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Cartolina. Welfare o warfare, questo è il problema

La guerra costa cara, ma anche la pace a ben vedere. Il problema, quindi, non è tanto quanto si spenda per i cannoni, ma quanto non si spende per gli ospedali e il resto del welfare per pagarsi il warfare. Sono i famosi trade off per i quali è tristemente nota la scienza triste, che ricorda ad ogni pie’ sospinto come le risorse siano limitate, tranne che nei sogni dei demagoghi. L’Occidente, negli ultimi decenni, ha speso sempre meno per i cannoni, specie da quando la minaccia sovietica è scomparsa dai radar, e si è concesso diversi accomodamenti. Ma adesso questo trend sembra messo in discussione. Col paradosso che decenni di spesa pubblica per il welfare hanno prodotto un mondo che rivuole il warfare. Si potrebbe chiamarlo il pendolo della storia. Forse, più semplicemente, siamo incontentabili.
Cartolina. La resilienza del ritardo

A fine 2023 l’Italia, ricorda Bankitalia nella sua relazione, aveva incassato 102 miliardi di fondi europei, 60,9 in prestiti e 41 come sovvenzioni, all’interno della cornice del PNRR, il mitico piano che dovrebbe risollevarci dalle difficoltà ereditate dalla pandemia, e magari anche darci una mano a modernizzare un paese a dir poco anchilosato. Lasciando da parte il fatto che per una volta è stato quasi facile ottenere questi fondi, si osserva che una volta di più è risultato molto difficile riuscire a spenderli. La vera resilienza italiana sembra quella nei ritardi. Non a caso molte scadenze sono state concentrate nell’ultima parte del 2026. Un giorno magari ci verrà in mente che la stessa ragione che ci mette nella condizione di sperare che qualcuno ci finanzi ci crei la condizione di avere difficoltà a spenderli. Che esista una correlazione, se non una causazione, fra efficienza e salubrità fiscale. Ma per adesso è chiedere troppo. Diamo un calcio alla lattina e speriamo che arrivi a destinazione. In modo resiliente.
Cartolina. Cicloni finanziari

Qualcuno sorriderà leggendo che la Bis paventa il verificarsi di nuovi stress finanziari, visto che il ciclo che misura l’andamento degli indici immobiliari e creditizi sta nuovamente tornando ai livelli che in passato hanno segnalato il prepararsi di nuove crisi. Come se fino ad oggi avessimo scherzato e vissuto, senza accorgercene, nel paradiso dell’economia. Ma c’è poco da ridere. Siamo circondati da cicli che ritornano e quello finanziario, che è una roba da addetti ai lavori finché non deflagra è solo uno dei tanti che accompagnano i nostri tormenti. Perciò forse sarebbe saggio smetterla di tormentarsi. Invece di spaventarci dei saliscendi dovremmo imparare ad aspettarli con saggia prudenza, come quando da bambini aspettavamo l’onda del mare per lanciarci in pericolosi capitomboli. Accettare il rischio, che significa imparare a gestirlo, forse è un modo più intelligente di affrontarlo, anziché limitarsi a temerlo. Lo stesso vale per i cicli finanziari. Pure quando sono cicloni.
Cartolina. Fondi in pensione

Dopo vent’anni, si osserva nell’ultima relazione annuale Covip, i fondi pensione, siano essi aperti o negoziali, cominciano a premiare rispetto al vecchio Tfr, che colleziona un rendimento del 2,5 per cento, a fronte di un tasso di inflazione medio nel periodo dell’1,8, con i Fondi negoziali che arrivano al 3 per cento e quelli aperti al 2,8. Parliamo, quindi, di poche decine di punti base di differenza, che dovrebbero consolare i sottoscrittori della sostanziale devoluzione del tfr, la mitica liquidazione, ai Fondi. Se guardiamo periodi più corti, il Tfr ha un comportamento sostanzialmente analogo, se non migliore, dei Fondi. Ovviamente, pesa molto il periodo di riferimento. Nel senso che quando ci sono turbolenze i Fondi vengono puniti più del Tfr, che è a rendimento prevedibile. E forse questo è il punto. Essere prevedibili è il succo della previdenza, che non a caso a che fare con l’essere previdenti. I Fondi invece puntano sul rendimento. E quello, salvo che nelle brochure dei promotori finanziari, non può prevederlo nessuno.
Cartolina. I dollari scomparsi

Ci sono molti più dollari in giro di quello che sembra, ci dice la Bis nella sua ultima quarterly review, spiegando che la pratica di “nascondere” valuta americana fuori bilancio, sia da parte delle non banche fuori dagli Usa che da parte delle banche, sempre fuori dagli Usa, è una conseguenza tecnica della dominanza della denominazione in dollari del mercato dei derivati in valuta. Non serve qui entrare nel tecnico. Basta osservare che parliamo di una bazzecola da oltre 60 trilioni di dollari di debiti fuori bilancio sparsi in giro per il mondo. Con l’avvertenza che saranno pure “missing”, come scrive la Banca. Ma esistono e per giunta crescono col tempo. Al momento giusto ce ne accorgeremo.
Cartolina. Restrizioni

Wikipedia, alla voce “Restrizioni”: “Riduzione coercitiva di un diritto. (Senso figurato) contenersi, frenarsi oppure rinunciare a qualcosa. Esempio: l’ascesi etica perfetta richiede alcune restrizioni”. Enciclodia Treccani on line: “L’azione di restringere, il fatto di restringersi o di venire ristretto, e l’effetto stesso che ne consegue, quasi esclusivamente nei significati figurati: restrizione dei consumi, delle spese, del credito; come limitazione di una facoltà, di un diritto”. Dizionario etimologico on line: “Stringere e propriamente trarre addietro. L’atto di limitare una cosa a più stretti confini”. La cronaca: le restrizioni commerciali, nel mondo, sono in costante aumento.
Cartolina. La febbre dell’oro

Chi osserva i trend di lungo periodo, meraviglioso passatempo dei filosofi sociali, sarà stupito nello scoprire che la febbre dell’oro, dalla quale il mondo sembrava essere gradualmente guarito dalla fine degli anni Sessanta, è di nuovo fra noi. Da quando è cominciato il nuovo secolo la febbre è ripartita. In barba a Internet, alle valute digitali o elettroniche, la smaterializzazione di ogni cosa, il “barbaric relic” che già Keynes sfotteva cent’anni fa è tornato di gran moda. C’è sicuramente qualcosa di istruttivo in questo eterno ritorno dell’eguale, che però mi sfugge. Nel dubbio corro a comprare un doblone.
Cartolina. Il costo della rarità

Ancora nel 2030 la Cina sarà la prima raffinatrice al mondo di terre rare, ossia quel vasto assortimento di materie prime che servono praticamente a tutto ciò che di tecnologico ci circonda: dagli smartphone alle tv fino ai sistemi di difesa. Non è una novità, si sa da tempo che Pechino primeggia in questa ed altre industrie di frontiera della nostra modernità – il caso delle auto elettriche è forse quello più conosciuto – e che è riuscita ad ottenere una posizione di primo piano grazie a un sapiente lavoro di programmazione, investimenti e sussidi vari. Ora il fatto non è tanto che i cinesi abbiano avuto la vista lunga, ma che noi l’abbiamo avuta corta. Solo di recente l’Europa ha varato alcuni programmi per provare a minimizzare i rischi che derivano dal dipendere da un unico fornitore. Ci siamo passati col gas russo, ci ripasseremo con le terre rare cinesi. Ma, come abbiamo imparato dopo la guerra ucraina, serve tempo per trovare soluzioni alternative. E nel caso delle terre rare, servono anche alternative, che sono molto scarse. Quindi nel tempo che servirà all’Europa per trovare soluzioni capaci di minimizzare i rischi da fornitore unico, dovremo continuare a pagare il costo della rarità. Delle Terre cinesi. Ma anche dei nostri buoni principi.
Cartolina. Oro rosso

Qualunque cosa guideremo, guarderemo, useremo come supporto elettronico, avrà bisogno di rame, e questo il mercato lo sa bene. Non è un caso che il rame sia l’unico minerale fra i tanti che interessano la nostra transizione energetica, che l’anno scorso abbia visto prezzi in crescita, come ci fa notare l’IEA. Che si vada a benzina o a batteria, il rame comunque ci sarà, nella nostra automobile di domani. Perciò se avessimo un minimo di capacità di programmazione, nell’epoca in cui da più parti si sottolinea il revival delle politica industriale, dovremmo quantomeno informarci. Scopriremo che quasi la metà della produzione di rame grezzo arriva da tre paesi, e quasi metà della capacità di raffinazione arriva dalla Cina. Dopodiché possiamo pure mettere tutti i dazi che vogliamo per tentare di pareggiare lo svantaggio competitivo. Comunque sia il rame, grezzo e raffinato, dovremo acquistarlo dall’estero.
Cartolina. Diseguaglianze mortali

Fra le tante informazioni interessanti che trovo sfogliando l’ultimo rapporto annuale Istat, vi propongo quella sui dati di mortalità che trovate riepilogata sopra. Non perché la morte sia un fatto interessante, ma perché il modo in cui si muore racconta la vita di una società. L’ordinata del grafico misura il numero di decessi per 10 mila abitanti e poiché i dati si fermano al 2021, la componente Covid (istogramma viola) è ancora molto rilevante. Nel 2021 la mortalità era di 28,9 persone per ogni 10 mila residenti, e il dato che salta all’occhio è che 11,7 di queste 28,9 persone (abbiate pazienza per la statistica che decimalizza) muoiono di tumore. Se mettiamo le malattie cardiovascolari (5,2) e respiratorie (1,1), il totale fa 18. Quindi due terzi dei decessi dipendono da malattie non trasmissibili, che in qualche modo coinvolgono anche lo stile di vita. Nel grafico si osserva anche altro. La mortalità, ad esempio, è cresciuta molto più al centro e al Sud che al Nord. E a Sud risalta notevolmente il dato di Napoli, dove il dato delle morti di tumore è più alto che altrove e anche quello dei decessi per malattie cardiovascolari. Non vengono fornite spiegazioni per questa particolarità napoletana. Ma ecco la scoperta: la diseguaglianza non riguarda solo i redditi o la ricchezza. C’è anche dell’altro, sotto il nostro cielo.
