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La Cina fa la sua mossa nel Grande gioco economico dell’Artico


La Cina ha inaugurato il 2018 con una mossa di grande peso geopolitico destinata a riaprire il dibattito sul futuro dell’Artico, il Grande Nord celebrato da poeti e geografi, l’ultimo spicchio di terra rimasto da scoprire, letteralmente. Questa scoperta si sta compiendo da diversi anni, da quando lo scioglimento dei ghiacci sta liberando enormi porzioni di territorio che rendono la terra polare non solo più facilmente navigabile, ma consentono ai mezzi dell’uomo di avventurarsi alla ricerca delle straordinarie risorse naturali che qui sono custodite. Risorse alimentari – grandi banchi di pesce – e soprattutto energetiche, visto che le stime ipotizzano che sotto il ghiaccio sempre più sottile dell’Artico siano custodite enormi cassaforti energetiche di petrolio e gas. Si stima addirittura il 25-30 % del totale delle riserve non ancora sfruttate. Ma non c’è solo questo. Per capire la straordinaria importanza strategica dell’Artico bisogna osservare una mappa o un planisfero e notare come dal vertice del mondo si dipanino straordinari vie di comunicazione che collegano gli Oceani diminuendo vertiginosamente le distanza fra mercati lontanissimi.

Questo scenario sottintende enormi complessità che la geografia simboleggia nel bacio che sembra si scambino l’estrema propaggine statunitense con quella russa, dove si incrociano i due passaggi, quello Nord Occidentale quello Nord Orientale che danno accesso agli oceani. I due giganti della politica separati da un cerchio di ghiaccio, che non solo si sta sciogliendo, ma che custodisce anche enormi tesori. Per molto meno ci sono stati gradi crisi, in passato.

Il risiko si è complicato da quando la Cina ha bussato alla porta del Consiglio Artico, il forum intergovernativo che raggruppa i paesi che confinano col Circolo polare ed è stata annoverata, nel 2013, fra gli osservatori permanenti. Anche l’Italia fa parte dei tredici paesi ammessi a partecipare ai meeting dell’organismo, ma certo con assai meno influenza e peso politico, non potendo contare, a differenza delle Cina, su grandi risorse finanziarie e soprattutto del sostegno indiretto della Russia, alla quale la Cina ha messo a disposizione le sue straordinarie risorse, finanziarie ma anche industriali e commerciali. Un altro pezzetto del puzzle che la Cina sta componendo con orientale pazienza per disegnare il nuovo volto della relazioni internazionali, che segue idealmente a quello della Belt and Road Initiative (BRI), lanciata dai vertici cinesi pochi anni fa, ossia un sistema di collegamenti infrastrutturali capaci di saldare l’Eurasia all’Africa. Un disegno ambiziosissimo che nella visione cinese include circa 60 paesi. Ne riparleremo.

Adesso anche il Circolo Polare sembra entrato di diritto nella partita globale giocata da Pechino. Alla fine di gennaio, infatti, il governo cinese ha pubblicato un libro bianco sulla “Polar silk road”, che passa dall’Artico che ha avuto moltissima evidenza all’estero (e quasi nulla in Italia) dove si delinea la visione del governo cinese sul futuro di questa nuova via della seta, che potenzialmente potrebbe rivoluzionare le rotte commerciali con ricadute notevolissime sugli scambi internazionali e sulla logistica portuale. Questione che dovrebbe interessare vivamente paesi come il nostro che sull’export di merci ha fondato la sua ripresa economica. Basterà solo un esempio a far comprendere i risvolti economici potenziali. Attraverso le attuali rotte commerciali servono nove-dieci giorni per trasportare merci dalla Cina all’Europa passando dal Mar meridionale della Cina, l’Oceano Indiano e il Canale di Suez. Al contrario la Polar silk road immaginata dai cinesi potrebbe collegare l’Asia all’Europa attraverso le rotte costiere della Russia in maniera assai più rapida e soprattutto attraversando un’area politicamente più stabile e meno esposta alla pirateria, pure se con la complicazione che le rotte artiche sono utilizzabili solo utilizzabili solo nei mesi estivi.

Al momento le due rotte principali sono il passaggio Nordoccidentale e quello Nordorientale (Northwest Passage, NWP e Northeast Passage, NEP), e ce n’è un terzo la Transpolar Sea Route, che passa proprio in mezzo ai due passaggi fondamentali, che può essere utilizzata solo da pesanti navi rompighiaccio. In generale l’Artico soffre di un grande deficit infrastrutturale. Ed è per questo che nel suo libro bianco la Cina ha invitato le aziende a investire nella regione, cosa che peraltro è  già avvenuto anche se tramite le compagnie sovietiche. Lo vedremo più avanti. Per il momento accontentiamoci di rilevare che l’approccio cinese alla questione artica è assolutamente morbido, ma non per questo meno invasivo. La Cina vuole essere cooperativa e rispettosa delle complessità non solo geopolitiche ma anche ambientali sottintese nella “storica opportunità dello sviluppo dell’Artico”, come spiega il documento. Nel lungo paper, che illustra l’approccio politico cinese, il paese sottolinea più volte di voler essere rispettoso dell’ambiente, di voler promuovere la pace e la stabilità nell’area, di voler utilizzare le risorse artiche nel rispetto delle leggi internazionali e in maniera razionale e di voler contribuire ad approfondire l’esplorazione e la comprensione dell’Artico. Una dimostrazione di buone intenzioni che fa il paio con i tanti segnali che la Cina ha lanciato alla comunità internazionale per accreditarsi quale partner affidabile e di peso assimilabile, se non uguale, a quello degli Usa, dai quali arrivano messaggi che lasciano pensare a una crescente voglia di disimpegnarsi delle complessità della global governance, ammesso che ciò sia possibile.

Per arrivare a questo punto la Cina ha tessuto un paziente disegno di relazioni, costruendola su quella principale con la Russia, probabilmente la più importante nella partita artica. E questa storia merita un approfondimento a parte.

(1/segue)

Puntata finale

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