Il cambiamento climatico non cambia il nostro stile di vita

Ocse osserva con un certo scoramento che il tanto discorrere di cambiamento climatico genera ben pochi cambiamenti nel nostro stile di vita, che si compone di ciò che mangiamo, di come passiamo il nostro tempo, di come ci spostiamo. Sembra anzi che l’ansia ambientale trovi di che compensarsi guidando un Suv o mangiando una bella bistecca, che, per chi non lo sapesse, sono due delle ragioni che impattano sulla qualità del nostro ambiente.

Il grafico che apre questo post racconta del paradosso per il quale l’aumento del parco di auto elettriche – e stendiamo un velo sul modo in cui questa elettricità sia prodotta – viene sostanzialmente neutralizzato dall’aumento delle vendite di Suv, che però sono elettrici, così siamo tutti contenti. Ignorando il fatto che un Suv, aldilà di come si alimenti, è un’auto che ha un impatto ambientale certamente superiore rispetto a un’utilitaria.

Se poi guardiamo all’altra voce citata da Ocse, il consumo di carne, osserviamo che negli ultimi sessant’anni il consumo di carne è raddoppiato nei paesi più ricchi, ed è addirittura triplicato in quelli emergenti.

Anche qui, per chi non lo sapesse, le emissioni di gas degli allevamenti di mucche hanno un’impronta ambientale da fare invidia a un Suv elettrico. Ma poiché da sempre il consumo di carne è associato alla prosperità, non dobbiamo stupirci se l’aumento di ricchezza provochi uno stile di vita che, al lungo andare, diventa difficilmente sostenibile per l’equilibrio ambientale.

Ciò per dire che quando discutiamo di cambiamento climatico, stiamo parlando di abitudini che riguardano ognuno di noi e che sono profondamente consolidate. Andare in vacanza, per esempio. Chi di noi sarebbe disposto a rinunciare alla sue vacanze di fronte all’ovvietà che il trasporto, e in particolare quello aereo, ha un forte impatto ambientale. Oppure: chi rinuncerebbe al suo pacco spedito da chissà dove sapendo che il trasporto commerciale marittimo ha un’impronta ambientale imponente?

Questo è il punto. Quando parliamo di cambiamento climatico parliamo di nostri comportamenti quotidiani che sono pesantemente messi in discussione. Non ultimo quello dell’ossessione per la connessione sulla rete. Non dovremmo stupirci che non abbia così poco successo. Non tanto nei discorsi. Quanto nei fatti.

La globalizzazione che non passa di moda: quella finanziaria

Le ultime statistiche sulle liquidità internazionale diffuse dalla Bis di Basilea, relative al terzo trimestre dl 2024, confermano che il credito transfrontaliero, di origine bancaria e non bancaria, gode ancora di ottima salute. Le fibrillazioni che già in quei mesi agitavano il commercio internazionale, del quale – giova ricordarlo – spesso i flussi finanziari sono semplici controparti, sembrano per il momento non influire sugli scambi di denaro.

In particolare, una quota importante di questi scambi hanno visto come protagonista il settore finanziario non bancario, da tempo divenuto uno dei grandi player della globalizzazione finanziaria.

In sostanza, scrive la Bis, il settore non bancario è diventato il principale prenditore di prestiti del settore bancario, mentre i prestiti fra banche rimangono moderati.

I crediti transfrontalieri sono aumentati di 629 miliardi, nel terzo trimestre (+3,4% su base annua) e in larga parte sono andati ai prenditori, quindi per lo più soggetti finanziari non bancari, nelle economia avanzate. Parliamo di un tasso di crescita per queste regioni del 7,1%, il più elevato dal primo trimestre 2020, che si confronta con il +3,8% registrato dalle economie emergenti, nonostante la contrazione dei prestiti verso la Cina.

Un altro dato che conviene sempre tenere d’occhio è quello relativo alla denominazione dei crediti, e in particolare di quello in dollari, che ormai ha superato quota 13,2 trilioni. Si tratta di prestiti in valuta americana effettuati fuori dagli Usa. Quindi parliamo di debitori che incorporano un rischio cambio che può divenire significativo se il dollaro andrà incontro a futuri apprezzamenti. Assai più contenute i prestiti in Euro e Yen fuori da Europa e Giappone, pari rispettivamente a 4,4 trilioni di euro (4,9 trilioni di dollari) e 64,7 trilioni di yen (453 miliardi di dollari).

La globalizzazione finanziaria procede spedita, insomma, e parla sempre più inglese. Anzi, americano. Non è certo una novità. Semmai la novità sarà scoprire se riuscirà a resistere al terremoto Trump.

Diventa sempre più difficile riuscire a comprare una casa

I volenterosi economisti del Fmi, che si sono impegnati ad analizzare un nuovo set di dati, ci comunicano un’informazione che i più attenti avevano fiutato nell’aria già da tempo: comprare casa diventa sempre più difficile, un po’ perché i prezzi aumentano, un po’ perché i redditi non crescono abbastanza. E questa tendenza è alquanto diffusa, visto che gli studiosi hanno preso in esame una quarantina di paesi.

Secondo questa ricostruzione, il momento saliente è stato il dopo pandemia, che insieme all’inflazione, a sua volte causa delle pesanti restrizioni monetarie varate dalle banche centrali ha innescato “la peggiore crisi di accessibilità economica degli alloggi al mondo in più di un decennio”. Un altro ingrediente nella diffusa crisi da risentimento che sta scuotendo le fondamenta delle società ad economia più avanzata.

Dal grafico immediatamente sopra si possono osservare le componenti che hanno fatto sprofondare l’HAI (Housing affordability index). Notate la crescita risicata dei redditi (istogramma blu chiaro) che è praticamente la metà di quella dei prezzi delle case e all’incirca un quarto di quella del costo dei mutui, ossia gli interessi, che per tutta la seconda metà degli anni Ottanta, e poi per i Novanta e praticamente finno alla pandemia sono stati sostanzialmente gli attivatori del miglioramento dell’HAI.

Diciamolo diversamente. Le politiche monetarie rilassate – i tassi rasoterra – sono state lo strumento attraverso il quale si è compensato un aumento dei redditi sistematicamente di gran lunga inferiore all’aumento dei prezzi del mattone. Le persone non hanno comprato casa perché se le potevano permettere, ma perché il debito costava innaturalmente poco. Non è un problema da sottovalutare. Perché una cosi lunga consuetudine ha generato la crisi attuale, nel momento in cui i tassi sono risaliti. Notate la differenza nei pesi delle componenti dell’HAI fra il 1975 e il 1985, e poi la costante contrazione dei redditi rispetto al prezzo delle case. E tuttavia, se guardate il primo grafico che apre questo post, neanche in quegli anni l’indice era favorevole. Solo a partire dai tardi anni ’90 l’indicatore è migliorato, fino a collassare dopo la crisi subprime.

Sulle ragioni che hanno determinato la crescita dei prezzi, vale l’idea che ci sono poche case rispetto alla domanda, che ovviamente tende a concentrarsi laddove si concentrano le opportunità di lavoro. Ma se il lavoro paga poco, ecco che il circolo vizioso si avvita inevitabilmente.

Per la cronaca, il Fmi ci fa sapere che l’accessibilità a una casa è diminuita “negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia, Canada, Germania, Portogallo e Svizzera”. Come dato vale la pena sottolineare che negli Usa, l’accessibilità economica degli alloggi è crollata da circa 150 nel 2021 – 100 è il livello una quantità di reddito capiente abbastanza da avere un mutuo – a circa 80 nel 2024. Qualcosa di simile si è osservato anche in Austria, Canada, Ungheria, Polonia, Portogallo e Turchia, nonché nei paesi Baltici

In media, tuttavia, nei vari Paesi gli alloggi sono meno accessibili oggi rispetto alla bolla dei prezzi immobiliari che ha preceduto la crisi finanziaria globale del 2007-08. Forse perché non ci sono più i muti subprime? Ah saperlo.

Cartolina. Lo shock dell’energia

E’ sicuramente scioccante accorgersi che a livello globale il prezzo dell’energia sia all’incirca il doppio di dieci anni fa, dopo aver sfiorato il quadruplo nel 2022. Tanto più se si ricorda che l’indice elaborato da Ocse è riferito al mondo intero, e quindi ci sono state sicuramente aree – per esempio qui da noi – dove gli shock sono stati assai più profondi. A differenza del passato, quando gli shock erano solo petroliferi, nei tempi moderni gli shock sono diventati generalmente energetici, viso che le fonti sono aumentate, e quindi anche i rischi che ognuna di queste incorpora. Il gas, per esempio, che noi europei abbiamo scoperto quanto possa costare caro proprio di recente. Diversificare le fonti è una ottima strategia, per distribuire i rischi. Così almeno si ipotizzava. Salvo poi scoprire che i prezzi dell’energia tendono a muoversi insieme, qualunque sia la fonte. E’ stato davvero uno shock.

Cartolina. Il commercio resistente

Si commercia, nonostante tutto. Malgrado la pervicacia con la quale si cerca di impedire gli scambi; la pessima reputazione della globalizzazione; il gioco facile dei governi a incolpare le esportazioni altrui per le proprie importazioni; la voglia crescente di alzare barriere a cose e persone; il sogno premoderno di un’economia tutta fatta in casa. Malgrado tutto, si commercia. Le restrizioni fiorite nell’ultimo decennio somigliano a una diga che provi a imprigionare il mare. La Grande Muraglia dell’inimicizia apre ancora volentieri diverse brecce alla convenienza. Forse perché, piaccia o no, abbiamo capito una volta per tutte che il mondo è grande e pieno di opportunità. Oppure perché, più semplicemente, ci sono sempre più cose e servizi e nessuno può far tutto da solo. Sia come sia, il commercio resiste. E quindi anche noi.

Se il debito pubblico diventa un “rischio sovrano” per le banche

Un recente paper diffuso dall’Ue solleva un tema che appassionerà gli studiosi della disciplina fiscale, non nel senso di teoria delle tasse, ma in quello assai più prosaico della disciplina comportamentale che sarebbe utile quando maneggiamo il fisco che, come è noto, ha come controparte il debito pubblico. Almeno nei casi, assai diffusi, che i ricavi delle tasse non siano sufficienti a coprire le spese del governo.

Il protagonista del paper è quel circolo assai poco virtuoso, per non dire vizioso, che in molti stati dell’eurozona si è sviluppato, in conseguenza delle varie crisi di questo nuovo secolo, fra debito del governo e attivi bancari. Gli istituti di credito, per dirla diversamente, sono diventati grandi acquirenti di debito pubblico, con ciò concentrando molti più rischi nel loro bilancio, visto che come chiunque sa non è mai saggio sbilanciare troppo il proprio portafoglio di investimenti su un unico asset.

In sostanza, il debito sovrano del governo è diventato un rischio sovrano per le banche. E questa tendenza alla “nazionalizzazione” dei rischi si è aggravata a partire dalla seconda metà degli anni Dieci, quando le banche centrali nazionali sono diventati grandi acquirenti di debiti del governo.

Se a questi soggetti aggiungiamo anche i soggetti finanziari non bancari, fondi pensioni, di investimento o altri, emerge (grafico sopra) che nei primi quattro paesi dell’Eurozona quasi il 60% del debito pubblico totale, che vale circa l’80% del pil, è tutto in pancia al sistema finanziario nazionale. Noi italiani ci distinguiamo per il peso relativamente più elevato del sistema bancario.

Qual è il problema? Il paper suggerisce che poter contare sulla compiacenza dei sistemi finanziari nazionali per assorbire debito pubblico del paese ha il vantaggio di allargare lo spazio fiscale nei periodi di crisi, ma lo svantaggio di favorire la crescita del debito scoraggiando le tendenze al suo contenimento. Il rischio sovrano, insomma, stimola l’indisciplina fiscale.

Tenere tutto in casa può dare una maggiore sensazione di sicurezza, ma è ingannevole. Banche nazionali compiacenti si correlano con governi fiscalmente indisciplinati. E quanto giovino alla crescita condizioni del genere è sotto gli occhi di tutti. O almeno di quelli che vogliono vedere.

L’aumento dei conflitti dà il via alla grande migrazione

Gli anni Venti del nostro secolo, nota Ocse nel suo ultimo rapporto dedicato ai trend dell’istruzione, si contraddistinguono, fra le altre cose, per un marcato aumento dei flussi migratori, che all’indomani della pandemia sono cresciuti significativamente.

Se osservate la curva di sinistra, noterete che per buona parte degli anni Dieci la curva è rimasta sostanzialmente piatta. Solo sul finire del decennio ha iniziato a mostrare un andamento crescente. Si tratta in questo caso di migranti che cercano nuove opportunità di lavoro. Dal che si deduce che non doveva andare troppo male, prima del 2019, mentre dal Covid in poi la situazione in molti paesi ha iniziato a peggiorare.

Ancora più istruttiva è la curva di destra, che misura le domande di asilo politico. Qui, già a partire dagli anni Dieci, i flussi migratori hanno accelerato notevolmente per la prima metà, per poi rallentare. Ma sono schizzati alle stelle all’inizio degli anni Venti, quando le crisi politiche o militari sono deflagrate in molte regioni del mondo.

Per dare un’idea delle dimensioni di questi flussi, l’Ocse ci ricorda che il movimento di persone seguito al conflitto ucraino ha condotto al più grande movimento di persone osservato dalla seconda guerra mondiale. E poi ci sono altre zone di crisi, ovviamente: Afghanistan, Venezuela, Siria, Sudan.

Il risultato è stato che le richieste d asilo politico, nei primi tre anni degli anni Venti sono state il 39% più elevate di quelle degli anni Dieci. Un mondo più conflittuale, determinando meno benessere, genera inevitabilmente flussi migratori, sia per ragioni economiche che per ragioni politiche.

Questi flussi si indirizzano ovviamente verso paesi che si reputa possano offrire opportunità e sicurezza. In molti paesi europei e negli Usa si sono osservati dei record nei flussi di ingresso, nel 2022. Altri paesi, come il Giappone e la Corea del Sud, hanno anche aumentato i loro target di accoglienza di migranti per venire incontro alle carenze di forza lavoro che affliggono le loro società.

Questa è un’altra parte della storia. I paesi benestanti sono tutti, più o meno gravemente alle prese con una dolorosa transizione demografica che sta lentamente prosciugando la popolazione attiva, aumentando il tasso di dipendenza, ossia il rapporto fra ultra 65enni e la popolazione in età lavorativa.

Notate che il nostro paese sta proprio sotto il Giappone, in questa complicata classifica.

Nel migliore dei mondi possibili, la domanda di migrazione si dovrebbe incrociare con un’offerta di accoglienza realizzando punti di equilibrio capaci di contemperare le due esigenze. Invece si assiste a una crescente ostilità nei confronti della migrazione, che va di pari passo con l’aumento dei conflitti. In sostanza il contrario di quello che servirebbe.

D’altronde, com’è noto, il nostro non è il migliore dei mondi, ma solo uno dei possibili. E purtroppo di recente non siamo più tanto bravi a gestire le possibilità.

L’istruzione paga il prezzo dell’età della conflittualità

Un recente rapporto Ocse dedicato agli sviluppi dell’istruzione nell’area solleva molto opportunamente una domanda che dovremmo porci ogni qual volta discutiamo della necessità di aumentare la quantità di risorse dedicate alla difesa: chi dovrà farne le spese?

Non è una domanda banale. Se osserviamo l’andamento della spesa militare nei paesi Ocse, notiamo che il cosiddetto “dividendo della pace”, ossia la possibilità di dedicare ad altro le risorse prima indirizzate verso la difesa, è stato corposo, in termini finanziari.

Al picco del trend ribassista, nel 2013, la spesa media è stata dell’1,5% del pil, la metà di quanto non fosse nel 1988, quando ancora c’era il muro di Berlino. Più o meno quanto investe il nostro paese oggi. Ma si tratta di un trend ormai superato. La curva ormai si è riportata verso il 2% del pil, e i politici sembra facciano a gara a chi la spara più grossa. In breve: cresce la convinzione che andiamo incontro a una crescente conflittualità, che è la migliore ricetta perché succeda veramente.

Da qui la domanda: chi dovrà sostenere il conto di questo epocale trasferimento di risorse?

Questa domanda diventa pressante, specie in un momento in cui i governi si trovano con spazi fiscali ridotti al lumicino e voci di bilancio praticamente bloccate da decenni di diritti acquisiti. Pensate, ad esempio alla spesa previdenziale, che corre parallelamente a quella sanitaria, entrambe riflesso del crescente invecchiamento della popolazione.

Ed ecco allora il timore che il primo settore a soffrire i danni della “militarizzazione” della società sia proprio l’istruzione. In tempi di conflitti servono guerrieri più che latinisti. E inoltre, una società con sempre meno giovani può spostare senza troppi danni le risorse dai banchi della scuola ai cannoni.

Ma è davvero così? L’istruzione non è solo un vezzo per appassionati. Rappresenta una chiara scelta verso il pensiero analitico, che è la strada maestra per il confronto e quindi la risoluzione dei conflitti. Il fatto che da anni i conflitti crescano, al punto da giustificare nel nostro immaginario una corsa agli armamenti in stile Belle époque (e sappiamo com’è finita) dimostra semmai che non abbiamo investito abbastanza, sull’istruzione. O che abbiamo sbagliato qualcosa.

Il mondo litiga perché non si capisce. E non si capisce perché non ha studiato abbastanza. Se la vedessimo così in larga maggioranza, forse i conflitti diminuirebbero.

Cartolina. Ridenominazione

Sfogliando l’ultimo bollettino di Bankitalia si osserva con un certo stupore che il rendimento del nostro Btp, che oscilla fra il 3 e il 4 per cento, paga anche un “premio per il rischio di ridenominazione” che in anni recente ossia nel 2022, quando il rendimento fiorava il 5 per cento, è arrivato a 100 punti base. Non proprio bruscolini. Adesso siamo sotto i 50 punti, che sembra poco ma rimane comunque difficile da comprendere. Ci dice, in sostanza, che il mercato prezza il rischio che il nostro debito cambi valuta sottostante. E, di conseguenza, che il mercato crede a questo rischio. E l’andamento del premio misura in soldoni quanto ci creda veramente. Sembrava che il rischio di uscire dall’euro e roba simile la potessimo ormai iscrivere nell’albo della storia. Ma a quanto pare i cattivi pensieri mettono radici profonde che svolgono effetti duraturi. Anche se vengono ridenominati.

Cartolina. Facciamoci una Domanda

I dati, nudi e crudi, ci raccontano un’evidenza che tutti noi ci sforziamo di ignorare: un paese grande come l’Italia non può vivere solo delle proprie esportazioni. Con l’export magari ci si regge in piedi, e per fortuna che c’è: si mette fieno in cascina. Ma questo non basta a far camminare un’economia. Dal 2007 a oggi l’indice dell’export è cresciuto del 20 per cento, ma quello del pil è rimasto piatto, con un andamento che somiglia moltissimo a quello dei consumi delle famiglie, che infatti sono piatti come il pil. L’export non basta quindi. Ci aiuta a stare in piedi, ma non ci fa muovere. Rimane da capire perché un grande paese come il nostro, che pure esprime una notevole ricchezza privata, abbia una domanda di consumi da parte delle famiglie così miserevole. Forse è davvero il caso di farsela, questa Domanda.