Categoria: Annali
I profitti della manifattura italiana tornano al livello pre-pandemia

Prima di congedarci, per il consueto finale di stagione, vale la pena lasciare le ultime molliche sul sentiero di noi novelli Pollicino in cerca della strada per la normalità. Una di queste l’ho trovata sfogliando l’ultimo bollettino economico di Bankitalia, dove un agile riquadro fa i conti in tasca alle imprese e ne trae una conclusione che sarà molto utile ricordare a settembre, quando torneremo dalle vacanze più squattrinati del solito e con, negli occhi, le tabelle dei rincari di ogni cosa assai più presenti di quanto non siano adesso.
Il punto saliente è che “nel complesso del manifatturiero i margini di profitto sono tornati ai livelli pre-pandemici”. Ma in questo dato generale si nascondono molte differenze. Ci sono 11 settori, che trovate indicato nella tabella c, in alto, dove i margini di profitto sono ancora sotto quel livello. E questo lascia ipotizzare che queste imprese avranno come minimo la tentazione di far salire i costi.
Interessante anche osservare come le imprese manifatturiere italiane abbiano reagito allo shock inflazionistico, che ha fatto schizzare alle stelle i costi di produzione e, di conseguenza, i prezzi al pubblico. Le stime di Bankitalia calcolano nel 13,7 per cento l’aumento dei costi variabili per unità di prodotto nel 2022 rispetto al 2021. Tali costi incorporano l’acquisto di materie prime, semilavorati, servizi e costo del lavoro. L’aumento dei prezzi, che è stato del 12,4 per cento nel 2022, non ha quindi compensato quello dei costi. Se il consumatore piange, le imprese insomma non ridono. Ma certo piangono meno, visto che hanno subito la contrazione dei propri margini di profitto di circa un punto percentuale, mentre il consumatore, ha subito una piena erosione del proprio potere d’acquisto solo in piccola parte compensata da adeguamenti delle retribuzioni.
Questo sempre in generale, ovviamente. Alcuni settori (fabbricazione della carta, della chimica, della metallurgia di base e dei prodotti in metallo) hanno ritoccato i listini all’insù più degli altri e hanno conservato i propri margini.
Quando nel 2023 i prezzi energetici e dei beni importati sono diminuiti, abbassando i costi variabili dell’1,6 per cento per unità di prodotto, i prezzi dei prodotti finiti hanno continuato la loro crescita, seppure più lentamente (+0,4 per cento), sicché il margine operativo lordo delle imprese (MOL) è aumentato di 1,8 punti “recuperando pienamente il livello del 2021”.
Cosa ci dice tutto questo? Nulla che non potessimo già immaginare. Un movimento inflazionistico si trasmette dalla produzione al consumo molto facilmente, visto che le imprese possono liberamente adeguare i propri listini, e l’effetto dell’inflazione permane anche quando i prezzi alla produzione rallentano. Sempre perché chi produce, beni o servizi, ha un strumento in più rispetto a chi consuma e ha un reddito fisso: può muovere i prezzi.
Questa asimmetria è fonte di grandi scompensi sociali, che possono facilmente diventare economici – si pensi ai meccanismi di adeguamenti automatici dei salari – e poi politici. Il consumatore ha solo un rimedio contro l’inflazione: tagliare i consumi. Probabile succeda anche questa volta. E chissà per quanto durerà. Perché un’altra cosa che ci ha insegnato l’inflazione è che serve tempo, per tornare alla normalità. Molto tempo.
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I motivi della resilienza dell’export italiano

Un studio recente di Bankitalia è un’ottima occasione per conoscere meglio la nostra economia e quindi riflettere su noi stessi, che significa provare a individuare i nostri punti di forza e debolezza per far leva sui primi e compensare i secondi. Così almeno dovrebbe essere nel migliore dei mondi possibili, nel quale purtroppo non abitiamo, ma che possiamo sforzarci di costruire con un po’ di pazienza, buona volontà e soprattutto tempo.
Per riuscire serve studiare, piaccia o no a quelli che hanno sempre la risposta pronta, e buon per loro. Avere il coraggio di essere noiosi, come scriveva Nietzsche. E poiché questo coraggio a noi non manca, come sanno bene i tanti coraggiosi che leggono questo blog, eccovi serviti.
Il punto di partenza è un confronto fra la nostra performance di esportazione e quella dei nostri cugini europei, che trovate riepilogata nel grafico sopra. Si nota che siamo usciti meglio degli altri dal doppio shock pandemia+guerra, anche se certo non con tutte le ossa sane.
Per capire le ragione di questa resilienza, che ci ha consentito di tornare ad essere creditori netti dell’estero nell’arco di pochi trimestri, gli economisti di Bankitalia hanno scomodato il solito arsenale di modelli matematici in cerca di risposte, che perciò vanno intese con giudizio e molti caveat, ma che rimangono comunque informative. Quando si va a pesca col setaccio matematico qualcosa comunque rimane impigliato nella rete.
I fattori individuati dagli autori del paper come spiegazione del successo relativo dell’export italiano (più sei per cento di esportazioni nel 2022, ben al di sopra dei partner europei) sono essenzialmente tre. In primo luogo una componente di competitività legata ai prezzi. Il tasso di cambio reale effettivo (real
effective exchange rates, REERs) ha avuto una dinamica positiva per le nostre ragioni di scambio, incoraggiando quindi le esportazioni. “La metà dell’incremento dell’Italia si spiega con la dinamica dei prezzi alla produzione in calo rispetto ai principali partner commerciali del paese”.
Il secondo fattore è più interessante, perché ci racconta molto della fisionomia della nostra struttura produttiva, e in particolare della manifattura, da dove proviene lo slancio delle esportazioni. Queste ultime provengono da settori che sono stati classificati in due grandi categorie, quelle a grande consumo di energia (energy-intensive, EI) e quelle meno energivore (non-energy-intensive, NEI). Le prime sono state colpite più duramente dai notevoli rincari energetici degli anni vicini a noi, e il loro export di conseguenza. Nel nostro paese, la prevalenza di produzioni non energivore ha rappresentato un asso nella manica per mantenere un livello soddisfacente di esportazioni.

Terzo fattore: l’incidenza delle strozzature sulle catene di fornitura, che ha frenato a lungo le produzioni e quindi le esportazioni. I dati raccolti da una survey internazionale svolta attraverso le aziende dicono che “la produzione italiana è stata significativamente meno colpita dalla carenza di materiali e attrezzature, soprattutto rispetto alla Germania”.

Altri fattori ovviamente avranno contribuito alla resilienza del nostro settore esportatore, ma l’articolo non dice di più. Tuttavia ci dice già molto. Proviamo a trarne alcune conclusioni.
La prima, ovvia, è che siamo un’economia estremamente aperta, e come tale assai sensibile al contesto internazionale, ma al tempo stesso capace di notevole flessibilità. Lo dimostra la sostanziale stabilità della quota di mercato del nostro export a livello globale.

E questo malgrado importanti evoluzioni accadute, specie nell’ultimo anno, quanto ai nostri partner commerciali. Nel 2022 sono praticamente crollate le esportazioni verso la Russia e diminuite anche quelle verso la Cina, ma sono cresciute nel resto del mondo, specie negli Usa.

Questo significa che siamo inseriti in un circuito economico che rimane dinamico e nel quale abbiamo buone carte da giocare.
Ultima considerazione, ma non in ordine di importanza: abbiamo alcuni settori molto forti e altri meno, che perciò probabilmente nascondono alcune opportunità che dovremmo imparare a cogliere.

Questo è utile ricordarlo specie adesso, che il clima economico volgerà al brutto mano a mano che l’autunno della politica monetaria condurrà all’inverno dei consumi e degli investimenti.
La resilienza del nostro settore esportatore, unita alla solidità della nostra posizione estera offre ottimi argomenti contro la depressione. Certo non bisogna dimenticare i nostri punti di debolezza, che sono tanti. Ma ricordarli senza rassegnarsi a portarne il fardello, lavorando intanto su quello di buono che abbiamo, è già il primo passo per iniziare a superarli.
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La disinflazione richiederà più tempo del previsto

Ossessionati come siamo dal numeretto che quantifica la nostra crescita, non prestiamo la dovuta attenzione ad altre due variabili esibite in bella vista nell’ultimo World Economic Outlook del Fmi: l’andamento del commercio internazionale e l’inflazione.
Non solo questi due fattori esibiscono diversi elementi di correlazione – un commercio internazionale fiorente contribuisce a mitigare i prezzi – ma hanno molto a che vedere col famoso numeretto: se si commercia molto vuol dire che si produce molto, e quindi si investe e si consuma, eccetera eccetera.
La ricognizione svolta dal Fmi, da questo punto di vista , non è molto incoraggiante. Il commercio internazionale quest’anno è previsto cresca solo del 2 per cento, confrontandosi questo dato con il 5,2 per cento del 2022, con la previsione che torni al 3,7 nel 2024, “ben al di sotto della media del 4,9 per cento del periodo 2000-19”.
La tanto vituperata globalizzazione, almeno quanto ai suoi esiti, non la rivedremo tanto presto. Un po’ perché si sta assistendo a una ricomposizione della domanda verso i servizi domestici, un po’ perché l’apprezzamento del dollaro ha tolto potere d’acquisto a parecchie economie, che in dollaro fatturano, un po’ perché, dulcis in fundo, sono aumentate le barriere al commercio. Volevamo più autarchia? L’avremo. Poi però non bisognerà lamentarsi che i prezzi si dimostrino così caldi.
Il problema, e qui veniamo al secondo dato, è che l’inflazione core, ossia quella al netto di energia e beni alimentari freschi, sta rallentando molto lentamente, e si prevede ancora sopra i target delle banche centrali per i prossimi due anni. A essere ottimisti, visto che nel 2024 si vede ancora al 4,7 a livello globale, rilevandosi “più persistente di quanto programmato, specie nelle economie avanzate”. In queste economie le previsioni dell’inflazione core sono state addirittura riviste al rialzo, rispetto al WEO di aprile scorso, di 0,3 punti per il 2023 e 0,4 nel 2024. Su base annuale, “circa metà delle economie è previsto non vedano declino nell’inflazione core”.
Vi risparmio il resto perché il messaggio è chiaro. I prezzi non solo cresceranno assai più rapidamente del previsto, ma questo movimento durerà bel aldilà dell’orizzonte di previsione. Che fare allora?
Come cittadini non possiamo fare granché. L’erosione del potere d’acquisto, in un contesto di salari che quando crescono crescono al di sotto dell’inflazione, farà il suo lavoro. Piano piano inizieremo a contrarre i consumi e a rimandare gli investimenti. Niente cene fuori, niente macchina nuova, vacanze col contagocce. Almeno quelli che hanno pochi risparmi o non vogliono spenderli. E siccome i consumi delle famiglie sono una importante componente del famoso numeretto che ci ossessiona, è facile prevedere che i cali congiunturali, ma anche tendenziali, del Pil saranno più frequenti del solito.
Quindi non solo dovremo stringere la cinghia, ma anche sorbirci i peana degli economisti depressi. A questo c’è rimedio, per fortuna. Basta tapparsi le orecchie. Ma per il resto no. Servirà pazienza. E soprattutto tempo. A proposito, ricordatevi quello che diceva il vecchio Benjamin Franklin a proposito del tempo: è denaro. Ecco cominciate a spendere bene questo.
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Cartolina. Avere lo spread a mille

Chi ricorda i giorni quando gli italiani impararono cosa fosse lo spread, che a novembre del 2011 superò i 570 punti base, avrà modo di apprezzare lo stato di salute di 18 paesi non meglio identificati dal Fmi, dove lo spread va a mille. Non nel senso che va bene. Ma che ha superato i mille punti base. Poco sotto, a circa 880 punti di spread, ci sta un altro ampio e ugualmente non meglio identifico gruppo di paesi distribuiti fra le zone più disgraziate del nostro pianeta, dove si vive con poco, nel senso che si mangia poco. Questi paesi, come imparammo anche noi nel giorni della tempesta, fanno sempre più fatica a piazzare le proprie obbligazioni pubbliche, visto che uno spread elevato implica merito di credito basso e quindi rischi elevati, che tengono lontani gli investitori professionali. Attirano solo quelli famelici. Quelli pericolosi. La nostra crisi dello spread, lo ricorderete, condusse a una crisi di governo. Non sappiamo se in questi paesi avverrà qualcosa di simile. Ma immaginiamo che avere lo spread a mille sia una prova più che sufficiente che dimostra una cosa molto semplice: un governo non ce l’hanno da tempo.
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Cartolina. Il credito difficile

Eravamo abituati al credito facile, divenuto persino un modo dire. L’evoluzione più recente della liquidità internazionale, monitorata dalla Bis, ci conferma invece che adesso siamo entrati a a pieno titolo nella stagione del credito difficile. I dati del primo quarto del 2023, infatti, malgrado fattori stagionali abbiano fatto superare per la prima volta uno stock di 37 trilioni di dollari di crediti transfrontalieri, confermano la tendenza al rallentamento del credito già osservata nei trimestri precedenti. Particolarmente, quella del credito in dollari diretto ai paesi emergenti, che al momento sembrano subire più di tutti gli effetti della stretta monetaria della Fed. Vivere nell’età del credito difficile significa che dobbiamo prestare più attenzione a quello che facciamo. Siamo entrati nella stagione del credito difficile, ma siamo usciti da quella della disattenzione. E’ anche una buona notizia.
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Il nuovo dilemma delle banche centrali

Ieri abbiamo osservato come l’inflazione degli anni 70, descritta in un bel paper di Bankitalia, abbia trovato di che alimentarsi nelle fragilità istituzionali che ancora regolavano il rapporto fra governo e banca centrale. Il concetto di indipendenza dell’istituto di emissione, che nel nostro paese condusse al tanto famoso divorzio fra Tesoro e Bankitalia dei primi anni ’80, non apparteneva ancora alla cassetta degli attrezzi del central banking e serviranno ancora diversi anni prima che questa tendenza divenga una dottrina e quindi una pratica.
Oggi nessuno si sogna più di mettere in discussione questo principio, pure se ogni tanto si sentono gli strepiti dei governi ai quali una banca centrale comprensiva fa sicuramente comodo. Ma abbiamo capito che è un boomerang. La volatilità del credito pubblico, proprio come l’inflazione, trova di che alimentarsi in una banca centrale che dà l’impressione di non tenere a bada il portafoglio.
La fiducia, in un contesto di moneta fiat, è il solo collaterale di cui non possiamo fare a meno. E il lavoro di una banca centrale riesce meglio se tutti credono – dal credere deriva il credito – che la banca centrale segue la sua agenda che non necessariamente coincide con quella del governo.
Fin qui, tutto chiaro. Sono cose che abbiamo ripetuto più volte e raccontato ampiamente anche nella Storia della ricchezza pubblicata da Diarkos.
Se oggi ne parliamo è perché il grafico che abbiamo messo in apertura di post ci racconta un’altra storia: ossia che abbiamo un problema. Notate che fino al 2014 le banche centrali tenevano una percentuale di debito del governo inferiore al 5 per cento del flottante. Adesso sfioriamo il 25 per cento, con esempi monstre, tipo il Giappone, che ha superato il 50 e la nostra Bce che supera il 40 per cento.
Perché lo hanno fatto? La pandemia ha solo fatto traboccare il vaso, portando il livello dal 15 al 25 per cento in un biennio. Ma la tendenza esplode visibilmente a partire dalla seconda metà degli anni Dieci, quando la pandemia non c’era. C’era la deflazione, in compenso. I prezzi, per dirla meglio, crescevano poco e sotto i target di banca centrale. Vi ricordo che i target di banca centrale sono un’altra invenzione “derivata” dalla lotta all’inflazione degli anni ’70.
Negli anni fra il 2015 e il 2022 fare il banchiere centrale era un lavoro facilissimo. Avrei potuto farlo persino io: bastava immettere denaro nel circuito finanziario. L’espediente scelto non fu l’acquisto sul mercato primario, ormai tabù da quando si è affermato il principio dell’indipendenza, ma usare le riserve della banche commerciali, che compongono il passivo del bilancio della banca centrale, per aumentare la liquidità acquistando titoli di stato che, in quanto attività, compensavano il passivo delle riserve bancarie nel bilancio della banca centrale. La regola di non finanziare la spesa del governo non fu violata. Ma le conseguenze furono le stesse. I governi trovarono volenterosi compratori delle loro obbligazioni.
I governi erano lieti di questa generosità, accompagnata da tassi portati a zero, o meno, e sembrava che nulla potesse fermare questa deriva. La nouvelle vague monetaria vagheggiava di un new normal, dove i tassi sarebbero rimasti stabilmente a zero. Sembrava di essere tornati a tempi dimenticati.
Quando l’improvvisa accelerazione dell’inflazione ha fatto suonare la campanella, il risveglio è stato doloroso. I banchieri centrali si sono ricordati che devono essere indipendenti, o che questo da loro si aspetta il mercato, che intanto non era più abituato ad assorbire debito pubblico come prima. E così via col rialzo dei tassi e soprattutto con lo sgonfiamento dei bilanci.
Come andrà a finire questa storia è tutto da vedere. Ma non è peregrino domandarsi come ne uscirà la credibilità delle banche centrali, ossia l’unica garanzia che abbiamo di avere una moneta stabile. Negli anni ’70, fra le altre cose, si era appena entrati nella zona grigia seguita al crollo del sistema di Bretton Woods. La moneta aveva definitivamente perduto la sua ancora aurea, che per quanto sbiadita alimentava ancora certe consuetudini. L’inflazione si alimentò anche di quell’incertezza.
Resta da capire se quella di oggi si stia alimentando grazie a un’altra forma di incertezza, che si arguisce dal difficile dilemma di fronte al quale si trovano oggi le banche centrali. Non c’è da preoccuparsi. Ma bisogna occuparsene. Bisognerebbe almeno.
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Alcuni insegnamenti dall’inflazione degli anni ’70

Poiché coltivo la convinzione che la storia, malgrado tutto, rimanga un’ottima maestra di vita, ho trovato molto utile leggere un recente studio pubblicato da Bankitalia che confronta l’inflazione esplosa all’epoca degli shock petroliferi con quella dei nostri giorni.
Non è la prima volta che gli studiosi si esercitano su questo tema, e non certo per caso. L’episodio inflazionistico di quegli anni fu tremendo, come d’altronde erano quegli anni, e duraturo e richiese una robusta rivoluzione istituzionale, oltre a tassi di interesse a doppia cifra, per essere superato, coinvolgendo tutti i grandi paesi del mondo. Rimane perciò l’unico precedente col quale possiamo confrontare l’episodio attuale, che è maturato però in un contesto assolutamente diverso.
In comune, i due episodi, hanno probabilmente l’innesco: lo shock dei prezzi energetici, all’epoca assai più brutale, e per giunta verificatosi in due diverse occasioni.

Ma per il resto, le condizioni, innanzitutto istituzionali, erano molto diverse. Si viveva, intanto, in un contesto di strisciante conflittualità che aveva il suo epicentro nei rapporti fra mondo del lavoro e mondo datoriale. La mediazione della politica fu trovata nel meccanismo dell’indicizzazione dei salari, che si rivelò poi essere un notevole acceleratore dell’incendio inflazionistico, che intervenne peraltro in un contesto di teoria monetaria che non contemplava ancora il concetto di indipendenza della banca centrale. A ciò si aggiunsero politiche fiscali espansive – e questa potrebbe essere un’altra somiglianza con l’attualità – che finirono con l’alimentare lo squilibrio dei prezzi.
Uscirne, lo abbiamo detto richiese tempo e parecchi sacrifici, che possiamo intuire osservando come la politica dei tassi di interesse, dalla quale più tardi emerse quella dell’indipendenza degli istituti centrali, si sia evoluta lungo quel terribile decennio.

All’epoca, ma in un certo senso anche oggi, fu la Fed ad aprire le danze, portando i tassi nominali a un livello mai osservato in quel periodo. I tassi reali, ovviamente, erano molto diversi.

AL tempo stesso si verificarono profondi cambiamenti nella struttura istituzionale dei paesi coinvolti, che possiamo osservare dal grafico sotto.

In sostanza: le banche centrali hanno conquistato una certa indipendenza e la gran parte dei paesi ha rinunciato all’indicizzazione dei salari. Due vantaggi di cui ancora oggi godiamo i frutti che si rivelano ottimi strumenti di contrasto al carovita.
E’ interessante osservare che le politiche di quel tempo non produssero ovunque gli stessi effetti. Ogni economia reagisce a suo modo ai traumi, e se confrontiamo la performance italiana con quella statunitense, ci accorgiamo che da noi le cose sono andate molto peggio.


La crescita italiana, come si può osservare, ha assunto quell’andamento declinante che per molto tempo ancora ha caratterizzato la nostra economia, contribuendo così a determinare quell’autentica patologia che ancora ci contraddistingue: un debito pubblico che fatichiamo costantemente a tenere sotto controllo, con tutte le conseguenze del caso.
La storia è maestra di vita, perciò. Ma non è un destino. Imparare dal passato dovrebbe suggerirci la cosa più importante, ossia che non si ripete. Perciò capire bene cosa sia accaduto non è soltanto un modo intelligente per evitare di commettere errori, ma anche il più efficace per progettare il futuro. Che non è scritto, come la storia, ma che dobbiamo scrivere noi. Vale anche per il futuro di questa inflazione.
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Il debito del governo è un credito volatile

Poiché viviamo tempi interessanti, e quindi rischiosi, nei quali l’ombra dell’incertezza si mostra particolarmente lunga, vale la pena ricordare su quali fondamenta si regge l’equilibrio dei nostri mercati e il ruolo rilevante che in questo equilibrio svolge il debito del governo, che potremmo anche definire come credito pubblico.
E’ uno sviluppo storico relativamente recente. Chi ha letto la mia Storia della ricchezza, edita da Diarkos ha trovato dentro una rapida illustrazione dello straordinario sviluppo del debito pubblico inglese, che così tante inquietudini generò a contemporanei e osservatori. Ne scrisse persino Kant.
Da allora ad oggi questo sviluppo si è esteso a tutti i paesi del mondo e questo per una semplice ragione che la Bis di Basilea ci ricorda nella sua ultima relazione annuale: la carta del governo è praticamente divenuta una “quasi-moneta”. Nel senso che si trova alla base – letteralmente – della finanza internazionale, come osservammo in un post di diversi anni fa dedicato all’analisi delle conseguenze di un ipotetico default dei titoli di stato statunitensi.
Lo scenario è rimasto sempre quello. I titoli di stato, per la quantità di credito che incorporano, ossia la fiducia dei cittadini-pagatori di tasse, incentivata dalla certezza del potere impositivo del governo, “gioca un ruolo chiave nel sistema finanziario”. Non solo quello statunitense, quindi.
Il debito pubblico “è tipicamente l’asset in valuta corrente con il più alto merito di credito” che viene utilizzato in un numero infinito di transazione anche come collaterale. Ad esempio nei repo, nelle operazioni di politica monetaria per settare il livello dei tassi di interesse, nel trading di derivati. Ecco perché compete con il denaro liquido, perché gli haircut sui collaterali governativi sono zero o quasi.
Questo mondo meraviglioso, nella quale la promessa di pagamento del governo diventa quasi denaro, è però assai meno idilliaco di quello che si potrebbe credere. Sennò non si spiegherebbero certi eventi rimasti storici, come il crash del mercato dei bond del 1994, innescato da alcuni debitori che avevano caricato troppo le proprie posizioni e di fronte a una stretta monetaria corsero a vendere i propri collaterali che erano, appunto, titoli di stato.
Più di recente i titoli di stato inglesi, quando il governo decise allegramente di fare una politica fiscale espansiva senza averne i mezzi, furono venduti di gran carriera, mettendo in difficoltà parecchio serie il sistema finanziario britannico. Al punto che cambiò il governo.
Ciò per dire che il debito pubblico è uno straordinario asset, che consente e ha consentito notevoli progressi all’economia, per il tramite del sistema finanziario. Ma bisogna ricordare che il credito pubblico che lo sostiene è assai volatile. Infatti, proprio come è accaduto nel Regno Unito di recente, quando questo credito viene meno tocca alla banca centrale intervenire, ossia l’ultimo bastione di un governo prima della crisi definitiva. E questo spiega perché sia così importante tutelare la credibilità della banca centrale. Chi sogna di poterne fare a meno, semplicemente, non sa come va il mondo nel XXI secolo.
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Cartolina. La deflazione del mattone

I redditi piangono, e neanche il mattone si sente troppo bene, in questa tormentata stagione inflazionistica. Le compravendite vacillano, depresse dal carodenaro, accompagnandosi col ribasso dei corsi immobiliari, mentre il carovita fa il resto con i prezzi reali, che alla fine del 2022 erano sprofondati sotto il livello del 2015, dove ancora si trovano, anche se in lieve ripresa, perché nel frattempo l’inflazione ha mitigato i suoi effetti. La deflazione del mattone, insieme a quella dei redditi reali e quindi anche della ricchezza finanziaria completa il quadro fosco della nostra economia, dove chi è proprietario vede erodersi il suo patrimonio, mentre chi va in affitto vede aumentare sempre più il costo della locazione. Quando sentite dire che l’inflazione non è poi questo gran problema, rileggete questo post.
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Cartolina. Casi turchi

La banca centrale turca sembra intenzionata a farla finita con la bizzarra idea di combattere l’inflazione abbassando i tassi di interesse che aveva animato la politica monetaria del paese, su gentile suggerimento del presidente, mentre l’inflazione veleggiava intorno al 90 per cento. Adesso, dopo la difficile tornata elettorale, sembra si faccia strada un’altra Turchia, anche se il presidente è sempre lo stesso. A giugno la Banca ha portato i tassi dall’8.5 al 15 per cento, e adesso al 17,5. In pratica ha più che raddoppiato i tassi in due mesi. Ma non basterà di certo. Nella sua analisi che preannuncia il rialzo, la Banca sottolinea che la componente di fondo è ancora parecchio influenzata dall’epoca del credito facile, e perciò è prevedibile un aumento dei tassi al 20 per cento molto presto, ossia dov’erano alla fine degli anni 10 di questo secolo. E poi chissà. Poco dopo il 2000 i tassi arrivarono al 60 per cento, e vi rimasero per un paio d’anni. Sono i casi della vita. Casi turchi.
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