Etichettato: internazionale delle tasse

Caccia al tesoro delle multinazionali


L’altra faccia della nuova globalizzazione, della quale abbiamo parlato sul numero otto di Crusoe, è inevitabilmente una nuova tassazione globale. In tal senso alle enormi opportunità che offre l’economia digitale, come strumento di diffusione di business, corrispondono enormi sfide sul versante della tassazione che per loro natura non possono che essere trans-statali. Ciò spiega perché la questione fiscale, una volta esclusivo appannaggio degli stati nazionali, sia finita sui tavoli delle organizzazioni internazionali che, meglio di altri, sono in grado di sfruttare gli asset che offre l’economia digitale: enormi basi di dati sulla ricchezza che viaggiano nello spazio di un click.

Si parte da qui per costruire strumenti capaci di captarne l’evoluzione e le furbizie, che inevitabilmente si annidano nelle pieghe di regimi fiscali sovente compiacenti. La polemica sui paradisi fiscali è troppo nota perché si abbia bisogno di ricordarla qui. Meno nota, e assai più interessante, è il dibattito che si sta sviluppando sulla questione della tassazione dei grandi giganti di internet, che poi sono le colonne dell’economia digitale. Dalle cronache emergono ogni tanto sbuffi di fumo che fanno capire che qualcosa cuoce in pentola, ma di concreto si è visto ancora poco. La natura stessa dell’economia digitale, smaterializzata, invisibile e sfuggente, rende molto difficile immaginare che uno stato possa inventare da solo gli strumenti necessari per costringere i signori della rete a versare qualche goccia dei loro profitti nelle sue esauste contabilità. Anche perché questi giganti, in gran parte residenti in California, le tasse le pagano già negli Stati Uniti.

Ciò che si vorrebbe aggredire infatti non è l’evasione, ma l’elusione fiscale, ossia gli stratagemmi per pagare meno quello che dovrebbe essere più caro. Il caso sollevato dall’Unione Europea su Apple e le tasse irlandesi è l’esempio forse più noto degli ultimi tempi. Mentre di recente l’Australia ha iniziato a discutere di una tassa su tutte le transazioni on line, che valgono circa 7,3 miliardi di dollari.

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Si prepara l’Internazionale delle tasse


Poiché è la questione fiscale la vera determinante della politica economica di questo inizio di secolo, non mi stupisce osservare che nei giorni scorsi le principali istituzioni internazionali abbiano lanciato una piattaforma di collaborazione per rendere più efficace quella che dovrebbe essere la funzione principe degli stati: quella di prenditori.

Il documento congiunto è stato firmato dal Fmi, l’Ocse, l’Onu e la Banca Mondiale. Leggendolo si scoprono le linee guida di questa collaborazione. Questa sorta di Internazionale delle tasse si propone di “fornire un estensivo supporto allo sforzo fiscale dei paesi”, visto che “rafforzare i sistemi di tassazione è emersa come una delle chiavi di sviluppo prioritarie” dell’economia internazionale, anche in virtù del fatto che “sono necessari significanti ricavi fiscali addizionali, ricavati in modo efficiente ed equo, per vincere le sfide dello sviluppo globale”. “Le organizzazioni internazionali (IOs, ndr) accolgono positivamente l’aumentata enfasi sulla tassazione, riconoscono la loro responsabilità per supportare ulteriormente i paesi e vedono approfondirsi la loro collaborazione e cooperazione come una componente essenziale per il rafforzamento dei sistemi fiscali”.

Da qui la proposta di creare “una nuova piattaforma che funzioni come un veicolo centrale capace di migliorare la cooperazione, consentendo alle IOs di sviluppare un approccio comune, rilasci un output condiviso e risponda alla richiesta di un dialogo globale sulla materia fiscale”.

Non pensiate che questa piattaforma di venuta dal nulla. L’Ocse lavora da tempo a un progetto di cooperazione internazionale sul versante fiscale che di recente ha portato all’elaborazione del progetto BEPS sponsorizzato dai paesi del G20, quindi dai principali player dell’economia. Le altre IOs lavorano ad altri progetti, fra i quali merita una menzione quello realizzato sempre da Ocse in collaborazione con l’Onu denominato Tax inspectors without border, che si propone di migliorare di aiutare i paesi più fragili a gestire la loro capacità fiscale.

L’Internazionale delle tasse, va sottolineato, nasce proprio da una richiesta dei paesi del G20, che a novembre 2015 hanno chiesto a Ocse di implementare il progetto BEPS ed è facile capire perché. In un mondo dove la sostenibilità fiscale è messa a dura da una montagna di debiti e da sviluppi demografici preoccupanti, migliorare la capacità di riscossione è assolutamente vitale. E poiché insieme alla globalizzazione di azioni e merci c’è anche quella dell’elusione e dell’evasione fiscale – i vari Panama papers ce lo ricordano di continuo – serve una visione internazionale per cogliere il problema nella sua interezza e provare a risolverlo.

Quindi, a volerla guarda positivamente, l’Internazionale delle tasse servirà a scovare i furbi. A volerla guardare meno positivamente, sarà un passo in più verso la Grande Convergenza istituzionale che si va preparando per il XXI, con un mondo dove le istituzioni sovranazionali avranno sempre più voce in capitolo nella gestione dell’economia.

Ne uscirà qualcosa di buono? Come diceva il poeta, ai posteri l’ardua sentenza.