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Lo Smart Working divide et impera sul mercato del lavoro


Il dibattito sullo smart working, aldilà di certe posizioni vagamente surreali – si pensi a chi chiede che ai lavoratori casalinghi sia ripagata anche la luce – merita sicuramente un approfondimento visto che, aldilà delle circostanze pandemiche, ha elementi di sicuro interesse in un mondo afflitto da timori di riscaldamento globale e ricco abbastanza da questionare alcuni punti fissi dell’attuale organizzazione sociale. Fra i quali quello che la prestazione lavorativa si debba svolgere nel luogo deciso dal datore di lavoro.

Sorvoliamo sui tanti lati positivi che porta con sé il lavorare da casa – uno per tutti: risparmio di tempo e denaro per gli spostamenti – e anche su quelli negativi – ad esempio un perenne distanziamento sociale che può rivelarsi pernicioso così come lo sfumarsi del confine fra vita professionale e vita privata – limitiamoci a una semplice domanda: quante persone possono realmente fare smart working allo stato attuale della nostra tecnologia e del nostro mercato del lavoro?

Una prima risposta possiamo trovarla in una breve pubblicazione proposta dal NBER che quantifica empiricamente la percentuale di lavori che si possono “remotizzare” presso la propria abitazione. Lo studio è focalizzato sugli Usa, ma può essere utile anche per il lettore italiano: parliamo comunque di un’economia avanzata per certi versi molto simile alla nostra, almeno quanto a organizzazione e dotazione tecnologica.

I risultati, ovviamente, sono frutto di stime, che a loro volta si fondano su osservazioni campionarie basate su interviste e con varie premesse di metodo. Quindi vanno considerati come indicatori di tendenze più che come dati. Ma in ogni caso se ne traggono alcune informazioni utili a farsi un’idea appena più concreta della percezione assai diffusa che lavorare a casa sia la panacea di tutti i mali dell’economia moderna.

Un esempio servirà a chiarire. In aggregato, spiegano gli economisti, la classificazione dei lavori utilizzata dallo studio arriva alla conclusione che il 34 per cento dei lavori statunitensi può “plausibilmente essere svolto a casa”. In quel plausibile si annidano molti distinguo. Ad esempio quello secondo il quale, per convenzione, gli economisti ipotizzano nello studio che l’82 per cento degli 8,8 milioni di insegnanti americani siano capaci di lavorare da casa.  Suona plausibile “dato il grande numero di scuole che correntemente utilizzano l’apprendimento da remoto”. Se questa premessa venisse meno, la percentuale aggregata si dovrebbe ridurre di un notevole 5 per cento.

Questo serve anche ad avere un’idea del peso specifico dell’istruzione non solo nel mercato del lavoro, ma anche sul totale degli spostamenti. Smart working per i docenti, infatti, implica altresì che i discenti studino a casa. E questo porta con sé che anche molti genitori debbano diventare lavoratori casalinghi, perché non tutti possono lasciare i figli da soli. Detto altrimenti, lavorare a casa porta con sé, in molti casi, che anche la fruizione dei servizi sia “remotizzata”.

Se torniamo al nostro studio, scopriamo anche altre cose. L’American Time Use Survey del 2018, citata nella ricerca, mostra che meno di un quarto dei lavoratori a tempo pieno lavora a casa in un giorno medio e anche questi pochi trascorrono tipicamente in casa meno della metà del loro tempo lavorativo.

Ciò può significare varie cose. Ad esempio che la tipologia dei lavori svolti richiede comunque di trascorrere del tempo fuori casa, il che toglierebbe argomenti a chi giudica lo smart working un modo per allentare le pressioni sul traffico. Oppure che lo smart working sia un modo che giova meglio al lavoratore per unire l’utile (il lavoro da casa) al dilettevole (migliore gestione del tempo per gli affari privati). O, ancora, che lo smart working migliori la produttività del lavoro, e quindi serva meno tempo (in casa) per fare le stesse cose che si fanno al lavoro.

Un’altra informazione utile: i candidati allo smart working – il nostro 34 per cento del totale – “tipicamente guadagna di più”. Esprime infatti il 44 per cento del monte salari. Si tratta quindi, in larga parte, dei rappresentanti di quella che, in un vecchio libro di tanti anni fa, l’economista John Galbraith chiamava “La società opulenta”. E ovviamente questo implica che nelle aree più ricche del paese la percentuale degli smart worker sia più elevata. A San Francisco, per fare un esempio, oltre il 40 per cento dei lavori potrebbe essere svolto da casa, mentre a Las Vegas, famosa per i casinò, si scende sotto il 30 per cento.

Anche la tipologia dei settori più spendibili per la remotizzazione conferma l’identikit “affluente” del potenziale lavoratore casalingo: finanza, management, professioni e lavoro scientifico. Al contrario rimangono fortemente legati al luogo di lavoro lavori meno remunerativi come quelli in agricoltura, commercio, ristorazione, eccetera.

Questo ci conduce a un’altra considerazione. La possibilità di lavorare a casa molto facilmente può finire con l’essere considerata come un privilegio, non solo per chi ne fruisce, ma anche per i datori di lavoro, che quindi si aspetteranno dei corrispettivi, almeno in termini di produttività e di impegno. Ma anche i non smart worker, che si vedono “costretti” ad andare al lavoro, vedrebbero come privilegiati i lavoratori casalinghi.

Insomma, lo smart working, si sarebbe detto una volta, è un privilegio di classe, visto che ha a che fare con il livello di istruzione e quindi con il livello di reddito che certi lavori garantiscono. Di conseguenza un’adozione su larga scala di queste pratiche provocherebbe una profonda differenziazione all’interno del mercato del lavoro. E un mercato diviso è certamente più facile da gestire.

Cronicario. Il futuro è nello Scart Working


Proverbio del 6 aprile L’uomo virtuoso cerca gli accordi, il vizioso a chi dare la colpa

Numero del giorno: 20.000 Denunciati nel weekend per inosservanza divieti Covid

Siccome viviamo nel paese più bello del mondo, dove sono nate la cultura, l’arte e soprattutto la storia, mi sembra del tutto logico che non abbiamo tempo di occuparci di pinzillacchere come il presente e ancor meno del futuro.

Noi siamo quelli del Novecento e del Piccolo mondo antico. Già ci irrita quando dicono di imparare le lingue barbare, e figuratevi quanto ci piace abitare in un mondo dove tutto deve essere cool, fashion, trendy e in particolare smart. L’avrete sentita questa storia dello smart woking no?

Ebbene, il coronacoso è riuscito nel miracolo che inutilmente agitava i sogni (e gli incubi) dei datori di lavoro di tutto il mondo: mandare a casa legioni di chissàcchefacenti  – per adesso retribuiti ma dategli tempo – in fretta e furia confezionati nella categoria degli smart worker. D’altronde c’è internet, perbacco. Mica mi vorrai ancora lavorare dall’ufficio? Quello che (non) fai lì lo puoi fare ancora dalla libreria di casa tua, a spese tue, col tuo computer con la connessione pagata da te.

Ci abbiamo creduto. Ma mentre sognavamo tutti convintamente – colpa della clausura eh – di essere diventati davvero moderni, è arrivato il risveglio nella forma di un bel dindon statistico, targato Istat, la quale, gentilmente, ci ricorda che…

Quindi solo 3 ragazzi su dieci, – il famoso futuro – un po’ meno dei quattro su dieci che vivono sovraffollati – e figuratevi i loro genitori – hanno competenze informatiche alte. Che già è un risultato apprezzabile se si considera che una casa su tre non ha pc e che solo 22% del totale ha un pc o un tablet.

Per fortuna la soluzione è a portata di mano. Pure se volessero rinchiuderci per il prossimo lustro – col coronacoso non si può mai dire – sappiamo già su cosa fare leva per non interrompere la produzione, l’istruzione, il lavoro e persino l’intrattenimento.

Il futuro non sarà smart. Sarà scart.

A domani.

 

 

Cronicario: 1 maggio, festa dello smart working


Proverbio del 3 aprile Ogni occhio ha il suo sguardo

Numero del giorno: 1.169 Morti negli Usa per coronavirus nelle ultime 24 ore

L’hanno detto, l’avete sentito. La strage silenziosa di ponti che sta funestando questo 2020 non risparmierà neanche quello più ambito: quel venerdì primo maggio, che faceva scopa secca col week end, e per giunta in un momento di alta pressione climatica. Il ponte perfetto.

Ma niente. L’hanno detto, l’avrete sentito. Il domicilio coatto non verrà alleviato neanche in quell’occasione. Niente gite, niente concertone e – ci mancherebbe – niente passeggiata sotto casa col neonato, hai visto mai. Anzi neanche spesa, visto che saranno chiusi i supermercati. A casa, e mi raccomando.

D’altronde c’è il coronacoso, signora mia. Mica possiamo rischiare. Avete visto i cinesi no? Stanno pensando di chiudere di nuovo Wuhan. E gli Usa? La Spagna? Figuriamoci se ce ne frega qualcosa del primo maggio e della festa del lavoro. Specie oggi, che si lavora (chi ancora lavora) da casa.

Anzi, sapete che c’è. Basta con questo nome antico – festa del lavoro – che ricorda un’epoca di commistioni salivari, contatti fisici, avvicinamenti sociali. La vita insomma. Il coronacoso, mortifero com’è, ci ha fatto entrare nella modernità, e finalmente. Questo non vuol dire rinunciare alla tradizione, ma innovarla. Serve un nuovo nome, insomma. Chiamiamola festa dello smart working. Così si capisce che devi stare e casa. E magari, mentre che ci stai, lavori pure.

Buon week end.

Cronicario. Vigileremo per terra, per mare e per cielo!


Proverbio del 20 marzo Se apri l’occhio del cuore vedrai cose invisibili

Numero del giorno: -0,6 Pil Italia nel 2020 secondo stime Fmi

Finalmente vedremo i militari per strada, dice la Prefettura di Milano, e speriamo che non abbiano la licenza di uccidere i poveri corridori solitari, che nell’isteria collettiva che ci sta divorando sono diventati il nemico pubblico numero uno: un coronavirus a due gambe e pure veloce. Così almeno mi sembra di capire sfogliando i social, più deliziosi del solito, che pullulano di foto di runner fatti da un telefonino che immagino avesse motivi legittimi  per stare in giro a far riprese.

Ma soprattutto m’inorgoglisce la nostra maschia dimostrazione di capacità di controllo del patrio territorio. Per le strade è un pullulare di uomini e donne in divisa che controllano i guinzagli e i certificati di milioni di italiani che ancora si ostinano a sfuggire al domicilio coatto per i motivi più futili. Tipo comprare ortaggi freschi, anziché far la spesa solo una volta a settimana come autorevolmente suggerito.

La migliore l’ha legiferata una tale regione che ha detto vabbé, potete far la spesa, ma solo vicino casa. Se qualcuno mi spiega cosa cambia fare la spesa vicino o lontano ve ne sono grato.

Ma soprattutto mi rassicura la storia di quei finanzieri, che grazie alla sorveglianza “per mare e per cielo” – testuale – hanno identificato dei tizi, addirittura quattro, che incuranti di ogni riguardo per lo spirito dei tempi si stavano facendo un barbecue all’aperto.

Detto ciò, auspico che il vigoroso sistema giudiziario nostrano vagli, asseveri e dia seguito alle migliaiadimila denunce che piovono nottempo sul suo desco e condanni gli attentatori della salute pubblica a ciò che si meritano, oltre alla gogna, che comunque a noi italiani piace tanto. Come dite? I tribunali sono chiusi? Nessun problema. Faranno Smart Working.

Buon week end (a casa).