Etichettato: la ricchezza delle famiglie italiane

Gli anziani sono la cassaforte degli italiani


Mi son trovato a un incontro assai interessante in Banca d’Italia dove si illustravano i risultati dell’ultima indagine campionaria (ossia svolta sulla base di interviste) sulla ricchezza delle famiglie italiane, l’appuntamento dicembrino con il quale la nostra banca centrale ci augura un buon Natale e un felice anno nuovo. Quale miglior modo per chiudere l’anno che presentare una rilevazione su come e quanto siano cambiati i redditi e la ricchezza di noi tutti?

Queste notizie, com’è noto, scatenano insieme curiosità da voyeur e sensi di colpa. Ci compiaciamo se la ricchezza è cresciuta e ci compiaciamo altrettanto se invece è diminuita, perché ciò stimola la nostra propensione al piagnisteo. Vibriamo di sdegno quando scopriamo che la concentrazione della ricchezza è aumentata, ma solo se non siamo ricchi, e ci rattristiamo per quella quota a rischio povertà che ormai supera stabilmente il 20%, con differenze di qualche punto fra una rilevazione e l’altra, ben lieti al tempo stesso di non starci dentro.

Di questo sentire da classe media la rilevazione di Banca d’Italia mi sembra impregnata. E non per intenzione degli autori, che sono rispettabilissimi economisti e statistici, ma per l’occhio stesso di chi la guarda, questa rilevazione, come mi confermano le tante domande degli altri osservatori che sento risuonare attorno a me. Noi italiani ci percepiamo come classe media. Peccato che ormai si stia liquefacendo, questa classe, condannandoci a un’estinzione culturale, prima ancora che sostanziale.

Cerco tracce di questo processo, che mi sembra ineludibile, fra grafici e tabelle, ma trovo solo cose che sapevo già: l’iniquità distributiva fra vecchi e giovani, il grande peso relativo del mattone sulla ricchezza, la sperequazione anche sui redditi, il grande cambiamento della demografia.

Il tema della ricchezza però, com’è ovvio, è quello che attira l’attenzione. E’ qui che il confronto fra vecchi e giovani diventa impietoso. I primi, quelli che la statistica classifica come over 65, dal 1995 hanno visto crescere la loro ricchezza netta del 60%, con un indice a 160 nel 2015, dalla base 100 di quell’anno, e i secondi, i 18-34enni, che invece l’hanno vista diminuire del 60%.

E non c’è solo questo. I più ricchi, dopo gli over 65, sono i 55-64enni, che fino al 2009 avevano guadagno un 40% di ricchezza netta, sempre dal 1995, ma poi hanno visto crollare il loro indice che quotava 140 di nuovo a 100. In pratica questa classe d’età è tornata indietro di vent’anni.

Le altre classi stanno peggio. I 35-44enni hanno un indice inferiore ad 80, i 45-54enni intorno a 90. A dirla tutta, anche gli over 65 hanno perso qualcosa, ma solo perché il loro indice aveva superato 190 proprio mentre quello dei giovani scendeva a 50. Chissà perché mi viene in mente Crono che mangiava i suoi figli.

Se guardiamo al reddito, ossia al flusso, piuttosto che allo stock, e in particolare al reddito equivalente, un indicatore costruito per misurare il benessere economico di un individuo, il discorso cambia poco. Gli over 65 l’anno visto crescere, sempre dal ’95,  di circa il 15%, in calo dopo il picco del 2009 quando l’indice quotava circa 122. I giovani, invece, sono inchiodati intorno a 87, poco peggio delle altre classi d’età. D’altronde non c’è da stupirsi: il reddito reale dal 2006 è crollato di oltre il 15%, quindi il reddito equivalente di conseguenza. Ma per gli over65 quest’ultimo è caduto di meno e in maniera più controllata, a differenza di quanto è accaduto per altre classi di età. E soprattutto stanno al top della classifica.

In parte ciò si spiega anche con la circostanza che la ricchezza genera un flusso di reddito. Ad esempio se ho una seconda casa e l’affitto aumento le mie entrate, e quindi chi è più ricco ha un vantaggio reddituale rispetto a chi non lo è. I soldi fanno soldi, dicevano gli antichi, ed è statisticamente più probabile che la ricchezza si concentri nelle fasce d’età più elevata per la semplice circostanza che hanno avuto più tempo per cumularla.

Peraltro il peso delle rendite su questa ricchezza sul totale del reddito non è poca cosa: oltre il 20%. Se lo sommiamo a un ulteriore 27,5% che arriva al reddito dai trasferimenti pubblici, quindi in gran parte le pensioni, viene fuori che circa la metà del reddito annuale italiano è composto sostanzialmente da rendite. Il reddito che arriva dal lavoro dipendente è poco più del 40%. Insomma: chi lavora sta peggio dei rentier.

Tale situazione è visibile da un’altra tabella che mostra che il reddito equivalente, ossia il benessere economico, dei pensionati, è superiore a quello dei lavoro dipendente. E che quello degli ultra 64enni è di poco inferiore a quello dei 55-64 anni e superiore a quello di tutti gli altri. Insomma, l’Italia si conferma un paese per vecchi.

Di fronte a una sperequazione distributiva così evidente, sarebbe saggio che un qualunque governo facesse delle riflessioni e decidere se intervenire o no. In caso contrario, se cioé si decide di lasciare le cose come stanno, l’unica considerazione che si può fare è che gli anziani di fatto sono la cassaforte nelle quali i più giovani stanno conservando la loro ricchezza futura.

Finora è stato così. Una delle slide presentate rileva che “un terzo della ricchezza è ricevuto in eredità. Parliamo, a valori 2014, di 52 mila euro di media che sono diventati 75 mila nel 2002 e 72 mila nel 2014”.

Gli anziani, insomma, sono la riserva di valore dei più giovani. Che intanto però devono stringere la cinghia.

Non so perché, ma tutto ciò finisce col rattristarmi.

 

Siamo ricchi, ma poveri


E’ molto istruttivo leggere insieme l’ultimo rapporto di Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie italiane e il rapporto su reddito e condizioni di vita dell’Istat, che per una di quelle curiose coincidenze sono usciti quasi in contemporanea, offrendoci una fotografia alquanto sfocata e contraddittoria delle condizioni reali del paese.

Da Bankitalia apprendo che, malgrado la profonda correzione dei corsi immobiliari, che ha falcidiato la ricchezza degli italiani, le famiglie del Belpaese, a fine 2012, hanno una ricchezza netta pari a circa 8.524 miliardi di euro, pari a circa 143 mila euro pro capite, di cui il 61,6% derivanti da attività reali (per più dell’80% abitazioni) e per il restante 38,9% da attività finanziarie. Mentre i debiti complessivi ammontano a circa 900 miliardi, più o meno il 10% delle attività complessive.

Allo stesso tempo leggo nel rapporto Istat che, sempre nel 2012, il 29,9% delle persone è a rischio povertà o escusione sociale, l’1,7% in più rispetto al 2011, in gran parte dovuto al notevole incremento della quote di persone severamente deprivate, in crscita dal11,2 al 14,5%. Che vuol dire non essere in grado di fare una settimana di ferie fuori da casa, non poter riscaldare adeguatamente la propria abitazione o non poter sostenere una spesa improvvisa di 800 euro, se necessario, o, peggio ancora, non potersi alimentare adeguatamente consumando proteine ogni due giorni. Ne deriva che il rischio di povertà o esclusione sociale è del 5,1% più elevato della media europea. Peggio di noi stanno solo in Grecia e in alcuni paesi dell’est europeo.

Poi riprendo lo studio di Bankitalia e leggo che malgrado il dimagrimento dovuto alla crisi, la ripresa dei corsi finanziari ha quasi compensato il calo del mattone (-6% in termini reali), portando a un calo della ricchezza netta di appena lo 0,6% rispetto al 2011. E leggo pure che malgrado i cali, registrati dal 2007 in poi, quando la nostra ricchezza netta superava abbondantemente i 9.000 miliardi, siamo ancora nella top ten dei paesi europei, visto che quota circa 7,9 il reddito lordo disponibile, più o meno al livello di Francia, Regno Unito e Giappone, molto meglio della Germania. Per giunta rimangono bassi i debiti delle famiglie rispetto al reddito disponibile, all’82%, “nonostante i significativi incrementi degli ultimi anni”.

Mi sorge il sospetto che in Italia ci sia una profonda sperequazione redistributiva. Allora ritorno sul rapporto Istat e leggo che “il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,5% del reddito totale, mentre il 20% più povero l’8%”, quasi un quinto. E se guardo l’indice di Gini che misura l’equità distributiva (0 massima equità, 1 massima diseguaglianza), scopro che su scala nazionale, nel 2012, tale indicatore vale 0,32. Quindi nel suo complesso non sembra ci sia tutta questa sperequazione. Il dato però cela importanti differenza. Al Sud l’indice quota 0,33, al nord 0,29. La famosa questione meridionale, penso.

Il combinato disposto di queste informazioni mi fa sorgere il sospetto che qualcosa non quadri. Abbiamo un paese nel suo insieme abbastanza equo, dove perà un sacco di gente non può fare una settimana di ferie. Abbiamo un paese con una ricchezza netta pari a quasi otto volte il reddito, dove però ci sono molti che fanno fatica a comprarsi una bistecca due volte a settimana. Un numero crescente, addirittura.

Ma che ci fanno gli italiani coi soldi?

Torno a Bankitalia e scopro che le famiglie italiane tengono all’estero circa 320 miliardi di attività finanziarie sui circa 3.670 miliardi totali, in aumento di circa il 5% rispetto al 2011. E parliamo solo delle somme censite dalle statistiche.

Scopro pure come sono cambiati i gusti degli italiani in fatto di finanza. Un cambiamento storico. A metà degli anni ’90 gli italiani investivano il 29% della loro ricchezza finanziaria in depositi e un altro 19% in titoli di stato, con punte del 21%. Quindi la metà dei soldi liquidi degli italiani andavano alle banche e allo stato. Pochi rendimenti, ma sicuri.

La rivoluzione finanziaria ha cambiato queste consuetudini: oggi i depositi bancari quotano il 19% del totale e i titoli pubblici appena il 5%. Il totale fa meno della metà di vent’anni fa. Tutto a vantaggio di azioni, fondi obbligazioni e riserve tecniche assicurative. L’aumentato appetito per il rischio ha anche fatto crescere i rendimenti, come si evince dai grafici storici, ma al contempo anche le perdite nei periodi di crisi.

Costante invece la quota destinata al risparmio postale, circa il 31%, che poi è la cassaforte della Cassa Depositi e prestiti. Parliamo di oltre 1.000 miliardi, mica bruscolini.

Ma in queste cifre si annidano altre informazioni interessanti. I depositi bancari capitalizzano circa 660 miliardi di euro, il 93,6% posseduti dalle famiglie, con un ammontare medio pro capite di 14 mila euro. Abbastanza per farsi una bistecca in più, mi pare. Anche perché i conti fino a 50 mila euro ammontavano al 42% del totale, ma, dato assai più rilevante, il 40% di questi depositi è nella forbice fra i 50 mila e i 250 mila, mentre c’è un altro 18% che supera la soglia dei 250 mila euro. Poiché i conti censiti sono 47 milioni, significa che in Italia ci sono 8 milioni e 460mila conti correnti con cifre superiori ai 250.000 euro e altri 18 milioni e 800mila conti correnti con importi compresi fra i 50 mila e i 250 mila euro. Quindi il 58% dei conti correnti italiani ha cifre superiori ai 50 mila euro. E non parliamo di pochi fortunati ricchi: parliamo di oltre 27 milioni di conti correnti intestati a un numero più o meno equivalente di persone.

Se poi andiamo a vedere i titoli custoditi dalle banche, valore circa 550 miliardi, scopriamo che il 96% è detenuto da famiglie e che la quota di depositi titoli superiori a 500 mila euro era solo un punto percentuale inferiore (il 35%) rispetto alla forbice 50mila-250mila euro. Vi risparmio il dato sulla ricchezza patrimoniale e sui conti correnti postali. Basti sapere che parliamo di un’altra montagna di miliardi.

Insomma, non sembriamo un popolo alla fame, ma al contrario abbiamo collettivamente risorse sufficienti a stabilizzare la nostra economia e compensare agevolmente le situazioni di disagio sociale, visto che di fronte a tanta ricchezza pressoché inutilizzata, in Italia e all’estero, l’Istat certifica che aumenta l’esclusione. Abbiamo una disoccupazione al 12 per cento e una montagna di risorse inutilizzate. Questo è un vero spreco, altro che le province.

Solo che non facciamo nulla. Ci lamentiamo e stringiamo la cintura.

Forse il problema dell’Italia non è l’aumento della povertà, che è solo una conseguenza.

Il problema è che anche i ricchi si sentono poveri.