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Perché l’inflazione sale più negli Usa che nell’Ue


Poiché l’inflazione è tornata di moda nel dibattito pubblico, e speriamo non a lungo, vale la pena sfogliare un approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino della Bce che confronta gli andamenti dei prezzi negli Usa e nell’Ue provando a rispondere a una domanda alquanto insidiosa per i presupposti che incorpora: perché negli Usa i prezzi sono saliti di più?

Verrebbe da pensare che l’accelerazione americana abbia in qualche modo a che fare con il maxi stimolo voluto prima da Trump e poi da Biden, che hanno premuto sull’acceleratore della domanda proprio mentre l’offerta veniva strozzata per le note vicende, con la Fed a gettare benzina sul fuoco per compiacere i suoi “azionisti” di riferimento, ossia il governo e soprattutto i mercati finanziari.

Ma è davvero così? La Bce osserva innanzitutto che il grosso dell’inflazione Usa si è concentrata su “un numero relativamente esiguo di voci con tassi inflazionistici molto elevati ‒ tra cui le quotazioni dell’energia”. Questa evidenza può essere rappresenta dalle “medie troncate” dell’inflazione misurata sull’indice dei prezzi al consumo, che escludono dalla rappresentazione le voci inflazionistiche più alte e più basse.

“Nel periodo da gennaio a luglio 2021 – nota la Bce – la media troncata dell’inflazione complessiva è aumentata di circa 1,0 punti percentuali per l’IPC statunitense e di 0,8 punti percentuali per lo IAPC dell’area dell’euro. Per contro, nello stesso periodo, l’inflazione complessiva misurata sull’IPC statunitense senza applicare le medie troncate è aumentata di 4,0 punti percentuali, mentre nell’area dell’euro l’inflazione misurata sullo IAPC è aumentata di 1,3 punti percentuali”.

Un’altra differenza rilevante è che mentre nell’Ue l’inflazione misurata sull’IAPC al netto dei beni energetici e alimentari è rimasta inferiore ai livelli pre-pandemia, negli Usa è accaduto il contrario. A luglio 2021, infatti, nell’Ue tale indice segnava un aumento dello 0,7%, a fronte dell’1,2 di febbraio 2020. Negli Usa invece era del 4,3%, a fronte del 2,1%.

Non si tratta qui di discorrere della transitorietà di questo andamento, sulla quale al momento c’è un consenso pressoché unanime da parte degli osservatori internazionali, bensì di provare a intuirne le ragioni che, secondo la Bce, sono diverse. L’Ue, ad esempio, ha una capacità produttiva inutilizzata maggiore, rispetto agli Usa. Ma oltre a questo hanno pesato vari fattori circostanziali influenzati dalla pandemia.

Se guardiamo ai prezzi delle automobili e camion usati, negli Usa si è registrato un picco nel secondo trimestre 2021 provocato dalla carenza di mezzi nuovi (semiconduttori e altro) che è arrivata proprio mentre la preferenza per il trasporto si spostava dal pubblico al privato. “Infine – osserva – il reddito disponibile delle famiglie è stato supportato dagli stimoli fiscali, facendo crescere la domanda di autovetture usate”. Questo aumento ha rappresentato, con 1,5 punti percentuali, la metà circa dell’inflazione misurata sull’IPC. Stimolare la domanda, classicamente, genera inflazione quando l’offerta è scarsa. Lo sanno tutti. Quindi anche il governo. Semmai non sa in quale settore troverà sfogo questa pressione. Questa dinamica non si è osservata invece nell’Ue, dove semmai sono saliti un poco i prezzi del nuovo, mentre quelli dell’usato sono rimasti stabili.

Un altro settore che ha pesato parecchio sull’inflazione Usa è quello turistico. “I prezzi relativi ai servizi di viaggio e trasporto sono aumentati notevolmente dopo l’allentamento delle misure di contenimento, con un conseguente considerevole contributo positivo fornito negli ultimi mesi all’inflazione misurata sull’IPC”. Sul settore turistico probabilmente hanno impattato molto gli andamenti salariali, ben al di sopra delle medie nazionali.

Nella zona euro, invece, “le misure di contenimento sono state revocate in un tempo successivo, con effetti ritardati sui servizi di trasporto e viaggio rispetto agli Stati Uniti”. Al contrario gli affitti hanno pesato sull’inflazione europea assai più che negli Usa.

Gli elementi inflazionistici comuni alle due aree si sono riscontrati nel settore dei beni di consumo, con l’importante eccezione delle componenti volatili come abbigliamento, calzature e auto usate.

Possiamo a questo punto tentare una prima lettura di questi dati. Negli Usa la maggior disponibilità di reddito, garantita dal governo, ha consentito a molti cittadini di comprare un’auto usata – negli Usa sicuramente questione di vita o di morte visto la carenza endemica di trasporto pubblico – e magari di andarci pure in vacanza, approfittando del fatto che le restrizioni si sono allentate. Questo ha determinato un aumento dei prezzi, spinto sia dalle auto usate, sia, sul versante dei salari, dal settore turistico, dove le paghe orarie cresciute ad agosto 2021 di oltre il 12%. Questa ovviamente è solo una visione parziale, ma comunque utile a comprendere come gli effetti delle politiche fiscali siano sempre difficili da prevedere.

In generale, “i recenti aumenti dell’inflazione ne hanno innalzato le aspettative formulate dai
previsori professionali”, sottolinea la Banca. Le aspettative di inflazione per il 2021, rispetto a gennaio scorso, sono state riviste al rialzo per l’area dell’euro di 1,2 punti percentuali e per gli Usa di 2 punti. Sarà pure transitorio, questo effetto – per il 2022 la revisione al rialzo è stata di 0,7 punti per gli Stati Uniti e di 0,3 per l’Ue – ma comunque le pressioni sui prezzi si faranno sentire ancora. E poiché i dati mostrano come i prezzi abbiamo “sforato” più volte il livello delle aspettative, non c’è da giurarci che non succeda di nuovo. Le strozzature sono ancora profonde. E forse ne dobbiamo ancora scoprire di nuove.