinazionali. A partire dagli anni ’70 questa opportunità si estese anche ai fondi monetari statunitensi, che raccoglievano risparmio dalle famiglie e dalle imprese. Insomma: la globalizzazione finanziaria era iniziata molto prima che i flussi di capitale venissero liberalizzati.

Anzi, la liberalizzazione, paradossalmente, ha ridotto le opportunità di arbitraggio. Ma una volta intervenuta ha stimolato direttamente quello che la regolazione provocava per vie traverse, ossia il movimento dei capitali internazionali. Per dirla con le parole della Bis, “la liberalizzazione finanziaria ha comportato un graduale spostamento della composizione del sistema bancario internazionale lontano dal mercato offshore”.

I dati infatti mostrano che il segmento offshore di questo mercato è passato dal 70% degli anni ’70 al 40% del 2021, con ciò dimostrando la fallacia della narrazione che va per la maggiore. Ossia quella per la quale la liberalizzazione dei capitali degli anni ’80 ha provocato il trionfo del turbo-liberismo pagato dalle classi medie con la notevole erosione del potere d’acquisto, la diseguaglianza, eccetera eccetera, nonché l’instabilità cronica del nostro sistema finanziario. I capitali circolavano abbondantemente anche prima degli anni ’80. Solo che non si poteva dire.

(2/segue)

Puntata precedente: Alle origini della globalizzazione: Il boom dei prestiti internazionali

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