Il dilemma europeo fra stabilità finanziaria e crescita

L’ultimo rapporto della Bce sulla stabilità finanziaria conferma quello che sapevamo già, semmai rafforzandolo con nuove informazioni: l’Europa sta bordeggiando un crinale che si affaccia su numerosi rischi. Per alcuni si può far poco, visto che li importiamo dal contesto internazionale. Per altri si potrebbero immaginare delle politiche di prevenzione e mitigazione, ma ciò presupporrebbe una capacità di intervento “sistemica” all’interno dell’Ue della quale però non si vedono tracce.
Il che rende difficile affrontare il dilemma che si presenta davanti ai nostri occhi: quello che un’area, quella dell’eurozona in particolare, che sta nuovamente rivelando le sue difficoltà a crescere, dopo l’effimera accelerazione del dopo Covid, che però conserva ancora una buona stabilità finanziaria che i prossimi passi della Bce, quel taglio di tassi che tutti auspicano e prevedono, sembrano destinati a rafforzare.
Ma a quale prezzo? Il grafico che apre questo post racconta illustra meglio di mille parole le caratteristiche dell’economia europea. Nell’ultimo anno il grosso della crescita è arrivato dall’export netto, componente tradizionale del pil europeo, ma estremamente problematica in un contesto di commercio internazionale sempre più complicato e di fronte a una prospettiva di dazi in arrivo dagli Usa che rischiano di replicare il copione già visto nella prima presidenza Trump. Notate che l’export netto ha contribuito negativamente alla crescita fra il 2016 e il 2019, gli anni in cui Trump era alla Casa bianca.
Un altro elemento che desta qualche preoccupazione è il livello dei consumi privati, vero tallone d’Achille dell’area. Nell’ultimo anno, il contributo al pil di questa componente è stato persino inferiore a quello osservato fra il 2016-19, di per sé non certo eccezionale. Nell’ultimo anno la spesa del governo ha persino contribuito di più di quella dei privati ala crescita. E questo, in un contesto fiscale sempre più sfidante, dovrebbe preoccupare chiunque. Il crollo di scorte e investimenti, nell’ultimo anno, ha fatto il resto, affossando la crescita europea. Le aziende hanno svuotato i magazzini e tagliato gli investimenti. Il che ci dice molto circa le loro aspettative.
A fronte di questo quadro, che si confronta con uno scenario futuro a tinte fosche – non bastasse la prevedibile politica commerciale Usa, metteteci dentro anche la crisi dell’automotive – la Bce osserva che le famiglie europee hanno aumentato i propri tassi di risparmio.

Dopo il picco Covid, quando il risparmio era in qualche modo obbligato, i risparmi delle famiglie superano ancora il livello storico. La qualcosa fa benissimo alla stabilità finanziaria, visto che mette le famiglie nella condizione ideale per ripagare i propri debiti e per fornire liquidità al sistema, ma non aiuta certo la crescita. Tanto più osservando che le survey svolte dalla Bce indicano che i tassi di risparmio delle famiglie rimarranno elevati almeno per i prossimi 12 mesi.
Questo rischia di frenare ulteriormente la domanda privata. E “se le famiglie limitassero i propri consumi – scrive la Bce -, ciò potrebbe aggravare gli attuali rischi al ribasso per la crescita, con ripercussioni sulle imprese e sulla loro solidità e quindi anche sul mercato del lavoro”.
Bassa domanda privata, spesa del governo strangolata dallo spazio fiscale ridotto, commercio estero strozzato dai dazi. All’Europa rimangono notevoli flussi di risparmio, che peraltro tendono ad essere utilizzati all’estero. La stabilità finanziaria per un po’ reggerà. Ma se non arriva ossigeno dalla crescita il dilemma si risolverà da solo come il classico nodo gordiano: con un taglio secco. Che in economia si chiama recessione.






















