Per sconfiggere la povertà bisogna prima capirla

Una grande domanda quella che si pongono alcuni economisti che hanno consegnato al NBER un interessante paper: perché alcune persone rimangono povere? Domanda che ci facciamo da millenni e alla quale abbiamo risposto in migliaia di modi senza peraltro aver mai risolto il problema, se non nei proclami.

Perciò vale la pena sfogliare lo studio per vedere che tipo di risposta danno gli autori, tanto più che viviamo in un tempo in cui sembra che i rigori della miseria stiano preparando la loro controffensiva a scapito delle sempre più desolate classi medie occidentali.

“Capire cosa provochi la povertà e le sue potenziali persistenze ha motivato i primi contributori della teoria sullo sviluppo economico”, ricordano gli autori. E soprattutto l’obiettivo di “sradicare l’estrema povertà per tutti dovunque” entro il 2030 è uno dei Sustainable Development Goal che furono fissati nel 2015, quando si stimava che il 10% della popolazione mondiale, pari a 735 milioni di persone, vivessero in queste condizioni.

Quanto di questo obiettivo verrà centrato lo vedremo fra un decennio. Nel frattempo contentiamoci di ragionare sulle cause di questa persistente povertà, che mai come oggi, anche a causa della pandemia, sembra farsi sempre più minacciosa.

La prima considerazione è che “molti dei poveri che lavorano hanno un’occupazione ma hanno redditi bassi”. Quindi bisogna capire perché sono impiegati in attività poco remunerative. Un primo punto di vista ipotizza che i poveri abbiano le stesse opportunità di altri per trovare lavoro. Se quindi riescono ad avere solo lavori malpagati ciò dipende dalle loro caratteristiche. Un altro punto di vista parte dal presupposto che i poveri soffrano di una carenza di opportunità che deriva proprio dal loro essere nati poveri. Sono “intrappolati” nella povertà.

Come ogni visione manichea della realtà, anche questa ovviamente va presa con le pinze. Le due visioni sono alternative solo dal punto di vista analitico, ma nella realtà tendono ovviamente a mescolarsi. E tuttavia diventa interessante vederle all’opera in una sorta di esperimento condotto dai ricercatori che ha notevoli ripercussioni per le policy. E’ inutile pensare di sconfiggere la povertà se prima non si capisce, insomma.

Il “laboratorio” utilizzato dai ricercatori per osservare empiricamente la fondatezza dei due punti di vista è un data set raccolto nel corso di 11 anni di studi dedicati all’impatto di un ampio e randomizzato trasferimento di asset nel Bangladesh rurale, dedicato agli ultra poveri. Si tratta di parte di una più ampia survey che ha interessato 23.000 famiglie distribuite in 1.309 villaggi localizzati nella parte più povera del paese.

Sono state tracciate 6.000 famiglie fra il 2007 e il 2018 la metà delle quali sono state selezionate a caso per ricevere una ampia dotazione di asset, nella forma di mucche. Una volta fornite di bestiame, queste famiglie sono state osservate nel corso di undici anni per vedere come queste distribuzione abbia influenzato la loro situazione economica. Se, vale a dire, siano riuscite a uscire dalla trappola della povertà.

Il modello di società, molto semplice, facilita l’osservazione. Nei villaggi presi in esame, infatti, l’attività lavorativa è collegata alla proprietà di bestiame o di terra. Chi ne dispone se ne occupa direttamente – e in questo identifica la sua attività lavorativa – o assume lavoranti. In questa economia “la coltivazione della terra e l’allevamento del bestiame producono guadagni maggiori rispetto al lavoro occasionale”. E si distinguono lavori poco produttivi (operaio agricolo o domestico) che si possono svolgere anche senza avere asset, e quelli più produttivi (allevamento del bestiame e coltivazione della terra).

Questa struttura consente di ricavare empiricamente una soglia di reddito superata la quale le famiglie povere iniziano ad uscire dalla povertà, mentre chi rimane sotto non riesce a sfuggirvi. In moneta del Bangladesh, questa soglia è stata calcolata in 9.309 Taka (BDT), pari a 504 dollari, che si colloca poso sopra il valore di una mucca (9.000 BDT). Quindi chi riceve una mucca come trasferimento “fiscale” ha un notevole vantaggio rispetto a chi è privo di asset.

Ma questo non vuol dire che sia risolutivo. Chi ha ricevuto asset, ma stava troppo indietro nella dotazione economica, quattro anni dopo rischia di stare addirittura peggio. Se invece la famiglia è riuscire a superare la soglia, ci sono buone probabilità che riesca a sfuggire per sempre alla povertà.

Le osservazioni ripetute dopo 11 anni dalla dotazione, mostrano addirittura che le famiglie che hanno superato la soglia hanno gradualmente aumentato i consumi rispetto a quelli che non ci sono riusciti e hanno accumulato altri asset, compresa la terra.

Una terza conclusione è riferita alla dotazione di capitale umano: chi ne è più dotato e magari ha anche un diverso tasso di risparmio, ha una soglia di “fuga” dalla povertà più bassa.

Pure se espresse sinteticamente, le conclusioni dello studio sono chiare. La diversità di opportunità fa la differenza. E questo serve a ricordare che per far uscire un individuo dalla povertà bisogna intanto capire quale sia la soglia superata la quale può partire il processo di accumulazione. Un dato che varia non solo a seconda della società considerata, ma anche dell’individuo. E una volta individuata questa soglia puntare su una spinta robusta piuttosto che su un prolungato sostegno. Ovviamente sarà sempre la persona a fare la differenza. Ma una dotazione di capitale iniziale rimane comunque sempre un bell’aiuto.

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