La diseguaglianza del capitale umano

I nostri eroici combattenti, impegnati sul fronte della guerra alla diseguaglianza, dovranno hanno un’altra gatta da pelare, come ci ricorda un bel post della Fed di s.Louis. Già. Perché la diseguaglianza non si esaurisce nella contabilità che alcuni voyer di successo riducono a una questione di redditi e patrimonio – e già non tutti conoscono la differenza – ma incorpora tali e tante variabili delle quali, a pensarci bene, redditi e patrimonio sono solo una risultante. La diseguaglianza, si potrebbe dire, non è determinata dalle notevoli differenze osservati nella distribuzione di redditi e patrimoni, ma la precede. E’ proprio la diseguaglianza a genere tali differenze.

E la diseguaglianza è composta di molte cose che i nostri voyer tendono a trascurare. La Fed ne ricorda una che viene chiamata “capitale umano”. Espressione economicistica, quindi notoriamente triste per non dire infelice, che però vuole rappresentare quell’insieme di qualità che compongono la capacità di una persone di creare ricchezza. L’istruzione, ad esempio, o magari il talento. Le relazioni, ovviamente. E tanto altro.

Si tratta di qualità difficilmente producibili, e ancor meno riproducibili. Tolta l’istruzione che teoricamente si può fornire a tutti e quindi migliorare, il resto è questione di buona sorte. Il talento uno ce l’ha o non ce l’ha. Quanto alle relazioni, chi nasce figlio di principe è sicuramente più facilitato di un figlio di ciabattino, anche se per fortuna la nostra società democratica ha messo ognuno di noi nella condizione di poter migliorare le proprie opportunità. Ma certo i natali illustri aiutano.

Rimane il fatto. “Il capitale umano è una delle più importanti fonti di ricchezza per le persone nella parte alta della distribuzione della ricchezza, perché conoscenza, istruzione e capacità determinano tipicamente il reddito di una persone”. Il grafico sotto illustra questo concetto.

Notate il “tipicamente”. Perché, come dicevo prima, anche altre qualità aiutano. E il contesto nel quale una persona si trova ad operare fa il resto. Chi vive in una società estrattiva, ossia a vocazione tirannica, può essere bravissimo e pieno di talento, ma se non bacia la pantofola del principe non diventerà più ricco per questo. E anche all’interno della società cosiddette democratiche ci sono molte differenze.

Che fare quindi? I famosi voyer di reddito e patrimoni si accontenteranno di illustrare le sperequazioni, ma chi governa, e volesse far qualcosa per diminuire queste differenze non ha molta scelta. Poiché non si possono tassare il talento e le amicizie, si possono solo aumentare le tasse su reddito e patrimoni. E in effetti già succede. Ci sono profonde differenze fra le diseguaglianza di reddito prima delle tasse e dopo. Ma questa circostanza tende ad essere trascurata. Specie da chi chiede più tasse.

  1. Eros Barone

    Come attesta l’indice di Gini, che misura il coefficiente di disuguaglianza, i differenziali di diseguaglianza esistenti nel nostro paese sono macroscopici rispetto alla media europea e situano l’Italia tra i paesi più disuguali dell’Europa (per l’esattezza al terzo posto dopo l’Inghilterra e la Spagna – dati del 2019). Orbene, se la situazione del nostro paese è così regredita nel corso di questo trentennio di globalizzazione neoliberista, si impone necessariamente una riflessione autocritica sulle responsabilità della sinistra e del movimento sindacale, che avrebbero dovuto contrastare (o non hanno saputo contrastare o hanno addirittura assecondato) questa dinamica regressiva. Non a caso, è stato giustamente detto che “in Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri”. Deve essere inoltre chiaro che il problema delle crescenti diseguaglianze non è solo di natura etica, ma è anche di natura economica, stanti gli effetti depressivi della domanda e l’incidenza negativa sulla distribuzione dei redditi con il correlativo blocco dello sviluppo, prodotti, con esiti disastrosi, dalle politiche fiscali e sociali recessive dei governi che si sono succeduti in questo trentennio. Anche il governo Draghi ha contribuito, come era nella sua natura e nella sua ‘mission’, ad aggravare e non ad alleggerire il problema delle diseguaglianze sociali, avvicinando sempre di più il nostro paese all’indice di Gini degli Stati Uniti di America: emulazione, questa, definita nella lingua orwelliana del comitato di affari delle imprese e della Borsa, che governa l’Italia, con termini quali “progresso”, “civiltà” e “modernizzazione”.

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    • Maurizio Sgroi

      Salve
      Parla di Diseguaglianze dei redditi o della ricchezza? Prima o dopo le tasse? O dei consumi? Perché la categoria di diseguaglianza senza essere definita rischia di essere un puro esercizio apodittico.
      Grazie per il commento

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  2. Eros Barone

    Legga il “World Inequality Report” per il 2022, documento fondamentale di cui nel Suo sito non vi è traccia. Ebbene, l’Italia è uno dei primi Paesi al mondo per il rapporto tra ricchezza privata e reddito nazionale. Basti pensare che questo indice, particolarmente importante per valutare le disuguaglianze nel nostro paese, è passato dal 250% del 1970 al 650% del 2010 (oggi siamo intorno al 700%). Il documento in parola è molto chiaro e afferma esplicitamente che la crescita della disuguaglianza è una precisa scelta politica e non è affatto inevitabile. Tale scelta ha contribuito a ridurre la quota del prodotto che va al lavoro e, in tal modo, ha aumentato anche le disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Risultato: alla riduzione della quota dei salari si è accompagnata la parallela crescita della quota dei profitti, laddove quest’ultima è stata la miccia che ha determinato l’esplosione delle disuguaglianze a livello internazionale. Non per nulla l’Italia è l’unico paese (l’unico!), tra quelli dell’OCSE, dove dal 1990 al 2020 si è registrata una diminuzione dei salari reali (-2,90%) .

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