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Cronicario: C’è chi frena, c’è chi frana e c’è chi Francia


Proverbio dell’8 febbraio Com’è l’insegnante, sarà l’allievo

Numero del giorno: 32.071 Domande per quota 100 arrivate all’Inps da inizio anno

La cosa più comica del giorno – e questo spiega perché la trovate sul vostro Cronicario – l’ho letta su un noto notiziario che ha titolato così: “Germania, frena l’export nel 2018”.

Eccerto. Crescere del 3% in un anno è chiaramente un frenare. Un po’ come la nostra produzione industriale, che a dicembre ha segnato un calo su base annua del 5,5%. E tuttavia nell’intero 2018 la produzione è cresciuta dello 0,8%.

Se fossimo maligni come il noto notiziario, diremmo che la produzione è franata. Ma poiché maligni non siamo, ci limitiamo a osservare che “è a rischio la tenuta dei livelli di attività economica”, come dice allegramente l’Istat nella sua nota mensile.

Ma vabbé, abbiamo altro di cui preoccuparci. L’ambasciatore francese viene richiamato in patria? E noi mandiamo Vicepremier Uno (o Due, fate voi), protagonista del nuovo De bello gallico, a casa loro. E per giunta direttamente da quelli vestiti di giallo che odiano il governo. Una di questi però – una pasionaria dicono – ha invitato il nostro a “occuparsi di casa sua”, notando che “non si fa politica con le ingerenze in altri Paesi, non abbiamo bisogno di forze straniere in casa nostra”. Col che dimostrando di aver inteso profondamente il vero spirito del governo del cambiamento.

Ma tranquilli: siamo fatti per intenderci coi francesi, da che mondo è mondo. E’ solo una questione di sfumature.

Buon week end.

A lunedì.

 

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L’export non spinge più la crescita tedesca


Quando finisce un’epoca, lunga e duratura come è stata quella della crescita del Pil tedesco trainata dall’export netto, servirebbe un minimo di solennità. E’ vero che i segnali erano da tempo sotto gli occhi di tutti, così come il sorgere della vocazione da rentier della Germania. Ma adesso che l’inversione del ciclo tedesco si è avverata sembra un fatto scontato, quasi banale.

Il mutato destino della cosiddetta locomotiva d’Europa (definizione alquanto generosa, a conti fatti) è finito confinato in un paio paginette contenute nell’ultimo rapporto con le previsioni invernali della commissione Ue. Meno persino di una nota a margine di una storia così gloriosa.

D’altronde, è scritto nella storia, prima ancor che nelle previsioni, che un paese inizia vendendo merci finché non consolida un capitale sufficiente a compensare i saldi commerciali con quelli delle rendite. E la Germania, dopo oltre un decennio durante il quale ha accumulato surplus giganteschi, adesso sembra essere entrata proprio in questa fase.

Le previsioni Ue certificano che il Pil tedesco crescerà nell’ordine del 2% fra quest’anno e il prossimo, trainato però stavolta dai consumi interni e dagli investimenti. L’export, semplicemente, non c’è più.

O meglio, rimane forte e abbondante, addirittura in crescita. Ma altresì è previsto in crescita l’ammontare dell’import. Talché il netto commerciale, nel peso sulla crescita reale del Pil, diventa persino negativo.

Questa piccola rivoluzione è raccontata in un grafico che racconta l’andamento delle componenti del Pil tedesco dal 2005 in poi.

Prima della crisi, il peso dell’export netto sul Pil viaggia fra l’1 e quasi il 2% del Pil. Il consumo privato fra capolino nel 2006 e poi si inabissa per riapparire dopo la crisi, nel 2010.

Quell’anno, che segna la riscossa tedesca, dopo il disastro del 2009, il peso dell’export sul Pil torna positivo per 2 punti, ossia circa la metà del totale della crescita raggiunta. Il resto va a consumi privati, circa mezzo punto, investimenti e consumi pubblici.

Nel 2011 l’export netto cala di oltre la metà e il consumo privato diventa protagonista, mentre gli investiment crescono leggermente.

Nel 2012 scompaiono gli investimeti. L’export netto recupera quote, mentre i consumi privati collassano. La ripresa del Pil non basta a tenere il livello di crescita dell’anno precedente. Il risultato finale è un buon dimezzamento del Pil 2011.

Nel 2013 il Pil tedesco scende ancora. Ed è proprio l’anno scorso che si consuma la rivouzione. Il contributo dell’export a Pil diventa negativo.

Le previsioni Ue ipotizzano una crescita, quest’anno e il prossimo, guidata dagli investimenti e dal consumo privato, mentre la spesa del governo rimane sostanzialmente costante, come è stata nel decennio considerato.

Ecco come la racconta la Commissione: “La crescita annuale (nel 2013, ndr) è stata guidata  dai consumi privati e del governo. Gli investimenti continuano a mostrare una debolezza e insieme con l’export netto hanno contribuito negativamente alla crescita”.

Così finisce un’epoca.

Quanto al futuro, “il contributo alla crescita si aspetta rimanga ampiamente immutato per l’export (quindi negativo, ndr) mentre crescerà per la domanda domestica”.

Cosa è successo? “Il consumo privato reale – spiega la Ue – è supportato dai tassi bassi e dalla dinamica contenuta dei prezzi al consumo. Gli sviluppi robusti del mercato del lavoro (ossia aumento delle retribuzioni, ndr) sono alla base dell’aumentata propensione delle famiglie al consumo”. Inoltre, “l’outlook degli investimenti è favorevole e suggerisce una loro ripresa. Gli investimenti in costruzioni dovrebbero muoversi in sincronia con gli investimenti in attrezzature, mentre i vibranti investimenti in abitazioni si prevedono in rallentamento”.

Questo contesto avrà effetti positivi sulle esportazioni, ovviamente, ma soprattutto sulle importazioni che si prevedono crescano “più dinamicamente delle esportazioni, contribuendo così a una limitata riduzione del surplus delle partite correnti. Il saldo di conto corrente, infatti, che è arrivato a un surplus del 7% sul Pil nel 2013 si ridurrà al 6,6 e al 6,4 fra il 2014 e il 2015.

Tutto questo a fronte di dati fiscali a dir poco eccezionali, con il saldo fiscale vicino a zero, quindi senza deficit, e il debito, di conseguenza, in calo costante il rapporto al Pil.

La Germania, insomma, sta voltando pagina. Forse davvero i consumi dei tedeschi inizieranno a trainare l’economia europea fuori dalle secche dell’eurodepressione. O forse la Germania è solo vittima finale designata dell’austerità, che ha prosciugato le sue esportazioni nell’eurozona. E’ presto per dirlo.

Rimane la sensazione di rivedere una storia già vista. La Gran Bretagna, prima della Grande Guerra, campava di rendite e se ne infischiava del suo saldo commerciale costantemente negativo. Grazie alla sterlina comandava le piazze finanziarie di mezzo mondo e con le sue rendite dagli investimenti esteri teneva in piedi la bilancia dei pagamenti. Non a caso era un’alfiera del libero mercato, dopo essere stata mercantilista quando serviva (all’epoca di Cromwell).

La Germania, che ha favorito una politica spiccatamente mercantilista nei primi dieci anni del XXI secolo potrebbe essere avviata sulla stessa strada.

Sempre che l’euromarco resista.