Etichettato: recovery fund

Cartolina. Mes chi?


Come tutte le passioni effimere, anche quella per il Mes, che ha animato per mesi il nostro dibattito pubblico, è finita nell’angolo della storia, quello dove si cumulano i detriti. Il Mes non occupa più spazio nei giornali, ed è stato obliterato anche dai leoni da tastiera, che nei suoi giorni di gloria coniavano hashtag di ogni genere. Ma mentre da noi il dibattito infuriava, il Mes vivacchiava. Le emissioni di debito, che avrebbero dovuto servire a riempire le casse esauste degli stati aderenti, scivolavano lentamente verso il basso. Oggi il Recovery europeo, con la sua promessa di meraviglie a venire, sembra persino condannarlo all’irrilevanza. Questo non vuol dire che sia destinato a sparire: la burocrazia notoriamente resiste alle mode. Semplicemente lo dimenticheremo. E il Mes neanche se ne accorgerà.

La sfida europea dell’economia digitale


C’è un prima e un dopo Covid anche per l’economia digitale in Europa, dove ormai da anni si consuma una lunga transizione socio-economica verso modelli di sviluppo sempre più orientati verso le nuove tecnologie, che però deve fare i conti sia con carenze infrastrutturali, che con profonde frammentazioni quanto all’alfabetizzazione informatica dei cittadini. Senza dimenticare una carenza che più che essere economica è squisitamente geopolitica: l’Europa si trova a dipendere largamente dall’offerta di tecnologie estere, specialmente Usa.

Tutto ciò provoca effetti a cascata in tutta l’organizzazione economica, e spiega perché la Bce abbia ritenuto opportuno dedicare un lungo articolo all’economia digitale europea provando a fare un riassunto dello stato dell’arte e soprattutto delle prospettive future, anche alla luce degli sconvolgimenti provocati dalla pandemia a causa della quale “sia i produttori che i consumatori hanno acquisito più familiarità con le tecnologie digitali e se ne servono in misura maggiore”.

C’è quindi una maggiore domanda di economia digitale. Ma l’offerta è adeguata? Anche qui, il panorama è alquanto frammentato, come si può osservare guardando il peso specifico dell’economia digitale sul pil dei paesi Ue e poi lo stato dell’adozione delle tecnologie digitali fra i singoli paesi.

La buona notizia è che in tutti i paesi dell’area si è avuta una maggiore diffusione delle tecnologie digitali negli ultimi cinque anni (grafico 2). “L’indice di digitalizzazione dell’economia e della società è passato da meno di 40 nel 2015 a oltre 60 nel 2020”, scrive la Bce. Questo in media. Nella realtà, c’è molta eterogeneità fra i diversi paesi, che finisce col limitare l’impatto dell’economia digitale nell’area. Il nostro paese, come si può vedere, è quartultimo nella classifica. E questo basta ampiamente a spiegare perché le nostre iniziative pubbliche basate sull’hi tech – si pensi alle app di servizi pubblici prese d’assalto in occasione delle varie regalie del governo – finiscono sempre col generare frustrazione.

La notizia meno buona è che il peso specifico (grafico 1) dell’economia generale sul valore aggiunto per molti paesi è rimasto sostanzialmente fermo nel quinquennio, a differenza di quanto si osserva per gli Usa, che partivano già da un livello molto elevato. Questo divario non si è ridotto in questi anni e non si capisce come dovrebbe ridursi. Basti considerare che il solo settore dei servizi digitali, negli Usa, “fornisce un contributo pari all’intera economia digitale dell’area euro”, sottolinea la Banca. “In termini di dimensioni, negli Stati Uniti il settore manifatturiero legato alle tecnologie dell’informazione è circa il doppio rispetto a quello dell’area dell’euro ed è addirittura maggiore di quello di paesi specializzati in attività manifatturiere, come la Germania”.

Questa stagnazione la dice lunga sull’entità della sfida europea – non a caso nella narrazione sul Recovery fund è sempre presente il capitolo sullo sviluppo hi tech – e soprattutto offre una spiegazione – l’ennesima – del lungo declino della produttività europea, che ormai dura da un ventennio.

Secondo molti questo andamento dipende proprio dal ritardo europeo nel cogliere “i benefici offerti dalle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), soprattutto nel settore dei servizi di mercato”. La Bce ricorda che “negli Stati Uniti a metà degli anni novanta si sono verificati una forte spinta innovativa legata alle TIC, un marcato aumento della crescita della produttività totale dei fattori (PTF) nei settori che le producevano, nonché un notevole incremento dell’intensità di capitale TIC e una maggiore PTF nei settori in cui vi è un più ampio ricorso a tali tecnologie, che, per contro, sono state sviluppate e impiegate con ritardo dalle economie europee”.

Questo ritardo, secondo alcuni, dipende dalla “differenze tra le pratiche manageriali” – “le aziende statunitensi con sede nel Regno Unito hanno livelli di efficienza più alti” – e quindi molto devono alle pratiche socio-economiche del nostro continente. Come che sia, “nei fatti le imprese di frontiera hanno visto crescere rapidamente la propria produttività, mentre quelle meno avanzate hanno recuperato con lentezza”. Il problema è che queste aziende di frontiera sono in larga parte non europee.

E’ evidente perciò che l’Europa deve fare un sostanziale passo in avanti se vuole sfruttare i vantaggi offerti dalle nuove tecnologie (general purpose technology, GPT) che potrebbero anche rappresentare la soluzione per invertire il trend declinante della produttività, tenendo conto del fatto che creare l’ecosistema capace di far decollare queste tecnologie può richiedere anni, se non decenni.

Si tratta di una transizione che è anche culturale: si tratta di diffondere l’idea del vantaggio economico delle attività immateriali, (per esempio: ricerca e sviluppo, software, algoritmi, banche dati e relative analisi) in un mondo che da secoli conta asset materiali. I primi, a differenza dei secondi, sono difficili da computare, però le stime che girano parlano di un mercato dei dati europeo che ha un valore, nel 2019, di almeno 324 miliardi di euro.

E’ evidente che sviluppare la cultura di questi asset significa anche imparare a finanziare gli investimenti specifici. Attività per le quali servirebbe un mercato dei capitali efficiente senza doversi rivolgere necessariamente alle banche, che sono poco attrezzate per fare valutazioni di rischio in settori come questo.

Che l’Europa sia in grado di fare questo salto culturale è tutto da vedere. Non è certo un caso che l’hi tech sia nato e si sia sviluppato negli Usa. Di sicuro l’evoluzione del mercato del lavoro, che sembra premiare i soggetti che hanno a che con lavori complessi (grafico sotto), fa capire che il gioco vale la candela.

E anche le ricognizioni sul contributo dell’economia digitale alla crescita dell’occupazione lo confermano: “Le economie con un’incidenza più elevata di economia digitale sul valore aggiunto totale tendono a essere quelle con tassi di disoccupazione più bassi”, scrive la Bce.

Paradossalmente la spinta capace di far partire sul serio il processo di sviluppo dell’economia digitale in Europa potrebbe arrivare dalla pandemia. Si pensi all’aumento delle vendite on line, registrate nell’ultimo anno, o alla diffusione dello smart working.

Le crisi portano anche opportunità, com’è noto. Che poi si sappia coglierle è un’altra storia.

Cronicario. Spendino siori spendino


Proverbio del 24 luglio Il pane del povero è duro e le sue giornate lunghe

Numero del giorno: 14,9 Aumento mensile export extra Ue a giugno in Italia

L’avrete notato, sì, che siamo tutti più felici? Da quando l’Ue, non più matrigna ma finalmente mammona, ha detto che ci da li sordi, improvvisamente l’italiano è impazzito di gioia.

Impazzito proprio. Guardate i politici. Non sanno – letteralmente – come spendere i soldi che peraltro neanche hanno ancora e figuratevi che succede se e quando arrivano. Meglio ancora: ne vogliono ancora. Mes, scostamenti di bilancio: chi più ne ha più ne spenda.

Qualche fenomeno vuole rifare addirittura la Bicamerale  – che porta sfiga solo a nominarla – cioé quell’attrezzo che negli anni Novanta doveva cambiare la Costituzione – per decidere come usare li sordi dell’Ue. Ossia fare da dispensario delle millemila pulsioni spenderecce di una classe politica – e vi risparmio le altre classi – per la quale i soldi fanno la felicità.

E’ così che va il mondo. Anzi che spende.

Buon week end.

Cronicario. Arrivano li sordi dell’Ue (o di chiunque)


Proverbio del 27 maggio Chi vive sobriamente vive come un re

Numero del giorno: 75.100.000.000 Importo annuo pensioni dipendenti pubblici

Tanto tuonò che piovvero, li sordi. La commissione Ue metterà 750 miliardi nel suo Recovery fund, più dei 500 ipotizzati dai tirchi, meno dei mille sognati dai prodighi, in un esercizio di contabilità salomonicamente politica.

Dicono che 500 di questi miliardi saranno aiuti e il resto prestiti. Col che è facile prevedere una robusta stimolazione degli appetiti di molti governanti, a cominciare dai nostri. E infatti il commissario Gentilissimo, o come si chiama, che si occupa di cose economiche in Europa parla subito di “svolta senza precedenti”.

Addirittura all’Italia toccherebbero 172,7 miliardi: 81,807 miliardi di aiuti e 90,9 come prestiti.

Mentre lustro il portafoglio dalla polvere che intanto s’è accumulata dentro, visto che finalmente potrò tornare a riempirlo, mi sollazzo parecchio a leggere di quella genia nostrana che, proprio oggi che arrivano li sordi…

dice che in fondo ce ne possiamo anche infischiare dell’Europa. Mica c’è bisogno che li sordi ce li dia la cattivissima Ue, dice in un impeto di vibrante patriottismo economico. C’è anche il Fmi.

Tranquilli, mica vuole la Troika. Vuole solo che il Fmi emetta nuovi diritti speciale di prelievo, dopo aver letto (?) e sicuramente capito bene (??) un articolo del Financial Times che proponeva una cosa del genere per aiutare i paesi in via di sviluppo, ai quali evidentemente noi apparteniamo.

Mi aspetto che prima della fine della giornata qualcuno ricorderà la nostra perpetua amicizia coi cinesi, che all’occorrenza li sordi ce li potrebbero dare pure loro, ma sennò vanno bene pure gli americani, che ci allattano dai tempi del dopoguerra.

Chiunque siano, i benefattori, per loro vale un’esortazione che ormai è storia.

Poi ve li ridiamo, li sordi. Con calma.

A domani.

 

Cronicario. Btp Italia? Recovery (very very much) Fund


Proverbio del 20 maggio Difficile evitare la freccia di un amico

Numero del giorno 240.000.000.000 Valore richieste moratorie sui prestiti in Italia

Sono davvero fiero dei miei connazionali. E’ bastato un rendimento minimo dell’1,4 su quinquennale – quando il decennale rende poco di più – e per giunta collegato all’inflazione, con dentro un piccolo premio fedeltà dell’8 per mille (che fa tanto beneficenza) una spruzzatina di commissioni bancarie azzerate e un odore di tassazione agevolata al 12,5%, ed ecco confezionato il perfetto cocktail patriottico: il nuovo BTP Italia per l’emergenza Covid.

Infatti sta vendendosi alla grande. Dieci miliardi in due giorni, mica bruscolini. Ai geni che applaudono ai nuovi patrioti conquistati a carissimo prezzo – al cuore non si comanda, ma al portafoglio sì – vorrei chiedere se davvero conviene pagare questi tassi ai nostri concittadini danarosi, oppure versare lo zeroqualcosa di interessi a babbo morto per il famigerato MES, che serve sempre per le spese sanitarie. Ma conosco già la risposta.

E sono persino sicuro che gli stessi geni avranno da ridire se mai l’Ue riuscirà a mettersi d’accordo per varare ‘sti benedetti fondi comuni per l’emergenza sanitaria, che dovranno essere restituiti, ma sempre in minor quota rispetto a quanto potremmo chiederne, visto che abbiamo la disgrazia di essere i più fortunati beneficiati dal coronacoso. Ma anche qui, non mi faccio illusioni.

Perché sia chiaro: noi dall’Europa accettiamo solo regali, e non dobbiamo neanche ringraziare. Non ci provassero neanche a chiederci i soldi indietro e a ficcare il naso su come spenderli. E soprattutto, non stiano a contare gli spiccioli. Va bene i fondi Recovery, purché, oltre ad essere gratis, siano very very much. Come i tassi del Btp Italia.

A domani.