Etichettato: investimenti pubblici

Cronicario: E tutto d’un tratto arrivano 200 mila posti di lavoro


Proverbio del 21 febbraio Alla volpe addormentata non cade niente in bocca

Numero del giorno: 400.000.000 Valore mutui per spese mediche in Italia

E tutto d’un tratto capisco che ho sbagliato tutto. Traviato dalla malmostosità gufesca dei commentatori da salotto, mi sono perso l’autentico sentimento che anima una qualunque campagna elettorale che si rispetti, quindi la nostra in particolare: la gioia. E quando ci ricapita di sentire tante buone notizie in un arco di tempo così limitato? In un pugno di settimane ci hanno promesso e raccontato di tutto, dalle pensioni a dodici anni all’aumento del reddito nell’anno che verrà.

Il tripudio durerà ancora poco purtroppo. Ancora una decina di giorni e poi le urne si chiuderanno e con loro i buoni propositi. Tornerà la mestizia nazionale che dura circa cinque anni al netto dello scioglimento anticipato delle camere, purtroppo sempre più raro. Perciò mi sono detto: goditela finché dura, la bella stagione, e regala anche oggi una dose di ottimismo agli amatissimi che perdono il loro tempo a leggere le tue fregnacce raccontando loro quelle dei politici. Serviva giusto una buona ispirazione. E tutto d’un tratto…il coro: è arrivato il ministro Delrio.

Macché bravo, bravissimo: un ministro coi baffi (e pure col pizzo). Oggi è toccato a lui accendere il nostro entusiasmo così come ieri era toccato all’amabile Padoan con la storia dell’aumento di reddito da mille euro nel 2020. E Delrio, bravo com’è, non si è fatto pregare. Perla numero uno: Il piano infrastrutturale decennale messo a punto dal governo creerà 200 mila posti di lavoro in dieci anni (che immagino si aggiungeranno al milione già creato col Jobs Act di cui alla nota vulgata governativa). Una promessa decennale come un Btp. Solo che differenza del Btp dei duecentomila posti fra dieci anni non si ricorderà più nessuno, neanche Delrio che per allora avrà infrastrutturato chissà cosa. Ma tranquilli li ritireranno fuori in tempo per la campagna elettorale del 2028 e per allora saranno pure aumentati con gli interessi composti. Seconda perla: a fine 2017 siamo tornati a 290 miliardi di investimenti per le opere pubbliche, pure se gli investimenti pubblici, strano a dirsi, fanno ancora fatica a decollare malgrado abbiano tutte le carte in regola per spiccare il volo.

Percepisco un avvio di scricchiolio al buonumore che per fortuna viene subito obliterato dalla perla numero tre: “La prossima settimana sbloccheremo un miliardo per la ferrovia Ionica”, sottolineando che l’ultimo a spendersi per questa ferrovia era stato Cavour, che comunque fa tanto Risorgimento.

Se ne parla da un annetto di questa ferrovia a dirla tutta. Ma tant’è. La quarta perla ve la dico io: il nuovo governo, chiunque esso sia, tutto d’un tratto farà arrivare anche i treni in orario. E’ giunta l’ora fatale.

A domani.

 

 

 

Il Fmi cala il jolly degli investimenti pubblici


In una partita a carte che si sa disperata arriva prima o poi il momento in cui è necessario tirar fuori il jolly, ossia la carta magica che trasforma la realtà del gioco a vantaggio di chi la usa.

Senonché, a differenza di una partite di carte, quella giocata dall’economia internazionale porta con sé una complicazione: chi vorrebbe il jolly non ce l’ha e chi ce l’ha non vuole usarlo. Perciò al mazziere, che nel nostro gioco viene interpretato dal Fondo monetario internazionale, non rimane che sottolineare gli enormi vantaggi che si possono trarre dall’uso del jolly, specie quando, come succede con la nostra economia, la partita minaccia di essere vagamente truccata.

Il jolly del Fmi si chiama investimenti pubblici in infrastrutture. La moral suasion è contenuta in uno dei capitoli dell’ultimo World economic outlook che si intitola, retoricamente “Is it time for an infrastructure push? the macroeconomic effects of public investment”.

Retoricamente perché la risposta implicita è ovviamente un sonoro sì. Addirittura, per non farci mancare niente, il Fmi produce anche una stima secondo la quale un paese tipo, purché sia un’economia avanzata, avrebbe un guadagno di Pil pari allo 0,4% il primo anno se investisse l’1% di pil in infrastrutture pubbliche, che poi arriverebbe all’1,5% quattro anni dopo, con indubitabile benefici sul rapporto debito/pil. Un affarone, insomma. Che stiamo aspettando?

Il Fmi, inoltre, ricorda che il deficit infrastrutturale non è solo un problema delle economie avanzate. I paesi emergenti, che pure dispongono di ampi spazi fiscali, sono quelli che più di altri beneficierebbero di ampi investimenti pubblici. E ciò non potrebbe che far ripartire la crescita mondiale, che sempre le previsioni del Fmi rivedono continuamente al ribasso.

Il fatto è che non è tutto oro ciò che riluce e il Fmi non si perita di ricordarcelo. Molte economia avanzate hanno solo un piccolo spazio fiscale per regalarsi investimenti così costosi. E anche il basso costo del denaro, che da un lato incentiva tale politica, deve fare i conti con l’annunciata volontà di alcune banche centrali di iniziare a normalizzare la politica monetaria. Inoltre la letteratura non è concorde circa gli esiti moltiplicativi degli investimenti pubblici e la loro capacità di ripagarsi. Come insegna il caso giapponese, non a caso espressamente analizzato nell’analisi del Fmi.

Rimane il fatto che lo stock di capitale pubblico destinato agli investimenti in infrastrutture è costantemente declinato dal 1970 in poi. Così siamo arrivati al punto che, oltre agli emergenti, anche paesi come la Germania e gli Stati Uniti soffrono di un grave deficit infrastrutturale che solitamente non è un buon viatico per la crescita del prodotto.

Ciò malgrado le analisi econometriche del Fmi individuano chiari effetti macroeconomici positivi, sia per il prodtto che per il debito, dall’investimento pubblico.

Ma anche qui ci sono alcuni importanti caveat da non ignorare. Ilmodello mostra che gli investimenti pubblici hanno effetti positivi in periodi di bassa crescita, che possono arrivare all’1,5% subito e al 3% nel medio termine, mentre in periodi di alta crescita gli investimenti pubblici producono un effetto sul prodotto praticamente nullo.

Tali effetti, tuttavia, sono assai più visibili in paesi che hanno un livello elevato di efficienza negli investimenti pubblici. Qui infatti la crescita del prodotto potrebbe essere dello 0,8% il primo anno e fino al 2,6% negli anni successivi. Al contrario nei paesi a bassa efficienza si oscilla fra un risicato 0,2% e un massimo dello 0,7 nel medio periodo.

Quest’avvertenza rima con un’altra: i paesi a bassa efficienza degli investimenti pubblici sono quelli che più spesso hanno una maggiore sofferenza fiscale.  Con l’aggravante che un paese efficiente vedrà diminuire il suo debito pubblico, in conseguenza degli investimenti, al contrario di quanto accade per un paese con scarsa efficienza.

Ve la faccio semplice: la Germania avrebbe tutto da guadagnare a spingere sul pedale degli investimenti pubblici, l’Italia non sembra proprio. E tuttavia le cronache ci raccontano della ritrosia tedesca a spendere i suoi ampi surplus per investimenti pubblici e della litania italiana di aumentare gli investimenti pubblici per uscire dalle secche della crisi. Il che la dice lunga sull’utilità di queste analisi.

Meglio perciò affidarsi alle analisi empiriche, osservando quello che è successo in Giappone, che certo non si può sospettare di inefficienza.

Il Fmi nota che molti individuano nell’ingente mole di investimenti pubblici effettuati dopo la crisi di fine anni ’80 la causa principale del forte indebitamento attuale nonché del decennio perduto degli anni ’90, visto che tali investimenti, per quanto corposi, non sono riusciti a generare una crescita sufficiente del prodotto e frenare la deflazione.

Ma il Fmi non concorda.  “E’ vero – scrivono – il Giappone aumentò gli investimenti pubblici nei primi anni ’90, ma l’aumento della spesa pubblica è stato concentrato sul finanziamento della spesa sociale a causa dell’invecchiamento della popolazione”. Per la cronaca, lo stato incrementò la spesa pubblica dell’1,5% a inizio dei Novanta, per arrivare al picco dell’8,6% nel 1996. “Ma dopo la spesa pubblica per investimenti ha continuato a declinare, riprendendosi solo dopo il terremoto del 2011 e l’inizio dell’Abenomics”.

“Nei vent’anni dopo il 1992 – sottolinea il Fondo – l’ultimo anno in cui il Giappone ha registrato un surplus fiscale, la spesa sociale è aumentata del 10,6% e gli investimenti pubblici sono declinati del 2,3%”. Ciò a fronte di annunci ridondanti di piani di investimento che, nei fatti, hanno prodotto ben poca cosa.

Dal che deduciamo un’altra conseguenza teorica: la spesa per il welfare è sostanzialmente inefficiente, dal punto di vista del prodotto. Il che fa il paio con lo spirito del tempo, che vuole il welfare un problema delle economie e non più un’opportunità.

Per essere produttivo, poi, l’investimento deve rispondere ad alcune precise caratteristiche. Innanzitutto deve essere indirizzato verso progetti con un alto indice di costi/benefici e, soprattutto deve essere fiscalmente sostenibile. In caso contrario la spesa pubblica si trasforma in deficit e non spinge la crescita.

Quindi alla domanda se sia il momento giusto per rilanciare gli investimenti pubblici la risposta è assai semplice: si.

Forse.