Etichettato: bollettino economico bce giugno 2015

Anno 2060: la rivincita dei Pigs (forse)


Confesso che non mi sarei mai interessato al lungo periodo, che l’anagrafe mi suggerisce fuori dal mio arco di esistenza, se la Bce non ne avesse trattato nel suo ultimo bollettino di giugno, dove analizza gli esiti dell’ultimo Ageing Report pubblicato dal gruppo europeo di lavoro che se ne occupa.

Per chi non lo conoscesse, l’Ageing Report si propone di analizzare l’andamento delle finanze pubbliche in relazione a quello della demografia, che sappiamo essere particolarmente avversa nell’eurozona. E ne trae alcuni ammaestramenti che potrebbero, o sarebbe meglio dire dovrebbero, essere di giovamento ai responsabili delle politiche economiche.

Chiaramente lo scopo del gioco non è tanto descrivere come sarà il mondo fra più di quarant’anni, che pure i sapienti burocrati di Bruxelles sanno essere esercizio spericolato. Bensì provare a svolgere delle previsioni sulla base di ciò che sappiamo adesso. E non sto parlando solo dei dati disponibili, ma anche e soprattutto delle tecniche econometriche che tali dati trasformano in congetture futuribili, una volta che gli esperti si siano accordati su altre previsioni ancora. Ossia le stime di crescite del Pil, degli andamenti demografici, dei mercati del lavoro, eccetera.

Non c’è bisogno di sottolineare quanto questo esercizio statistico abbia il fiato corto. Basta ricordare che viene revisionato ogni tre anni conducendo com’è prevedibile a risultati assai diversi. Quel che qui conta rilevare è che tali congetture, per quanto spericolate, diventano poi argomento di discussione nei tavoli dove si decidono le politiche. L’Ageing Report, da questo punto di vista, è il trionfo del possibile sulla realtà. Per dire: sulla base di queste previsioni vengono formulati gli obiettivi di medio termine (OMT) previsti dal patto di stabilità e crescita del 2005.

Detto ciò, mi ha incuriosito, leggendo il box della Bce, notare come l’ultimo Ageing Report, a differenza di quello del 2012, sia particolarmente benigno nei confronti dei Pigs. I paesi fragili dell’eurozona, cui l’Italia partecipa di tanto in tanto, sono quelli che le previsioni ipotizzano meglio attrezzati per affrontare le sfide del futuro, pur sotto la pletora di cavet che l’esercizio sussume.

Sicché mi consola pensare, pure se magari non ci sarò più, che nel 2060 la nostra spesa pensionistica sarà tollerabile, o che il nostro mercato del lavoro sarà parecchio migliorato. E in questa riscossa, tardiva ma meglio che niente, leggo il giusto contrappasso per l’ultimo quasi decennio che abbiamo patito e per quelli che ancora dovremo patire. Se nel lungo periodo si starà meglio, nel breve, mi par di capire dovremo ancora fare i conti con i soliti problemi.

Non solo noi, ovvio. E’ tutta l’Europa che “deve far fronte a una sfida demografica”, nota la Bce. “Il tasso di dipendenza degli anziani, ossia il rapporto fra le persone di età pari o superiore a 65 anni e quelle in età lavorativa, dovrebbe quasi raddoppiare nell’area dell’euro, passando da circa il 29 per cento attuale a
oltre il 50 per cento nel 2060”. Ciò in sostanza significa che sempre lavoratori dovranno farsi carico di sempre più anziani. Quindi “se non verranno intraprese le opportune riforme strutturali, l’invecchiamento demografico avrà implicazioni negative per la sostenibilità delle finanze pubbliche, in particolare sul lungo periodo”.

Ma poiché nel lungo periodo saremo tutti probabilmente morti, come ebbe a celiare un noto economista del passato, potremmo pure disinteressarcene, a ben vedere. Se non fosse che tale avverso andamento demografico avrà impatti sulla crescita del Pil potenziale e sulla sostenibilità fiscale, riguardando, in ultima analisi “anche la politica monetaria”. Il che spiega la ragione dell’interesse della Bce.

Ogni cosa, come si vede, può riportarsi alla politica monetaria. Tutte le strade, perciò, portano alla Bce.

E che ci dice la Bce?

Ci dice che “i costi totali dell’invecchiamento demografico nell’area dell’euro dovrebbero aumentare
nell’orizzonte di proiezione, nonostante la presenza di notevoli differenze tra paesi”, passando dal 26,8 al 28,3% del Pil.

Ma il grafico che la Bce illustra ci dice anche altro. Ossia che salvo il Portogallo, dove i costi del welfare sono previsti in aumento nel 2060 rispetto al 2013, negli altri paesi fragili il peso fiscale di pensioni, sussidi, scuola e sanità, diminuirà. Persino in Francia, che è tutto dire.

Al contrario i paesi oggi forti, inizieranno a soffrire sul serio. La Germania, per dire, che adesso sta sotto il 25% si avvicinerà pericolosamente al 30, come l’Olanda, mentre Austria, Belgio e Finlandia l’avranno superato.

Se fossi greco, poi, leggerei con sollievo che l’andamento del mercato del lavoro intravede lì il più corposo calo della disoccupazione dell’intera area, nel 2060, con la Spagna a un’incollatura, mentre noi italiani, per anni all’indice, potremmo pure vantarci di avere il miglior calo di spesa pensionistica dopo Lituania a Francia.

Senonché, nota la sempre prudente Bce, a differenza dell’Ageing Report del 2012, quello attuale conta su più ottimistiche ipotesi macroeconomiche e demografiche, piuttosto che su progetti di riforma, atteso che all’orizzonte se ne vedono pochini.

E questo, in fondo, è il problema. Un altro grafico, che scompone il peso delle riforme sulla variazione della spesa illustra che senza riforme pensionistiche, l’esito finale sarà molto diverso. con l’aggiunta che “vi sono anche rischi connessi all’inversione delle riforme pensionistiche adottate”, che la Bce guarda con particolare preoccupazione, atteso che le proiezioni non sono state fatte a politiche invariate, come nel precedente report, ma sulla base delle riforme annunciate.

Riforme a parte, il nuovo Ageing Report si affida a previsioni più favorevoli, di conseguenza “soggette
a significativi rischi negativi”. In particolare l’ipotesi che la “crescita della produttività totale dei fattori (PTF),
scesa sensibilmente durante la crisi, riprenda a salire a un tasso dell’1 per cento sul lungo periodo appare ottimistica per diversi paesi in assenza di sostanziali riforme che favoriscano la crescita”. Anche perché la storia ci dice che nel periodo 1999-2012 la PTF è cresciuta in media dello 0,7%, con tassi nettamente inferiori in diversi paesi, fra cui il nostro.

Insomma: il gruppo di lavoro ha intravisto un futuro appena più roseo di come potrebbe essere secondo la Bce. E il fatto che i Pigs ne escano bene porta con sé una preoccupante controindicazione: questi paesi potrebbero pensare che il peggio è passato.

E ciò spiega la conclusione della Bce: “Aarebbe fuorviante interpretare le nuove proiezioni sui costi dell’invecchiamento come un’indicazione che gli sforzi di riforma dei paesi siano meno urgenti”.

Memento mori.

L’India diventa ultima grande speranza dell’Occidente


La frana dei Brics, stremati dalla fragilità del loro successo, ha lasciato sul campo una pletora di illusioni perdute per l’Occidente che con troppa facilità, all’inizio del secolo, aveva contato sulla forza di queste economie.

Si pensava, e in qualche modo si pensa tuttora, che la fame di queste immense popolazioni avrebbe compensato la nostra sazietà, e che i loro sistemi produttivi, assai più economici dei nostri, avrebbero condotto al miracolo di costi di produzioni decrescenti a fronte di una domanda globale resa gagliarda dall’aumento dei loro redditi.

Tale utopia è stata nutrita, prima della crisi, da poderosi investimenti diretti esteri in queste località che, dopo la crisi, sono diventati investimenti di portafoglio e credito bancario, guidati da una cieca fame di rendimento, che ha finito con trasformare questi paesi in depositi di debiti.

Ora che i timori sulla fragilità di una ripresa che si mostra periclitante si sono risvegliati, quelli che furono i Bric sono divenuti da un’opportunità un problema. Salvo uno di questi, secondo quanto ci racconta la Bce nel suo ultimo bollettino economico.

Un riquadro, intitolato “La crescita del ruolo dell’economia indiana”, ci rappresenta come L’India abbia “gradualmente accresciuto il suo ruolo nell’economia globale durante il decennio trascorso”. Tanto è vero che il subcontinente, nel 2014, “si collocava già al terzo posto per dimensioni in termini di parità di potere di acquisto (PPA) a livello mondiale, dopo la Cina e gli Stati Uniti”. E questo, “in un contesto in cui molti osservatori si attendono il protrarsi di una espansione sostenuta, il contributo dell’economia indiana alla crescita mondiale – e quindi la sua importanza per le prospettive dell’area dell’euro – potrebbe aumentare ulteriormente”.

La favola di Bric, insomma, continua ad essere raccontata, fondandosi, tale narrazione, su alcuni dati che sembrano supportarla.

La prima evidenza, che in realtà è una supposizione, è che l’India supererà la Cina per il ritmo di crescita della sua economia già da quest’anno. La nuova Cina, forte di un contesto demografico favorevole e di condizioni macroeconomiche e di policy migliorate, si candida a raggiungere l’8% di crescita del Pil, lasciandosi alle spalle una ormai estenuata Cina (vedi grafico).

A ciò si aggiunga che l’India, già nel 2014, aveva raggiunto un peso considerevole sul Pil mondiale (guarda grafico), a fronte di un peso relativo sulla crescita mondiale secondo solo alla Cina (guarda grafico).

Per contro l’India rappresentava ancora nel 2013 un mercato di esportazione che pesava appena il 2% dell’export europeo a fronte di importazioni che valevano appena il 2,5% dell’import globale. Mentre sul lato degli investimenti diretti esteri, l’India ne attirava, ancora alla fine del 2013, appena l’1% dello stock globale. Considerate inoltre che per far girare la sua economia l’India consumava appena il 5% del totale del consumo energetico globale, a fronte di un 20% registrato dalla Cina.

Insomma, per quanto ancora infante, per il suo peso specifico e la sua capacità di produzione, l’India si candida a diventare la nuova Grande Speranza dell’Occidente, che evidentemente ha sempre bisogno di un mercato di sbocco affollato abbastanza da restituire la speranza ai suoi esportatori e ai suoi delocalizzatori.

Non a caso la Bce nota che già da quest’anno si prevede che la crescita del Pil indiano surclasserà quello cinese, ormai asfittico, per gli standard di quel paese, peraltro gravato da debiti che si candidano a diventare insostenibili.

Al contrario, l’India ha avviato un percorso di risanamento fiscale, con il deficit/pil al 4,1%, con l’inflazione “significativamente diminuita”, nota la Bce, che “dovrebbe rimanere inferiore al 6%” con la banca centrale indiana che ha ridotto i tassi due volte, portandoli al 7,5%, e il deficit del conto corrente, “aiutato” dal calo dei corsi petroliferi, che si è portato dal -4,8% del 2012 al -1,4% del 2014.

Né mancano le riforme, pietanza sempre gradita dagli osservatori internazionali, che hanno riguardato gli investimenti in infrastrutture pubbliche, e soprattutto le prospettive demografiche: “Nel 2030 – scrive la Bce – l’India supererà la Cina, diventando il paese più popoloso e con la più grande forza lavoro del mondo. Per allora la popolazione in età lavorativa dell’India sarà composta da oltre un miliardo di individui, una cifra superiore a quella riferita all’insieme di area dell’euro, Stati Uniti e Indonesia”.

Inoltre, sottolinea ancora, “a differenza della Cina, l’India ha una popolazione in età da lavoro (in percentuale del numero totale di abitanti) che si prevede continui ad aumentare. Di conseguenza, il contributo della manodopera alla crescita potenziale del paese dovrebbe salire gradualmente nel prossimo decennio”.

Guardo preoccupato a questo miliardo di persone in cerca di lavoro e mi domando cosa sarà di noi occidentali, di fronte a questa competizione evidentemente ineguale.

Se, come dice la Bce, “è probabile che l’India assuma una posizione di maggior rilievo nell’economia mondiale”, ciò vorrà dire che qualcun altro dovrà cedere il passo.

Le proiezioni del Fmi, a tal proposito indicano che “nel 2018 il contributo dell’economia indiana a quella globale dovrebbe essere addirittura maggiore rispetto all’insieme dei paesi del G7, pur collocandosi ancora al secondo posto dopo quello della Cina”.

E allora, se è così, non è difficile capire chi saranno gli sconfitti.