Che storia racconta l’andamento del pil nei principali paesi europei

L’ultimo rapporto annuale Istat contiene una interessante analisi sull’andamento del pil fra il 2022 e il 2023 nei principali paesi europei, fra i quali ovviamente anche il nostro. Ciò che rende utile la lettura è la circostanza che vengono indicati i diversi contributi che hanno generato la crescita oppure, a seconda dei casi, l’hanno frenata.

Come è noto, il pil si compone sostanzialmente di domanda interna, compresa la spesa delle pubbliche amministrazioni, domanda estera netta, investimenti e scorte. Il grafico che apre questo post ci consente di vedere la notevole diversità degli andamenti in Italia, Francia, Spagna e Germania.

La prima cosa che è interessante osservare è che (grafico a sinistra) l’Italia fra il 2020 e il 2021 ha rapidamente accelerato la crescita del prodotto, portandosi già a metà del 2021 al livello pre Covid. La Francia ha avuto un andamento simile. La Spagna, che pure ha avuto una notevole crescita, ci ha messo un anno in più. La Germania qualcosa di meno. Ancora adesso l’Italia ha il livello di pil più elevato – circa cinque punti in più rispetto all’indice 100 del 2019 – con la Spagna praticamente allo stesso punto. La Francia sta un paio di punti sotto, mentre la Germania è ancora schiacciata al livello del 2019.

Se guardiamo adesso alle componenti del pil (grafico a destra), osserviamo che la domanda delle famiglie italiane l’anno scorso ha contribuito notevolmente (0,7 punti) alla crescita del prodotto, ma si osserva anche un brusco calo rispetto al 2022, quando la stessa componente sfiorava i 3 punti. Un andamento che somiglia a un fuoco di paglia, e che certo non sorprende, in un paese dove i redditi non crescono da anni. Vale la pena sottolineare con Istat che il livello dei consumi delle famiglie italiane malgrado questa fiammata è ancora sotto il livello precovid.

Un altro pezzetto di crescita è arrivata dalla domanda della pubblica amministrazione, all’incirca la stessa quota dell’export netto, mentre la parte del leone l’hanno fatta gli investimenti fissi lordi, anch’essi comune in calo rispetto al 2022. Un notevole contributo negativo lo hanno offerto le scorte. Dal che si può ipotizzare che le imprese, che avevano riempito i magazzini per difendersi dall’inflazione e dalle strozzature di domanda, li abbiano adesso svuotati. In teoria si apre uno spazio per la ricostituzione delle scorte, ma molto dipenderà dalle aspettative: una previsione di domanda debole non incoraggia a investire sulle forniture.

Questa composizione della crescita non lascia molto spazio a prospettive rosee. Pure ammettendo che l’export netto riprenda quota – notate che è stato il meno pronunciato nel confronto europeo – è facile prevedere che la domanda interna diminuirà ancora e con essa gli investimenti, anche in conseguenza delle restrizioni monetarie. A parte la teorica possibilità di un miglioramento delle scorte, non ci sono molte prospettive di progresso fino a quando la domanda delle famiglie rimane condizionata dalla disponibilità di reddito. Un paese di quasi 60 milioni di abitanti che punta solo sull’export per far crescere l’economia si condanna inevitabilmente a una crescita lenta.

Non è certo un caso, infatti, che la Spagna, sia il paese che ha avuto una crescita più veloce: nel biennio osservato, la domanda delle famiglie spagnola è stata la più robusta fra le economie considerate e nel 2023 quella della PA ha contribuito significativamente. In Germania, dove la domanda delle famiglie è stata addirittura negativa, il pil è sceso poco sotto lo zero.

In conclusione, l’economia di molti paesi europei sta soffrendo la lentezza della domanda interna, cose che non succede negli Stati Uniti, che infatti crescono più velocemente. Finché non si inizia a parlare di questo e a ragionare su possibili rimedi non andremo molto lontano.

Cartolina. Debito centrale

Quella che negli anni dei tassi rasoterra si era rivelata una cornucopia per i governi – i guadagni delle banche centrali – adesso che i tassi sono tornati nella realtà è diventata una straordinaria produttrice di debito, che ai governi interessa poco, almeno finché rimane nel bilancio delle banche centrali, ma che però esiste. L’anno scorso le grandi banche centrali hanno pagato una cifra di interessi che si aggira intorno all’1 per cento del loro pil nazionale, e questo ha generato generose perdite nei loro bilanci dei quali il governo non si cura perché, come si dice, una banca centrale non può fallire. Le banche centrali sanno solitamente badare a se stesse, per nostra e loro fortuna. Rimane il fatto che queste crisi ripetute hanno reso evidente: la centralità del debito nel bilancio pubblico. E ormai non più solo in quello del governo.

Cartolina. Ricercare i ricercatori

Poiché ognuno è figlio della sua storia, non dovremmo stupirci che nel paese in cui si magnifica l’invenzione del Rinascimento, che ormai risale a mezzo millennio fa, si sia smarrita del tutto la capacità di fare ricerca. Ci siamo talmente crogiolati nella nostra eccezionalità, da diventare banali. Un popolo di spettatori e di tifosi che sogna per lo più di andare in pensione. Perciò, perché sorprendersi se i ricercatori, ossia coloro che portano avanti le idee, pesano si e no il 6 per cento della nostra forza lavoro? L’italiano medio è molto più interessato a godersi la vita che a fare ricerca, e le autorità non fanno eccezione: sono molto più interessate a distribuire prebende che a interrogarsi – e quindi interrogare il proprio popolo – su ciò che è davvero necessario per far crescere la nostra società. Manca persino la consapevolezza dei benefici che si possono trarre dalla ricerca, che qualunque psicologo può spiegare. Va la faccio breve: chi impara a ricercare, e si appassiona, vive sicuramente meglio di chi passa le giornate davanti alla televisione. Sotto ogni punto di vista. Per questo dovremmo ricercare i ricercatori. Il pil seguirà, come l’intendenza.

Il ritmo della libertà: anche politica ed economia hanno bisogno di andare a tempo

Da pochi giorni è uscito il libro, con prefazione di Marta Dassù, che con Roberto Menotti, senior advisor di Aspen Institute Italia, nonché direttore Scientifico di Aspenia online e vice direttore di Aspenia abbiamo completato al termine di un lungo e piacevolissimo percorso comune di studio e ricerca su un tema di grande complessità: il tempo, in particolare come fattore di sviluppo in politica e nell’economia. Qui trovate il link al libro per maggiori informazioni.

Fare la cosa giusta implica farla non solo nel modo, ma anche nel momento giusto. E tuttavia questa evidenza non è così diffusa. Nelle nostre numerose teorie che descrivono la realtà, siano esse naturalistiche o sociologiche, il tempo è un ospite trascurato, quasi indesiderato. Una lunga tradizione culturale lo ha relegato ai margini della realtà: poco più che un parametro necessario lungo il cammino verso la perfetta reversibilità dell’azione. Come se fosse l’ascissa di un piano cartesiano che contiene nell’ordinata lo spazio delle nostre rappresentazioni.

Ciò ha prodotto descrizioni meravigliose della realtà, delle quali la realtà si burla continuamente. L’esercizio della previsione, che è una facoltà naturale dell’essere umano, sradicato dal suo contesto biologico ha generato cervelli automatici, nella forma di algoritmi predittivi, che si candidano a governare la realtà facendo leva sulla nostra altrettanto naturale ritrosia ad affrontare il disagio, a cominciare da quello che emerge dalla consapevolezza di dover decidere in ogni momento della nostra vita. 

E’ in questa ritrosia ad affrontare il disagio che il tempo scompare e sorge la società istantanea. Ossia il nostro mondo, che ha trasformato l’azione in reazione e ridotto lo spazio lungo il quale si articola il pensiero, avvicinando sempre più il tempo lungo l’origine del piano cartesiano. Ossia allo zero.

Senonché, azzerando il tempo, l’uomo perde anche lo spazio del pensiero e diventa incapace di aspettare, incapace di costruire, incapace di credere. In sostanza un perfetto meccanismo. Questo non è un destino, ma una possibilità con un certo grado di probabilità. Quindi nasconde insieme un rischio e alcune opportunità.

Il libro parla proprio di questo. Discute del tempo, proponendo una nuova cronosofia, e di come, recuperandone la realtà nei processi politici ed economici, si può riscoprire quel ritmo della libertà che solo può condurci verso un futuro deciso da ognuno di noi. Ne abbiamo bisogno tanto più oggi, che viviamo in società impaurite e schiacciate dalla religione del regresso, quando invece dovremmo tornare a credere nella possibilità del progresso che è alla portata di ognuno di noi e delle nostre società, se solo torniamo a muoverci seguendo il ritmo della libertà, che significa interpretare la vita con fiducia, pazienza e senso di responsabilità.

Andare a tempo, non è solo un talento dei musicisti. E’ una capacità umana che dobbiamo recuperare, se vogliamo tornare ad essere i protagonisti della nostra storia.

INDICE

Prefazione di Marta Dassù

Parte prima
La religione del regresso

Premessa: Il rischio dell’opportunità

Fisionomia di una religione
Il Dio nascosto
Un nuovo sacerdozio
L’illusione del regresso
Il Nuovo Millennio

Parte seconda
Tempo e umanità, umanità nel tempo

Premessa: La società istantanea

L’invenzione del tempo: mito, poesia, memoria
La scoperta del tempo: il ritrovamento del passato profondo
La genialità dell’evoluzione
I cicli della complessità
L’ombra del futuro nelle scelte strategiche
Curvature della storiografia e sindrome da cortissimo termine
L’abuso del fattore tempo e la paura ambientale
I futuri estremi
La curva del tempo: causa-effetto, idea e azione

Parte terza
La formula del progresso

Premessa: l’opportunità del rischio

Sýn aisthánomai: sinestesia
Immagina-azione
Trilogia di F.
Il talento di decidere

Il futuro immaginato: libertà e responsabilità
L’inevitabile proseguire: l’attrazione del progresso

Conclusione: Andare a tempo
Note
Bibliografia

Più offerta e meno domanda: così l’inflazione rallenta

Fra le molte circostanza che influenzano l’andamento dei prezzi, l’andamento dell’offerta e della domanda in qualche modo le sommano tutte, anche se ovviamente non le esauriscono. Nel senso che la quantità di beni e servizi richiesti e la loro disponibilità sui mercati impattano sui prezzi notevolmente, specie quando hanno andamenti molto diversi dai loro trend storici.

La qualcosa si è verificata durante la pandemia, quando alla crisi dell’offerta, determinata dal blocco delle produzioni, si è associato una forte domanda seguita all’allentamento delle restrizioni. Una domanda ben fornita di risorse, peraltro, visto che ai risparmi forzosi accumulati da molti durante le chiusure si sono associati gli stimoli fiscali e monetari concessi dai governi.

Questa tempesta perfetta ha iniziato visibilmente a schiarirsi l’anno scorso, quando la disinflazione è divenuta più robusta, sommandosi stavolta al ritiro degli stimoli l’aumentata produzione e una domanda mitigata dagli eccessi del 2022.

Il grafico sopra ci consente di apprezzare le differenze fra paesi molto diversi fra loro, che però hanno in comune una cosa: il contributo dell’offerta è stato per tutti negativo. Nel senso che ha diminuito la pressione sui prezzi. Notate che in molti dei paesi osservati – il caso americano è importante – anche la domanda ha contributo alla disinflazione. Nel senso che la gente ha chiesto meno beni e servizi, a fronte di una maggiore disponibilità di beni e servizi.

I due movimenti si sono quindi sommati e hanno contribuito al forte rallentamento dei prezzi che si osservato in corso d’anno, e questa è sicuramente una buona notizia.

Quella meno buona è che la disinflazione non è stata uniforme. Nei paesi Ocse si osserva una persistente inflazione dei servizi, tanto per cominciare.

In secondo luogo, proprio l’entità di questa disinflazione l’anno scorso solleva interrogativi sulla sua solidità. Andiamo verso un mondo in cui ci saranno meno beni e servizi del 2023, visto che la crescita (ossia la produzione) ha rallentato, mentre la domanda su alcuni settori rimane molto tirata. Esiste la probabilità che i due effetti combinandosi esprimano una tendenza diversa da quella osservata, specie se i governi vorranno provare a raffreddare l’economia senza troppi traumi. Fra quello che è successo e quello che succederà c’è sempre un legame. E solo il tempo, purtroppo o per fortuna, ci può dire come si sciolga.

La corsa all’oro della Cina non porta in nessun luogo

Per farsi un’idea un po’ più precisa delle complicazioni economiche che rendono assai ardue certe semplificazioni politiche, è molto istruttivo osservare l’evoluzione delle riserve dei paesi che in qualche modo vogliono proporsi come co-protagonisti del Grande Gioco globale.

Le riserve sono solo una delle tante variabili che animano l’economia internazionale, e tuttavia sono un buon punto di osservazione perché mettono a nudo un problema che tutti i paesi hanno: la necessità, vale a dire, di tenere riserve per avere una base solida sulla quale ordine il loro concerto di scambi. Senza riserve, per parafrasare un vecchio detto, non si cantano messe.

Il Fmi di recente ha svolto una interessante osservazione, dalla quale è estratto il grafico sopra, mettendo a confronto il comportamento delle riserve in quelli che ormai vengono percepiti come due blocchi: quello che fa riferimento al dollaro, guidato quindi dagli Stati Uniti, e quello che invece ha scelto l’oro – il “barbarous relic” di keynesiana memoria – che sta conoscendo una seconda giovinezza mano a mano che peggiora il clima delle relazioni internazionali.

Il fatto che questo gruppo di paesi, con la Cina a guidare la carica, abbia più che triplicato le proprie riserve in oro è una notizia che ne nasconde un’altra: ossia il fatto che comunque non possano fare a meno di tenere una quota rilevante delle proprie riserve in dollari, come mostra chiaramente lo stesso caso cinese, dove la quota di dollari è molto diminuita rispetto al 2015, e in particolare dal 2019 in poi, ma rimane comunque molto ampia.

Se dalle riserve ci spostiamo alla valuta usata per gli scambi, osserviamo un’altra notizia che ne contiene ancora una altrettanto importante: cresce l’uso degli yuan nei paesi del blocco cinese, ma siamo ancora a un livello molto ridotto.

I dati raccolti dal Fmi mostrano che questo cambiamento – ossia aumento dell’uso dello yuan – è molto visibile nei paesi del blocco cinese, dove è passato dal 4 all’8 per cento, ma si osserva soprattutto nelle transazioni trans-frontaliere sei soggetti cinesi non bancari con controparti esteri. Qui l’uso dello yuan era praticamente zero 15 anni fa, mentre adesso ha raggiunto il 50 per cento, equiparando il dollaro, che prima era all’80. La Cina ha saputo evidentemente mettere a frutto il proprio sistema di pagamenti, il Cross-Border Interbank Payments System (CIPS), lanciato dalla banca centrale qualche tempo fa, che offre servizi di clearing e settlement nelle operazioni estere. Questo vuol dire che lo yuan sta lentamente diventando una valuta di riserva? Non proprio.

Quest’ultimo grafico ci consente di vedere le due cose insieme. Se ne conclude che la valuta cinese è ancora molto lontana dal rappresentare un asset di riserva, salvo per quei paesi che con la Cina fanno molti affari. Ma le proporzioni di questi affari nel gioco globale, e quindi il peso relativo delle yuan, sono quelle che vedete sopra.

Cosa dobbiamo dedurne? Sarebbe una vittoria di Pirro limitarsi ad osservare la supremazia del dollaro, che nasconde molti problemi, ai quali ormai non sfuggono neanche gli Stati Uniti. Chi pensa che gli Usa non sceglieranno mai volontariamente di abbandonare la loro supremazia monetaria, dovrebbe chiedersi se forse gli Usa non sarebbero ben disposti a cedere qualcosa delle loro responsabilità internazionali, se dal contesto internazionale arrivasse, una volta tanto, un aiuto capace di alleviare le loro tensioni interne. Sarà un bel giorno quello in cui gli americani comprenderanno che noi abbiamo bisogno di loro esattamente come loro hanno bisogno di noi. E per noi intendo il resto del mondo.

Il modo più intelligente per esercitare l’egemonia è comprenderne i limiti e trasformarla in cooperazione. In tal modo il tramonto del dollaro, come valuta internazionale, potrebbe condurre a un nuovo sistema monetario capace di far capire anche ai cinesi, e al loro blocco, che la corsa all’oro non porta da nessuna parte. L’abbiamo già fatta cent’anni fa. E’ finita male.

Cartolina. Il migrante ignoto

Mai lo stridore fra la ragione politica e quella economica è evidente come quando si parla di immigrati. Il fatto che non esista discorso pubblico capace di sanare questo conflitto ci conferma come purtroppo i pregiudizi sono più forti di ogni ragionamento. Nessuno convincerà una persona che non vuole immigrazione che invece gli immigrati portano ricchezza, e non solo economica. Neanche quando questa persona soffrirà i disagi derivanti dalla mancanza di nuove energie in una società esausta, che non fa nascere più nessuno. Quindi pubblicare i dati che dimostrano il rilevante contributo che l’immigrazione ha dato ai nostri mercati del lavoro non serve praticamente a nient’altro che a tributare a questi misteriosi migranti quel riconoscimento che la nostra società , opulenta e depressa, non è in grado di dar loro. Ai migranti ignoti.

Cartolina. Comincia con la D

Quando leggo che alcuni volenterosi componenti dei BRICS vorrebbero costruire un circuito finanziario internazionale alternativo a quello attualmente funzionante, che evidentemente viene giudicato di parte e per giunta di parte non affidabile, mi viene in mente la storia dell’idraulico che decide di costruire un nuovo complesso sistema di tubature ma poi rimane senz’acqua. Mettiamo pure che i BRICS si facciano il loro SWIFT, come sogna la Russia da qualche anno, e che mettano insieme anche un sistema evoluto di pagamenti transfrontalieri totalmente staccato da quello corrente, come ha fatto la Cina col suo CIPS. Rimane la domanda: che tipo di moneta dovrebbe circolarci dentro? Forse la valuta cinese, attualmente non convertibile? O magari il rublo? E quanti rubli o yuan servirebbero per alimentare un flusso di scambi fra un gruppo di paesi che esprime quote crescenti del pil mondiale e che si candida ad essere se non antagonista quantomeno alternativo? E con quale moneta poi questi paesi pagherebbero gli scambi con i paesi che non appartengono al loro circolo? Tirate a indovinare. Comincia con la D.

L’inesorabile declino dei redditi netti da capitale in Italia

Vale la pena osservare, visto quanto poco se ne parla malgrado sia un piccolo fatto storico, che l’anno scorso per la prima volta dal 2015 l’Italia ha avuto un saldo netto negativo dei redditi primari della bilancia dei pagamenti.

Malgrado la definizione esoterica, si tratta di una variabile molto semplice da comprendere: in sostanza il saldo misura la somma algebrica degli scambi di denaro che derivano dalla remunerazione dei fattori produttivi, ossia capitale e lavoro, fra i soggetti che risiedono in Italia e quelli che vivono all’estero. Ne fanno parte, ad esempio, gli interessi obbligazionari che gli italiani incassano dai loro investimenti esteri e quelli che i debitori obbligazionari italiani pagano agli investitori esteri.

Nel 2023 questo saldo è arrivato in territorio negativo (linea nera grafico sopra) appesantito dalla diminuzione di 23 miliardi registrata sui redditi da capitale, che a differenza di quelli da lavoro rimasti stabili – sono peggiorati drammaticamente.

Nel suo ultimo Bollettino economico Bankitalia ha spiegato che tale peggioramento “si è concentrato nella componente degli “altri investimenti”, che includono soprattutto prestiti e depositi a breve o brevissimo termine con controparti non residenti”. In pratica stiamo parlando di debiti di soggetti italiani a breve termine verso prestatori esteri. La tipologia di questi debiti – il breve o brevissimo termine – ha fatto sì che reagissero immediatamente all’aumento del livello dei tassi di interesse.

L’Italia, come si può osservare nel grafico sopra a destra, è fra i paesi più pesantemente esposti a questo tipo di investimento. Dal saldo Target, infatti, si osserva che gli “altri investimenti” a debito dell’Italia pesavano, nella media del 2023, ben 772 miliardi, in gran parte motivato dal saldo Target, che era negativo per 598 miliardi, e viene remunerato al tasso di interesse ufficiale che la Bce fissa sulle operazioni di rifinanziamento.

Per farla breve, l’aumento dei tassi di interesse ha pesato ben 18,7 miliardi di esborsi per i residenti italiani verso l’estero, a cui si sono aggiunti altri 5,2 miliardi di euro versati dalle banche italiane esposte a breve e brevissimo termine verso investitori non residenti. Ed ecco che arriviamo ai 23 miliardi di deficit che ha fatto sprofondare il saldo.

Il rialzo dei tassi ha avuto effetti assai minori sulla posizione obbligazionaria italiana, che espone un saldo attivo per 559 miliardi ma che ovviamente reagisce assai meno agli aumenti dei tassi per la semplice ragione che le obbligazioni hanno scadenza più lunghe. Al tempo stesso sul lato delle passività, il calo dell’inflazione ha avuto un effetto positivo sulle cedole pagate agli investitori esteri, che ovviamente si sono ridotte, e che pesano circa un sesto del totale degli stock dei nostri debiti obbligazionari esteri.

In sostanza, ciò che è accaduto è che le esposizioni a breve termine, non compensate dal quelle a lungo, hanno duramente penalizzato i nostri redditi primari. Vista la struttura del nostro indebitamento, e la tendenza dei tassi di interesse a rimanere ancora elevati, è improbabile che nel medio termine i redditi primari da capitale tornino positivi. Il che non aiuta il nostro equilibrio estero. Meglio ricordarlo.

Nella globalizzazione che cambia, fra i due litiganti i terzi godono

Chi dubitasse della saggezza dei proverbi, dovrebbe leggere l’interessante discorso che Gita Gopinath, vice direttore del Fmi, ha presentato lo scorso 7 maggio allo Stanford Institute for Economic Policy Research, nell’ambito di una serie di incontri dedicati alla discussione sul futuro del sistema monetario internazionale. Piatto ricco, quindi. Nel quale è assolutamente consigliato ficcarsi – sempre a proposito di proverbi – perché se ne trae un ottimo nutrimento intellettuale, oltre ad aggiornare i dati e le tendenze recenti della globalizzazione.

Il titolo dell’intervento è infatti “Geopolitics and its Impact on Global Trade and the Dollar”, in pratica l’universo mondo, col vantaggio di essere contenuto in una dozzina di pagine con molte figure. L’ideale per un mondo sempre meno alfabeta.

Fra queste figure ho scelto quella che apre questo post perché conferma, appunto, un vecchio proverbio che vale da sempre e quindi anche oggi: fra i due litiganti il terzo gode. Nella sua versione aggiornata dovremmo parlare di terzi più che di terzo, ma il principio rimane lo stesso.

Fuor di metafora, il Fmi osserva che il peggioramento delle relazioni fra Cina e Usa ha finito con l’avvantaggiare alcuni paesi – e fra questi si segnala il Messico – verso i quali all’aumento della quota di importazioni dagli Stati Uniti ha corrisposto da un lato l’aumento di importazioni dalla Cina e l’aumento di investimenti esteri cinesi sul loro territorio.

Diciamolo meglio. Questi paesi “connettori”, come li chiama il Fmi, hanno venduto più merci negli Usa, ma ne hanno comprato di più dai cinesi, che hanno spostato anche investimenti diretti su di loro. Questa interessante tipologia di scambi può assumere diverse forme. Esempio: la Cina apre in Messico una fabbrica di semilavorati per automobili che alimenta con materie prime importate dalla Cina e che vengono esportati negli Usa. In sostanza questi paesi fanno il lavoro che prima facevano i cinesi per gli americani.

Questa interposizione ovviamente allunga la catena di fornitura e quindi tende ad aumentare i costi, e chissà quanto migliora la produttività. Sicuramente i paesi connettori ci guadagnano, e i politici che promuovono questi processi possono dire che adesso fanno near-shoring, ossia si approvvigionano da paesi “amici”.

Si tratta, insomma, di un espediente intelligente per alzare la voce senza farsi troppo male. Ma rimane da vedere se basterà a garantire quell’ordinato movimento di scambi che serve a mantenere in piedi il commercio internazionale. Che il tempo volga al brutto è noto a tutti, e basta vedere l’aggiornamento del numero di restrizioni che i vari paesi impongono agli scambi globali.

Non bisogna spaventarsi troppo: la globalizzazione trova sempre le strade dove rivolgersi, come dimostra il piccolo esempio dei terzi che godono fra i due litiganti. Anche perché queste osservazioni devono essere condotte sul lungo periodo, per capire quanto siano profonde. E al momento la storia tifa per la globalizzazione, non il contrario.

Questo non vuol dire che vada tutto bene. Ma che può andare molto peggio. E quanto pare stiamo facendo del nostro meglio per provarlo.