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La scomparsa delle obbligazioni bancarie italiane


C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, nel quale le obbligazioni delle banche italiane erano uno dei asset finanziari meglio rappresentati nei bilanci degli operatori economici, famiglie in testa. Ma quel tempo ormai sembra definitivamente alle nostre spalle e non è detto che sia una buona notizia in un momento in cui le banche italiane devono tornare a emettere debito per costituire i cuscinetti di capitale richiesti dalle norme regolatorie.

Diventa utile perciò fare il punto servendosi dell’ultimo rapporto sulle stabilità finanziaria di Bankitalia che riepiloga lo stato dell’arte cominciando a mostrare quello che ormai è un vero fenomeno socio-economico: la scomparsa delle obbligazioni bancarie italiane. Meglio di mille discorsi, basta un’immagine.

Come si può osservare la quota delle obbligazioni sulla raccolta bancaria, ossia i denari con i quali la banca si finanzia, si è ridotta moltissimo fra il 2011, quando quotava 422 miliardi, e il 2018, quando ne rimangono ormai solo 87. Poiché la quota di raccolta al dettaglio, ossia quella raccolta sostanzialmente fra i clienti, è rimasta stabile intorno al 60%, significa che c’è stata una profonda ricomposizione (anche questa chiaramente osservabile) delle fonti della raccolta. In pratica le obbligazioni si sono trasformate in depositi di conto corrente, che “a fine 2018 rappresentavano il 73% dei depositi di famiglie e imprese contro il 43 e il 66% di Francia e Germania”, spiega Bankitalia.

Da un punto di vista operativo questo è stato un vantaggio per le banche, visto che ha stabilizzato la provvista – la quota assicurata della raccolta al dettaglio è passata dal 44 al 61% – e la tempo stesso ne ha ridotto il costo. Le banche pagano meno interessi sui depositi rispetto a quanto pagano per un obbligazione. Quanto agli investitori, evidentemente hanno preferito un minor rischio a un  maggior ricavo.

Di recente tuttavia le banche, complice anche l’allentamento delle tensioni sul mercato dei titoli di stato, hanno ricominciato ad emettere obbligazioni, pagandole però assai più care di quanto non facessero nella prima metà del 2018, come si può osservare nella figura sotto a sinistra.

Queste emissioni sono state sia senior preferred, ossia privilegiate (6,8 miliardi) che non preferred, ossia subordinate (9 miliardi). Queste ultime, in particolare, sono importanti perché sono titoli subordinati computabili ai fini delle regole sul requisito minimo di fondi propri e passività soggette a bail-in (minimum requirement for own funds and eligible liabilities, MREL. Si tratta insomma di quel cuscinetto di capitale aggredibile in caso di risoluzione del quale le banche soggette a vigilanze europea devono dotarsi per essere in regola. E trattandosi di debito più rischioso, paga chiaramente più interessi e quindi costa caro alle banche. Per quelle italiane ancor di di più, visto che devono tener conto del rischio paese. E infatti alla fine di ottobre il rendimento medio delle subordinate per le banche italiane era del 3,2%, superiore dello 0,7% rispetto al valore di inizio 2018.

Quindi le banche devono dotarsi di titoli MREL, ma devono anche fare i conti con la circostanza che entro il 2020 arriveranno a scadenza 78 miliardi di loro obbligazioni, 27 detenute dalle famiglie e 49 dagli investitori istituzionali. Bankitalia ipotizza che le famiglie seguiranno il trend di sostituzione delle obbligazioni con depositi, mentre il comportamento degli investitori istituzionali è imprevedibile. Di sicuro le banche dovranno chiedere al mercato parecchio soldi, fra MREL e altro, e questo, in un momento in cui le obbligazioni bancarie sembrano scomparse, rischia di fargliele costare molto care. Peraltro a partire da giugno 2020 vengono a scadenza anche i prestiti effettuati dalla Bce nell’ambito del Targeted Longer-Term Refinancing Operations, TLTRO2. Adesso capite perché Francoforte ne abbia subito istituito un altro.

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Miti del nostro tempo: La normalità monetaria


Tre eventi diversi che accadono negli stessi giorni ci consentono di tirare le somme e far piazza pulita di un altro dei tanti miti che affollano il nostro dibattere economico: quello che un bel giorno, quando l’economia finalmente avrà imparato a camminare da sola, la politica monetaria potrà essere normalizzata. Mito perniciosissimo perché nasconde un’evidenza chiara a chiunque non abbia robusti pregiudizi teorici o, peggio, politici. Ossia la circostanza che l’economia non sarà più in grado di camminare da sola, non essendo mai accaduto nei decenni recenti che i governi non abbiano interferito pesantemente nella sua gestione fino a trasformarla in un organismo fragile e continuamente bisognoso di cure sempre più invasive, peraltro pagate dal contribuente. Il senso stesso dell’espressione “normalità monetaria” è ingannevole. Che dovrebbe significare? Che i tassi di interessi dovrebbero finalmente tornare a un livello normale? E quale sarebbe? Chi lo decide?

Senza bisogno di avventurarci troppo, contentiamoci di notare che ttr notevoli autorità in materia monetaria, ossia il capo della Fed Jerome Powell, la Bis di Basilea, nella persona del capo del Dipartimento Claudio Borio, e la Bce di Francoforte, in quella del governatore Mario Draghi, finiscono sostanzialmente per dire la stessa cosa. Ossia che la normalità è ancora lontana.

Powell ha rilasciato poche ore fa un’intervista alla trasmissione 60 minutes nella quale ha ribadito quello che i mercati hanno già da un pezzo digerito – ossia da quando hanno cominciato a riprendersi dopo le difficoltà di fine 2018 -, vale a dire che “non c’è nessuna fretta” di rivedere i tassi di interesse. “Abbiamo raccolto prove sul rallentamento dell’economia globale. Aspetteremo e vedremo come si evolvono queste condizioni prima di effettuare qualsiasi cambio sul fronte dei tassi”, ha spiegato, con ciò sostanzialmente echeggiando l’analisi fatta da Borio alcuni giorni fa quando, parlando durante la presentazione dell’ultima rassegna trimestrale della Bis, ha osservato come “lo stretto cammino verso la normalizzazione si stia rivelando alquanto tortuoso”.

Draghi invece ha presentato le ultime decisioni di politica monetaria della Bce confermando i tassi rasoterra, il reinvestimento dei titoli acquisiti durante il QE, e soprattutto una nuova operazione di rifinanziamento a lungo termine per le banche commerciali, la terza, che durerà fino a marzo 2021. Una iniziativa, quella della TLTRO, ampiamente attesa e per una pluralità di ragioni, non ultima quella che le banche devono dotarsi di un ampio cuscinetto di capitale aggredibile in caso di bail in (MREL). E come ha detto Draghi rispondendo a una domanda, ” Se non ci fossero sovvenzioni nessuno avrebbe preso la TLTRO”.

Sovvenzioni, dunque. Sovvenzioni monetarie alle banche, di cui si occupano indirettamente le banche centrali, e quindi per loro tramite al settore privato. E sovvenzioni fiscali al resto dell’economia, visto che gli stabilizzatori automatici, come ha confermato Draghi, continuano a fare il loro lavoro e i governi, a cominciare dal nostro, non fanno mancare le prebende. Sovvenzioni continue, salvo dire che bisognerebbe smetterla. Lo dice Draghi, che rivolge il consueto invito alle riforme strutturali e suggerisce ai politici con debito pubblico elevato (come il nostro) di ricostituire ” margini di manovra nei conti pubblici”. Sostanzialmente per spenderli quando sarà necessario. E lo dice indirettamente anche Borio, quando osserva che “il processo molto prevedibile e graduale di inasprimento monetario è stato messo in pausa ed è ora meno pronosticabile”. Che suona come un arrivederci a grazie ai tentativi della Fed, madre del mito della normalità monetaria, che ha dovuto frettolosamente rassicurare i mercati rilassando la sua marcia verso la normalità.

Perché senza sovvenzioni l’economia non cammina, inciampa. Meglio alimentare il mito, che affrontare la realtà.