Saremo meno, non soltanto di numero

Nei giorni scorsi è stato diffuso un rapporto dal gruppo Earth4All che ha fatto tirare un sospiro di (quasi) sollievo fra i molti osservatori per i quali la crescita della popolazione è la prima causa della nostra incipiente crisi ambientale. Il motivo è presto detto: fra gli scenari elaborati dagli autori ce n’è uno che prevede un picco di popolazione a 8,5 a metà del secolo e un rapido declino fino addirittura a sei miliardi, nel 2100, più o meno al livello dell’inizio del nostro secolo.

Una così rapida decrescita della popolazione sarebbe poi raggiunta grazie a “investimenti senza precedenti nella riduzione della povertà, in particolare nell’istruzione e nella sanità, insieme a straordinari cambiamenti politici in materia di sicurezza alimentare ed energetica, disuguaglianza ed equità di genere. In questo scenario la povertà estrema viene eliminata in una generazione (entro il 2060) con un forte impatto sui trend della popolazione mondiale”.

L’associazione fra diminuzione della povertà e della popolazione è sicuramente interessante da sottolineare. Il pensiero che ci sarebbero meno poveri se fossimo meno numerosi è tanto diffuso quanto poco fondato, visto che la storia ci dimostra che è accaduto il contrario: l’espansione della ricchezza si è infatti accompagnata a quello della longevità e quindi della popolazione. Ne parlo diffusamente nel mio libro, La Storia della ricchezza. Chi volesse saperne di più può approfondire leggendolo.

Un’altra idea contenuta nello studio merita una menzione. “Sappiamo che il rapido sviluppo economico nei paesi a basso reddito ha un enorme impatto sui tassi di fertilità. I tassi di fertilità diminuiscono man mano che le ragazze ottengono l’accesso all’istruzione e le donne acquistano indipendeza economica e hanno accesso a un’assistenza sanitaria migliore”. Così almeno dice Per Espen Stoknes, uno dei dirigenti del gruppo che ha rilasciato il rapporto. Insomma: viene sottolineato quel dilemma fra produzione e riproduzione che abbiamo tante volte osservato qui.

In ultimo, ma non certo per ordine d’importanza, la constatazione che “contrariamente ai miti popolari, il team ha scoperto che la dimensione della popolazione non è il motore principale di eventi come il cambiamento climatico. Piuttosto, sono i livelli estremamente elevati di impatto ambientale del 10% più ricco del mondo a destabilizzare il pianeta”. Cioè siamo noi ricchi che facciamo male alla Terra. Ossia gli stessi che, nei numeri di oggi, non di domani, si stanno estinguendo. Ma se trasferiamo la nostra ricchezza altrove, non c’è il rischio che poi queste popolazioni diventino cattivi come noi con l’ambiente?

Ed ecco il succo di questa nuova vulgata: i ricchi fanno male al pianeta. Quindi rendiamoli più poveri spostando risorse su chi ne ha bisogno e così facendo diminuiamo anche la popolazione, che pure se non provoca il cambiamento climatico è meglio tenere sotto controllo. Sottotitolo: meglio pochi, non troppo ricchi, ma buoni.

L’ennesima versione della decrescita felice, che comprensibilmente suscita molti entusiasmi, non tiene conto di alcune complessità e diverse evidenze. La prima è che la ricchezza non è un interruttore che si può accendere o spegnere, e tantomeno un elenco di beni materiali: è un processo sociale e culturale che richiede secoli per consolidarsi e attivarsi. Una volta disinnescato questo processo non possiamo stabilire un livello per noi “giusto” e fermarci là. L’unico limite in basso è la miseria.

Secondo, più determinante: se saremo meno non vuol dire solo che saremo meno numerosi. Saremo meno in tutto, anche nella nostra capacità di immaginare un futuro migliore di quello che disegnano questi scienziati dell’infelicità.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.