Visco e l’importanza del debito europeo

Nel lungo e molto informativo intervento del governatore di Bankitalia Vincenzo Visco alla giornata del risparmio il passaggio sicuramente più rilevante dal punto di vista politico – chi pensa che i banchieri centrali non facciano politica ci ripensi – è quello relativo al debito europeo.

In poche righe Visco ha delineato una possibilità che, se opportunamente costruita e spiegata, potrebbe rappresentare un sostanziale punto di svolta non solo nella economia e nella politica europea, ma globale. Una evoluzione coerente con la storia e le necessità della nostra società.

La risposta delle istituzioni europee alla pandemia è stata rilevante, per risorse impegnate e sforzo politico. I fondi dei vari PNRR sono lì a dimostrarlo, come anche il notevole esborso della Bce. Ma il punto rilevante è che “la pandemia ha tuttavia ulteriormente mostrato i limiti degli attuali assetti europei, che non prevedono una capacità di bilancio comune”. Notate la parola “ulteriormente”.

Ed ecco la proposta: “Una tale capacità (di bilancio comune, ndr), sufficientemente ampia e con la possibilità di ricorrere all’indebitamento per finanziare progetti di investimento o l’attivazione di ammortizzatori sociali e programmi di welfare comuni, permetterebbe di affiancare una politica di bilancio europea all’azione della politica monetaria nel contrasto di shock economici di vasta portata”.

Traduzione: un debito europeo dedicato alla raccolta di risorse da investire in programmi di interesse europeo – quindi comuni -, oggi il welfare domani magari la transizione energetica, consentirebbe all’eurozona di godere non solo dei vantaggi di una politica monetaria comune, ma anche di una politica fiscale comune.

Cosa significa in pratica? Che se uno stato europeo oggi deve mettere a bilancio una certa cifra per finanziare una certa voce di costo, domani, esistendo un programma europeo che finanzia quella stessa voce di costo, nel bilancio nazionale si apre uno spazio fiscale che può essere utilizzato per altre spese, magari più vicine alla loro effettiva capacità di intervento. Esempio: se il reddito di cittadinanza fosse finanziato da un programma europeo, i fondi relativi potrebbero, ad esempio, essere utilizzati dal governo italiano nelle infrastrutture nazionali.

C’è dell’altro, ovviamente, che Visco mette non a caso in evidenza. “Il debito europeo rappresenterebbe inoltre uno strumento finanziario sovranazionale con elevato merito di credito, che faciliterebbe la diversificazione dei portafogli degli intermediari e l’integrazione dei mercati dei capitali europei, accrescendo così l’efficacia della politica monetaria”.

Questo dettaglio è molto rilevante. Il mondo, dove ormai girano quasi 300 trilioni di debito, è affamato di asset sicuri che in larga parte vengono denominati in dollari. Avere un debito comune implica la generazione di safe asset in euro che aumenterebbero quelli in circolazione, e quindi la profondità e la liquidità del mercato dei capitali europei. Ciò consentirebbe una trasmissione migliore della politica monetaria, con evidenti vantaggi per la stabilità finanziaria.

Il combinato disposto porta una terza conseguenza rilevante. “Per garantire in tempi rapidi liquidità e spessore al mercato di questo nuovo strumento si può pensare a una gestione comune di una parte dei debiti dei singoli paesi attraverso un fondo di ammortamento che ritirerebbe gli strumenti nazionali emettendo titoli europei”. Detto diversamente: si potrebbe “spostare” a livello europeo una certa quantità di debito nazionale, che includa “il debito contratto da tutti i paesi membri negli ultimi due anni per far fronte agli effetti della pandemia”. E quindi liberare ulteriore spazio fiscale.

Questo significa favorire l’idea di trasferimenti sistematici di risorse a favore dei paesi più indebitati? Certo, ma a parte che tali timori “possono essere fugati con l’adozione di adeguati accorgimenti tecnici”, rimane il fatto che il vantaggio fiscale sarebbe anche per i paesi meno indebitati.

E’ meglio rinunciare a un vantaggio evidente in nome di un principio discutibile – il no ai trasferimenti inter-europei – o invece utilizzare l’esperienza fatta fino ad oggi per far compiere un passo in avanti al nostro processo di evoluzione istituzionale? Ai posteri l’ardua sentenza, diceva il poeta.

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