Il mondo dovrà farsi carico dei problemi fiscali Usa

Il degradarsi del dibattito pubblico internazionale, con gli Usa sempre più impegnati ad alzare i toni, rivela molte tensioni che si sono cumulate nel tempo che hanno molte radici. Una di queste, ingombrante e mai troppo sottolineata, è la situazione fiscale statunitense che, con noncuranza davvero imperiale, si sta avviando verso una spirale indirizzata al superamento di diversi record storici: quello del debito totale, quello del deficit, quello della spesa totali per interessi.

Davvero è possibile che la principale economia del pianeta, che per inciso emette sostanzialmente la moneta internazionale, possa sopportare una pressione fiscale crescente senza che il resto del mondo ne risenta? Personalmente non credo. E anche le ultime uscite dell’amministrazione Trump, dai tagli annunciati da Musk all’imposizione di dazi, portano come sottotitolo il desiderio neanche troppo celato di far pagare innanzitutto agli alleati il costo di una crescente tensione fiscale. Una volta gli imperatori imponevano tributi ai territori conquistati per alimentare il tesoro dell’imperatore. Oggi non sembra poi così diverso.

Staremo a vedere. Nel frattempo è utile farsi un’idea della situazione. L’outlook più aggiornato sui conti pubblici statunitensi lo ha pubblicato di recente l’istituto Brookings, ed è una lettura consigliata a tutti coloro, e sono tanti, che pensano che il debito pubblico non sia un problema. Qui prenderemo in esame solo alcuni elementi che servono a tratteggiare una tendenza di lungo periodo che, a legislazione vigente, vede il debito pubblico Usa al 118% del pil già nel 2035, record storico, grazie al costante alimento di un deficit alto e persistente alimentato da uno sbilancio primario costante, intorno al 2% del pil, cui si somma una spesa per interessi che si prevede arriverà al 4,1%, sempre nel 2025, dal 3,1% di oggi. Un altro record storico, che si somma a quello del deficit.

E poiché discorriamo di deficit, è interessante vedere come si produce questo buco crescente di bilancio, visto che ad ogni spesa corrisponde un certo tipo di impiego che racconta per vie traverse come si sta evolvendo una società.

Due cose vale la pena notare nel grafico sopra. La prima: il peso crescente di interessi sul debito e sanità, che crescono insieme al costo della social security fino agli anni Trenta e poi continuano a crescere mentre la sociale security si schiaccia al 6% del pil. Poi il peso decrescente di tutte le altre spese, a cominciare da quella militare che plana dolcemente verso il 2% del pil. L’America dei prossimi decenni si preannuncia molto diversa da quella attuale, stando almeno alla contabilità.

Ma, come abbiamo detto, queste stime sono fatte a legislazione vigente. L’attuale amministrazione ha già annunciato svariati tipi di azioni che vanno da tagli di spese ad aumenti delle tasse, quindi sul tutto grava una notevole incertezza. Rimane il fatto che serviranno ampie correzioni per riportare la traiettoria fiscale Usa su andamento più sostenibili. E se questa correzione non arriverà aumenterà il rischio di shock, che inevitabilmente sarebbero propagati al resto del mondo.

Chiunque abbia masticato anche solo un po’ di storia economica ricorda che già una volta gli Usa, nel 1971, si liberarono con un annuncio in tv di un obbligo – la convertibilità del dollaro in oro – che mise in grave difficoltà i numerosi creditori e il mondo intero, generando una profonda ondata di caos monetario. Ciò per dire che il gigante Usa fa sempre ciò che gli fa più comodo, quando si muove nella cristalleria dell’economia internazionale. Se rompe non paga. E i cocci comunque sono suoi.

I paesi emergenti affossano i prezzi del mattone

Fra le grandi differenze che racconta l’evoluzione dei prezzi del mattone nelle diverse giurisdizioni internazionali, emerge una tendenza che nel terzo quarto del 2024, periodo a cui si rivolge l’ultima rilevazione della Bis, diventa vieppiù visibile, concretandosi in un contagio depressivo del prezzo reale globale, arretrato dell’1,6% su base annua.

Un dato che risente proprio di questa tendenza che, allungando lo sguardo si intravede almeno dal 2020: una profonda divergenza fra i prezzi nei paesi avanzati, che da quell’anno iniziano a galoppare, e quelli nei paesi emergenti, che iniziato a deprimersi.

La novità di questo trimestre è che per la prima volta la crescita, seppure modesta, dei prezzi nelle economie avanzate (+0,5%), non riesce a compensare il calo dei prezzi nelle emergenti (-3,1%), dove pesa moltissimo l’andamento del mattone cinese (-9% e, per quanto assai meno rilevante e livello relativo comunque meritevole di osservazione, di quello turco (-14%), che si svaluta man mano che l’inflazione arretra, e non a caso.

Questa divergenza fra le grandi aree economiche del mondo, ne cela altre all’interno delle stesse regioni. Il 60% dei paesi monitorati dalla Bis, sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti, hanno visto prezzi in crescita, con una mediana dell’1,5% in aumento, Ciò significa che a fare la differenza sono poche regione che “pesano” molto sulle tendenze internazionali.

Se poi guardiamo alle tendenze di lungo periodo all’interno dei singoli paesi, si capisce che per alcuni paesi ci sono state ampie correzioni al rialzo – ad esempio in Russia – mentre per altri, come la Cina, stanno inserite in un ciclo ribassista che al momento sembra difficile invertire. Per altri paesi ancora, come la Turchia, dove i prezzi sono ancora n crescita del 113% rispetto al periodo pandemico, ci sono ampi spazi di correzione, ma stavolta al ribasso.

Sulla base di queste evidenze è molto difficile tratteggiare scenari sulle possibile evoluzioni dei prezzi, visto che nella loro determinazioni concorrono oltre alle politiche nazionali, le spinte esogene, che in questo periodo sono particolarmente ricche di incertezze. In momenti del genere è saggio preoccuparsi di avere un tetto sulla testa, prima di pensare a quanto possa valere.

Il paradosso del progresso: vivere di più, ma anche più malati

L’ultimo rapporto Ocse sulle condizioni dei sistemi sanitari della regione, costruito tramite una survey degli utilizzatori dei servizi sanitari ci ricorda una circostanza che parrà ovvia a molti, ma che non viene mai adeguatamente sottolineata, quando si magnifica l’aumento della longevità delle nostre società. Ossia il fatto che a tale aumento si accompagni una diffusa condizione di morbilità, che spesso diventa anche polimorbilità. Viviamo di più, ma non stiamo bene, per dirla in parole povere.

Si dirà che è ovvio. E’ normale che al crescere dell’età aumentino gli acciacchi. E il prezzo della malattia è quello che dobbiamo naturalmente pagare per vivere più a lungo. La qualcosa è sicuramente sensata. E tuttavia non si può far a meno di interrogarsi sullo stile di vita che le nostre società impongono ad ognuno di noi, quando si legge che gran parte di questa morbilità è collegata a problemi di alta pressione del sangue o cardiocircolatori, e che l’impatto della depressione è maggiore di quella del cancro. Specie quando si osservi che l’82% delle persone ultra45enni, quindi non solo anziani ma anche adulti, vivono almeno una malattia cronica e il 52% con due o più.

Se guardiamo i dati dal un punto di vista socioeconomico, si rileva che le persone con minore istruzione e possibilità economiche soffrono di un duplice svantaggio: non solo tendono ad ammalarsi prima, ma si ammalano anche di più, con esiti spesso peggiori rispetto a chi dispone di maggiori risorse. Segno evidente che la salute è un affare complesso, dove sicuramente conta la capacità di poter disporre di buoni medici, ma anche quella di avere buona capacità di lettura della realtà, cosa che di solito una buona istruzione favorisce.

La figura sopra, riferita a diversi paesi, mostra che c’è una differenza che va dal 5 al 10% nella classifica della salute mentale fra chi ha un reddito più elevato rispetto a chi lo ha più basso, che rimane anche in caso di polimorbilità.

A proposito di polimorbilità, Ocse nota che alcune malattie sono statisticamente maggiormente associate. Ad esempio ipertensione e artrite, che si combinano per il 27% della popolazione. Oppure ipertensione problemi cardiovascolari, che riguardano il 20%, o diabete e ipertensione, il 18. Notate che si tratta di disturbi che spesso sono strettamente collegati all’alimentazione o alla mancanza di attività fisica.

Questi pochi elementi, che approfondiremo nei giorni a seguire con nuovi post, ci raccontano molto della qualità nostro vivere, della quale evidentemente non ci curiamo abbastanza. Ci dicono che l’economia influisce molto sul nostro stato di salute, ma che non meno importante è la conoscenza che si ha delle cose, che oggi si può acquisire anche senza essere ricchi.

Ci dicono soprattutto che malgrado il notevole aumento della nostra ricchezza, siamo ancora molto lontani da un autentico benessere, che dovrebbe farci invecchiare conservando una buona salute. Per adesso invecchiamo e basta.

Cartolina. I soldi fanno (più) soldi

La saggezza popolare ricorda molto opportunamente che i soldi fanno soldi, ma sbaglia quando aggiunge che la miseria genera miseria. Non bisogna fargliene una colpa: quando furono coniati i proverbi non c’erano ancora i diritti acquisiti e tantomeno i governi redistribuivano con la tassazione una buona parte della ricchezza. Rimane il fatto che i ricchi diventano più ricchi dei più poveri, quando la ricchezza aumenta, ma se guardiamo i dati Ocse, che vanno presi con le pinze del buon senso statistico, osserviamo che i redditi del 10 per cento più ricco, in circa venticinque anni, sono cresciuti del 50 per cento, quelli del 10 per cento più povero di quasi il 40 e quello medio e mediano, dove si annidano le differenze, intorno al poco più del 40 per cento. Insomma, i redditi sono cresciuti per tutti e non con differenze così estreme. I soldi fanno soldi, come nel passato. E chi ne ha di più ne fa di più. Ma la miseria non fa più solo miseria.

Cartolina. E loro pagano

Ora che i cosiddetti grandi si guardano in cagnesco, a volte ammiccando, a volte minacciando, ma in ogni caso ampiamente avviati ognuno per la sua strada, cose ne sarà di loro? Degli altri, vale a dire, quelli che fino ad oggi hanno potuto contare sulla solidarietà internazionale per riuscire a raggiungere un minimo di benessere. Costoro, di cui le nostre cronache non parlano, perché devono parlare del sopracciglio di Trump, dell’occhio azzurro di Putin, della pettinatura di Xi e degli imbarazzi europei, vedono sempre più crescere i loro fabbisogni, per avere una chance di raggiungere gli obiettivi che un ambizioso programma internazionale fissava al 2030, cioè dopodomani. Ma come faremo a trovare le risorse, se dobbiamo rifarci l’esercito, pagare i dazi americani, affrontare una transizione energetica e chi più ne ha più ne metta? Facilissimo: pagheranno loro.

L’inflazione statunitense barcolla ma non molla

Un giorno forse si dirà che troppo presto si sono alzati i calici per brindare alla fine dell’emergenza inflazione. Negli Stati Uniti, intanto, e chissà se anche in Europa. La solerzia con la quale le banche centrali hanno iniziato a dare segnali di normalizzazione delle politiche monetarie, dopo il rapido innalzarsi dei tassi, rischiamo di pagarla oggi, e chissà quanto domani, visto che l’inflazione, per dirla con una vecchia battuta, barcolla ma non molla.

Ce lo ricorda la Fed di S. Louis, in un interessante post pubblicato qualche giorno fa, dove sottolinea che cinque anni dopo la pandemia i prezzi rimangono ancora di un buon 10% più in alto rispetto al trend di lungo periodo precedente al 2020. In sostanza i consumatori spendono il 10% in più di quello che spendevano prima della pandemia.

E le osservazioni più recenti alimentano il timore che il ribasso dell’inflazione, che è stato repentino dopo l’innalzamento dei tassi, possa aver toccato il suo plateau. Detto diversamente: i prezzi non hanno ancora recuperato la loro tendenza di lungo periodo. Quindi crescono più di quanto sia desiderabile. Da qui la domanda: stiamo andando nella direzione giusta?

Per provare a rispondere, gli economisti della Banca hanno osservato l’andamento annuale dell’indice dei prezzi, incrociandolo con l’andamento dei tassi federali. Il risultato si può osservare nel grafico sotto.

Dal grafico si nota che il ribasso dell’inflazione è stato molto pronunciato fino a quando i tassi federali sono cresciuti. in corrispondenza del ribasso dei tassi, si osserva invece una lieve ripresa della crescita dei prezzi, anche di quelli core, quindi al netto dell’energia.

Gli economisti della Fed hanno anche notato che l’inflazione non impatta allo stesso modo su tutte le categorie di beni. ” C’è ancora una quota significativa di categorie di prodotti che sperimentano alti tassi di inflazione e non abbastanza categorie che sperimentano tassi di inflazione bassi o negativi. Circa tre quarti delle spese per consumi nel 2024 sono state su categorie di prodotti che hanno sperimentato tassi di inflazione più elevati rispetto al periodo pre-pandemia. Pertanto, il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione del 2% non comporterà semplicemente la normalizzazione di alcune categorie di prodotti, ma piuttosto un calo più generalizzato dei tassi di inflazione su tutta la linea”.

Quest’ultima osservazione è particolarmente istruttiva. Delle varie categorie dei beni prese in considerazione, solo l’energia ha manifestato un tasso di inflazione, nel 2024, inferiore rispetto a quello del 2016-19, utilizzato come riferimento. Al contrario, cibo, servizi di prima necessità e alloggi “hanno tutti registrato tassi di inflazione molto più elevati”.

Il risultato è stato che l’inflazione 2024 si è fermata al 2,6%, un punto in più rispetto al periodo pre pandemia e comunque sopra l’obiettivo Fed. Ma si tratta di un dato che nasconde molte differenze fra i beni del paniere.

Gli americani saranno sicuramente contenti che la benzina costi meno. Ma a meno di non vivere in macchina e alimentarsi di carburanti, si tratta di un felicità di corto respiro. Specie quando si annunciano dazi a spron battuto, che finiranno con l’essere pagati dai consumatori Usa, in un contesto, per giunta, dove le prospettive fiscali, come nota la stessa Fed, sono tutt’altro che rassicuranti, in un’ottica di contenimento dei prezzi. Magari il nuovo presidente farà uno dei suoi ordini esecutivi per dire all’inflazione di non aumentare più.

La Bce paga con quasi 8 miliardi di perdite la lotta all’inflazione

Un altro anno orribile per i conti della Bce e ovviamente non è certo una sorpresa. Tutte le banche centrali stanno letteralmente pagando il prezzo della generosità degli anni passati, quando si riempivano di obbligazioni governative a tassi praticamente azzerati, che oggi producono rendimenti assai scarsi sul lato degli asset, mentre con l’arrivo dell’inflazione e il conseguente rialzo dei tassi, pagano molto care le proprie passività, a cominciare da quelle rappresentate dalle riserve bancarie. E così il profondo rosso non solo era prevedibile, ma anche ampiamente atteso.

D’altronde le banche centrali non sono banche normali. Intanto perché non possono fallire. Perché se fallisce una banca centrale vuol dire, implicitamente, che è fallita la moneta di un paese. E infatti la Bce non ha nessuna difficoltà a assorbire i 7,9 miliardi di perdite dell’esercizio 2024, che si aggiungono ai 7,886 miliardi di perdite del 2023, parzialmente assorbiti dall’esaurimento del fondo rischi finanziari, per un controvalore di 6,62 miliardi, semplicemente rimandando la copertura di queste perdite all’incasso degli utili futuri. Circostanza non certo permessa al altre entità economiche.

La Bce, peraltro, ha annunciato che potrebbe subire anche altre perdite nei prossimi anni, che comunque saranno inferiori, e questo non impedirà alla banca di esercitare le sue funzioni di stabilizzazione della moneta.

Tale sicurezza deriva da diversi fattori, che sono squisitamente politici, oltre che economici. Una banca centrale funziona finché ha la fiducia dei suoi dante causa, che nel caso della Bce sono le banche centrali nazionali che la sostengono, e che peraltro hanno il suo stesso problema, visto che anche i bilanci delle banche centrali nazionali patiscono anch’essi perdite in ragione del cambio di rotta della politica monetarie, essendosi anch’esse riempite di titoli di stato a lungo termine e a bassi tassi.

Complessivamente lo stato patrimoniale dell’Eurosistema, che raccoglie appunto la Bce e le banche centrali nazionali, a fine 2024 ammontava a 6.428 miliardi di euro, in calo rispetto ai 6.887 del 023, in ragione del fatto che i vari programmi di acquisti di titoli sono finiti e sono iniziate le vendite. Parliamo di un alleggerimento del portafogli titoli di 410 miliardi. In compenso è aumentato il valore dell’oro nel patrimonio, passato da 649 miliardi a 872.

Anche questa tendenza proseguirà in futuro. E da qui nasce la previsione di una riduzione delle perdite, che molto dovranno anche a un calo dei tassi, se mai proseguirà. E sempre che una nuova crisi non richieda nuove politiche straordinarie. Il clima là fuori, in effetti, sta diventando minaccioso.

Cartolina. Mala tempora

Un decennio di disastri naturali, stima la Bis di Basilea, hanno generato a livello globale danni per oltre due trilioni di dollari solo in piccola parte coperti da assicurazioni. Quindi i danni solo rimasti in pancia a chi li ha subiti e chissà in quale quota i governi hanno voluto o potuto contribuire a ristoro. Peraltro gli studiosi temono che il peggiorare del clima, frutto della crescita delle temperature, peggiorerà questa situazione, quindi c’è da aspettarsi che la conta dei danni sarà ancora più esosa e il gap assicurativo destinato a crescere, con l’aggravante che i disastri naturali impattano anche sulla crescita e sull’inflazione, anche se non è ancora chiarissimo come, pure se il buon senso suggerisce che non siano modi salutari. Convivere col maltempo significa molte cose e può provocare molte cose. Anche che ci si abitui.

Cartolina. Smart(phone)-drug

Ocse ci informa che il consumo di droga nel mondo rimane stabile, salve che per gli oppiodi, il cui (ab)uso è aumentato del 20 per cento in media nei paesi Ocse dal 2010, con punte del 70 per cento negli Usa, in Turchia, Canada e Lituania, chissà perché. Sono cifre che suscitano un comprensibile allarme, ma assai meno sonoro di quello che proviene da un’altra dipendenza che, casualmente nello stesso periodo di tempo, ha devastato la popolazione dei paesi della regione, e in particolare i più giovani. Parliamo della dipendenza da smartphone. Il numero di chi ne soffre è più che triplicato fra il 2010 e il 2021, quindi in pratica a un tasso che è dieci volte quello della dipendenza da oppio. Però nessuno minaccerà mai dazi sui telefonini come qualcuno ha fatto di recente per il commercio di Fentanyl. Forse perché quella dei telefonini è una dipendenza smart.

Lavorare meno, lavorare da casa (dei genitori)

Ocse ci fa sapere che dal 1988 al 2023 il tempo annuale medio di lavoro nei paesi della regione è diminuito di 146 ore, che su 50 settimane lavorative significa circa tre ore in meno a settimana.

Non c’è di che stupirsi. La tendenza a veder diminuire il tempo di lavoro a vantaggio del tempo libero dura ormai da più di un secolo e probabilmente proseguirà ancora. La cosa interessante da osservare è un’altra: ossia che tale andamento è assai più pronunciato per i più giovani, la classe 20-29 anni, rispetto ai lavoratori più attempati. Per questi ultimi, infatti, le ore annuali sono poco meno di 1.800, mentre per i più giovani sono poco più di 1.650. Circa 150 in meno, quindi, che significa altre tre ore in meno a settimana rispetto alla media.

Si dirà che tale distribuzione delle ore di lavoro, l’ennesima diseguaglianza che scoviamo nelle nostre società, sia conseguenza della precarietà che affligge il lavoro giovanile, che tende ad essere meno assiduo. E probabilmente questo contribuirà in qualche modo. Ocse tuttavia sottolinea che “i giovani danno sempre più priorità all’equilibrio vita-lavoro e alla flessibilità, il che significa che un modello di lavoro meno stabile potrebbe non scoraggiarli”.

L’Istituto ha rilevato, per esempio, esaminando 44 paesi, che “la maggior parte dei giovani in ruoli remoti o ibridi “preferirebbe cambiare lavoro se gli venisse chiesto di lavorare in sede a tempo pieno”. “Circa la metà della Generazione Z (nata tra il 1995 e il 2005) preferirebbe essere disoccupata piuttosto che bloccata in un lavoro che non piace e oltre i tre quarti di coloro che hanno meno di 40 anni cercano un lavoro più flessibile oppure orari di lavoro ridotti”.

In sostanza emerge una tendenza dei più giovani a voler lavorare meno e a certe condizioni, pure al prezzo di scelte di vita una volta assai poco comuni, a esempio non avere un’automobile o comprare abiti di seconda mano. Decisioni coerenti anche con la crescente sensibilità ambientale.

Questa tendenza, non certo a caso, si accompagna a un’altra, che emerge sempre più dalle nostre cronache: i giovani rimangono sempre più a lungo a casa dei genitori. Noi italiani siamo secondi in questa classifica dove primeggiano sorprendentemente (?) i coreani.

Si dirà a questo punto che le scelte, più o meno forzate dei giovani a lavorare a certe condizioni hanno come inevitabile conseguenza, visto che per lavorare da casa serve comunque una casa e che le case costano sempre più care, che si prolunga la permanenza dai genitori e magari non si mette su famiglia. Ma in fondo che volete che sia? Si può felicemente invecchiare nel nido genitoriale, coltivando abitudini ambientalmente sostenibili, tanto più in società che ormai hanno allungato l’adolescenza fino a 40 anni.

Senonché, si diffonde sempre più l’opinione che i i giovani di oggi cresceranno in condizioni socio-economiche peggiori dei loro genitori. E sempre Ocse ci avvisa che la mobilità intergenerazionale della ricchezza è in costante declino in diversi paesi dell’area. E così questi giovani, a cui piace lavorare da casa possibilmente con un buon equilibrio vita/lavoro, si scoprono improvvisamente ansiosi. Molti dei soggetti intervistati pensano che diventerà difficile per loro avere una famiglia o una casa loro. Il che è molto comprensibile.

L’Ocse non ci dice, però, se poi le vogliono davvero, queste cose. Forse dovrebbe chiederglielo.